Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 19 maggio 1997
Double Edged Diplomacy
• Double Edged Diplomacy. il titolo di un libro del politologo americano Robert Putnam. Si riferisce al doppio fronte, interno ed esterno, su cui si muove la politica estera. L’operato del governo Prodi ne è un esempio quasi perfetto: a Roma il Governo cerca di convincere i partiti che lo sostengono ad approvare il risanamento fiscale, con l’argomento che ci è imposto dall’Unione europea. A Bruxelles, lo stesso Governo cerca di convincere gli altri capi di Stato che il risanamento dell’Italia è davvero sostenibile.
• Ma la strategia governativa potrebbe davvero essere un’arma a doppio taglio, che espone l’Italia a rischi inutili.
Alla base di questa strategia sembra esservi la convinzione che il metro di giudizio con cui saremo valutati a maggio 1998 sarà uno solo: se il disavanzo 1997 e 1998 sarà sotto il 3% del Pil. E il secondo criterio, che il debito pubblico non deve superare il 60% del Pil? Siccome esso è violato da molti altri Paesi, vi è la presunzione che sarà ignorato.
Ma i ripetuti avvertimenti di Bruxelles suggeriscono che questa presunzione potrebbe rivelarsi errata. Nello specificare i criteri sulla finanza pubblica, l’articolo 104C del Trattato di Maastricht afferma che il rapporto debito-Pil non deve superare il 60%, a meno che esso «non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato». Non è facile credere che l’Italia soddisferà questo criterio. Il debito italiano è sì in diminuzione dal 1995. Ma tra il 1994 e fine 1997, la riduzione del rapporto debito-Pil sarà di appena l’1,5-2 per cento.
vero che tra i Paesi che aderiranno alla moneta unica fin dal 1999 probabilmente vi sarà anche il Belgio, che ha un debito superiore a quello dell’Italia. Ma tra il 1993 e fine 1997 il rapporto debito-Pil belga sarà sceso di circa il 10 per cento.
Non sono solo cavilli legali. Con un alto debito pubblico si è obiettivamente più vulnerabili a shock di bilancio o ad aumenti dei tassi di interesse. Inoltre, la lunga transizione tra il momento in cui saranno scelti i Paesi (maggio 1998) e la fissazione irrevocabile dei cambi (gennaio 1999) è più delicata se tra i Paesi ve ne è uno fragile come l’Italia.
• Un ingresso ritardato dell’Italia sarebbe più facile da gestire per gli altri: offriremmo maggiori garanzie di sostenibilità; e la conversione della lira in Euro potrebbe avvenire contestualmente alla decisione di ammissione dell’Italia, perché in questo caso il Trattato di Maastricht non prevede alcun periodo di transizione.
Se questa è la realtà, la posizione del Governo è difficile da comprendere. Perché promettere ai cittadini italiani l’ingresso nella moneta unica fin dal 1999 e al tempo stesso minacciare gli altri paesi di chissà quali rappresaglie politiche se l’Italia dovesse restare esclusa, come nella recente intervista del primo ministro al quotidiano francese ”La Tribune”?
La ragione per risanare subito il bilancio non è che altrimenti saremmo esclusi dalla prima fase dell’Euro. La vera ragione è che la nostra esclusione, comunque possibile e forse probabile, potrebbe avere conseguenze disastrose se ci trovasse con i conti pubblici ancora in disordine. La lira subirebbe un attacco speculativo. Ma questa volta gli altri Paesi non ci lascerebbero entrare con un cambio deprezzato. Al contrario di quanto è accaduto con lo Sme, ogni lira di svalutazione andrebbe poi faticosamente recuperata pena un’esclusione ancora più lunga. Ma l’ingresso ritardato dell’Italia nell’Euro non è di per sé un evento traumatico, purché il risanamento dei conti pubblici sia compiuto. Un ingresso ritardato è lo scenario attualmente scontato dai mercati, che infatti hanno ignorato i messaggi di Bruxelles. Drammatizzare una nostra eventuale esclusione adombrando ritorsioni politiche contro l’Unione europea non la rende meno probabile. Anzi, potrebbe essere controproducente perché aggrava l’incertezza politica e danneggia l’affidabilità del nostro Paese. L’unica cosa veramente importante è consolidare e completare il risanamento fiscale.