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 1997  marzo 17 Lunedì calendario

Da qualche tempo mi telefona un tizio, da Salsomaggiore, per dirmi che sa tutto sul delitto Calabresi

• Da qualche tempo mi telefona un tizio, da Salsomaggiore, per dirmi che sa tutto sul delitto Calabresi. Secondo lui, Sofri, Pietrostefani e Bompressi non c’entrano per niente col delitto Calabresi: «Stanno in galera ma sono innocenti». Questo «superteste» (se lo è davvero, un «superteste») ha nome cognome e indirizzo. Si chiama Antonio Di Fiore, 56 anni. Nato a Qualiano (provincia di Napoli) il 2 marzo 1940, abita da vent’anni a Salsomaggiore. Fa lo stuccatore (non tutti i giorni purtroppo). Prima di arrivare a a Salsomaggiore è vissuto vent’anni a Milano: dal ’56 al ’77. Abitava in via Borsieri, pio in via Giambellino. Al Giambellino abita tuttora sua moglie, dalla quale vive separato. A sentire questo Antonio Di Fiore (che ammette di aver avuto un’esistenza, diciamo così, avventurosa e tormentata), «il commissario Calabresi è stato ammazzato con una mia pistola, che avevo comprato per compiere una rapina in una banca di Lecce...» La rapina non andò in porto, «per ragioni varie». Com’è che la pistola è finita in mano agli uccisori di Calabresi? Questo particolare, a me, il Di Fiore non l’ha spiegato. Non vuole spiegarmelo. Lo spiegherà solo a un magistrato. Dice di essere a conoscenza di molti particolari di quel fatto perché il delitto Calabresi (ecco il punto) «era stato commissionato proprio a me, alcuni mesi prima del 17 maggio 1972».
• Chi gli ha proposto di ammazzare Calabresi? Il nome, a me , non l’ha fatto. Lo farà, lo farà... Il contatto con quella persona era avvenuto in una giornata d’autunno del’71, nella zona della stazione ferroviaria di Milano, vicino a un caffè situato all’angolo di via Vertuvio, dove il Di Fiore era solito sostare. «A dire la verità, erano in tre. Uno era fascista, l’altro era ”l’uomo dell’ombrello”». L’uomo dell’ombrello? Chi è? «Era biondo... un terrorista... Quello che parlava per essere precisi, non mi ha fatto il nome del dottorLuigi Calabresi. Mi ha detto solo che si trattare di un commissario di pubblica sicurezza che abitava in via Cherubini...». Com’è finita, pio? «Io ho detto che ci stavo...» . Poi? «Poi ho chiesto 150 milioni, metà prima metà dopo. Ma solo per ischerzo ho detto che ci stavo... L’ho detto soltanto per sapere cosa c’era dietro...». E cosa c’era, dietro? L’ha scoperto? A questo punto il «supertestimone» si blocca. Non aggiunge altro. «Ho già detto fin troppo». Vuole soldi? «No! Niente soldi! Non lo faccio per soldi». E ne avrebbe bisogno, così a occhio e croce....
• Chiedo se c’è qualcuno che glieli dà, i soldi, o glieli ha promessi, per incastrare qualcuno, o salvare qualcun altro. Salvare chi? No, io non voglio salvare nessuno. E nemmeno incastrare qualcuno. Io dico questo perché so che questa è la verità!». Perché viene a raccontare queste cose tanto tempo dopo, a distanza di venticinque anni dal delitto Calabresi? «Io sono già andato a raccontare tutto ai carabinieri di Milano. Ma non mi hanno creduto quelli...». Quand’è che è andato dai carabinieri? «Trentanove giorni dopo l’uccisione di Calabresi». E cioè il 26 giugno del’72. Che carabinieri erano, quelli? «Erano i carabinieri di via Moscova». Erano tutti presi, in quei giorni, da altre indagini. A Peteano, il 31 maggio, era saltata per aria una «500», tutta minata. E tre carabinieri erano stati massacrati. I carabinieri di Milano erano impegnati da quelle parti: a Gorizia, a Udine, a Trieste... E come mai non si è presentato davanti ai giudici di Milano, anni dopo, nel’89 e nel’90, quando Leonardo Marino ha accusato sofri, Pietrostefani e Bompressi di avere ammazzato calabresi? Antonio Di Fiore non risponde. Dice soltanto che , adesso, è disposto a raccontare tutto. «Ma soltanto a un giudice. Non ai carabinieri. Nemmeno alla polizia. Men che meno ai giornalisti...».