Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 marzo 1997
Cominciare una trasmissione televisiva intervistando Umberto Eco è come iniziare una carriera nel circo chiudendo in gabbia il domatore
• Cominciare una trasmissione televisiva intervistando Umberto Eco è come iniziare una carriera nel circo chiudendo in gabbia il domatore. La cosa si può fare ma presenta qualche rischio. Il professor Eco infatti: a) diffida della televisione; b) va poco in televisione; c) conosce la televisione. L’ho capito quando è entrato nel TV2, lo studio Rai di Milano dove registriamo ”Italians”; a differenza degli altri ospiti, si muoveva tranquillo e soddisfatto, come se visitasse un sito archeologico. «Qui ho fatto il provino a Edy Campagnoli», ha spiegato. «Da qui invece ho fatto entrare la banda dei bersaglieri».
• «Assistevo anche alle puntate di ”Lascia o Raddoppia”. Ma non potevo scrivere le domande, come sostiene qualcuno. Non ero abbastanza importante». Allora (1954-58) Umberto Eco era un giovane funzionario Rai categoria C (40 mila lire al mese). Anni affascinanti apparentemente: quando apparivano i cantanti stranieri, la gente telefonava protestando, perché non capiva.
• Altri tempi. Oggi Umberto Eco la televisione non la frequenta; la mette sull’attenti sgridando i giornali che la imitano. Al telefono, accettando l’intervista, non aveva chiesto le domande; ne aveva fatte, invece. «Scusi Severgnini, ma come crede che possiamo farci capire contemporaneamente dal pubblico italiano (Rai Tre) e da quello di tutto il mondo (Rai International)?». Ovvero: qual è l’equivalente internazionale della casalinga di Voghera: il taxista di Buenos Aires o il geometra di Canberra? Non ho risposto. Ma ho promesso che ci avrei pensato. E ci ho pensato. Ho pensato, per esempio, che era un problema di linguaggio; avrei girato quindi la domanda al mio ospite Umberto Eco, che di queste faccende se ne intende. Si chiama ”uso didattico dell’intervistato”: è un modo come un altro per salvarsi la vita.