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 1998  giugno 15 Lunedì calendario

In Azerbaijan circa 2 mila persone lavorano per compagnie petrolifere straniere: per tradizione è considerato un impiego molto onorevole e gli operai sono estremamente qualificati

• In Azerbaijan circa 2 mila persone lavorano per compagnie petrolifere straniere: per tradizione è considerato un impiego molto onorevole e gli operai sono estremamente qualificati. I loro stipendi sono più alti di quelli degli impiegati pubblici e nettamente superiori al reddito di gran parte della popolazione, ma da sette a dieci volte inferiori rispetto a quelli dei loro colleghi occidentali (pagati secondo i salari dei loro paesi d’origine). Inoltre: agli stranieri sono garantite due settimane di vacanze pagate ogni tre mesi, agli azeri una l’anno e cinque giorni di malattia non retribuiti al mese, nessuna assicurazione in caso di infortuni. La paga mensile degli azeri è di 510 dollari lordi (scendono a meno di 130 dopo tasse e contributi) per 201 ore mensili pagate 2 dollari e 43 cents l’una (settimane lavorative di cinque giorni, circa 9 ore quotidiane, più di quanto sia permesso dal KZOT, lo statuto dei lavoratori azeri).
• A Baku ai primi del ’900. I giovani della Persia settentrionale e del Daghestan lavoravano ai pozzi come foratori o uomini di fatica. «Il lavoro ai pozzi cominciava alle sei del mattino e finiva esattamente dodici ore dopo alle sei di sera [...] Per dodici ore l’operaio doveva restare immobile su una piccola piattaforma e regolare il funzionamento del cavo in cima al quale era sospeso un secchio. Per dodici ore egli doveva osservare il cavo ed ogni cinque minuti premere una leva. Non poteva permettersi di volgere gli occhi nemmeno per un istante. La minima disattenzione bastava per demolire il ”derrick” e seppelire l’operaio stesso sotto le rovine. «L’operaio respirava l’aria imbevuta di petrolio; il corpo mezzo nudo era ricoperto di un sudore oleoso. Il petrolio usciva continuamente dal pozzo e veniva incanalato in fosse, veri laghi di petrolio. Spesso la correggia di cuoio della leva si rompeva e quando il disgraziato non aveva fortuna il pezzo strappato gli frustava il corpo [...] «Vicino alla torre vi era una temperatura di quaranta gradi. Dopo dodici ore di lavoro l’operaio poteva infine fermare la leva. [...] L’interno del ”derrick” liberava allora un essere oleoso. Era l’operaio che dodici ore prima vi era entrato per compiere il suo lavoro. L’operaio si curvava su uno degli innumerevoli canali di petrolio, prendeva un po’ di terra grassa nel palmo della mano e si strofinava il corpo. «Questa terra oleosa era il sapone dell’operaio. Dopo di essersi così ripulito, mangiava un po’ di pane di mais e un po’ di formaggio, beveva acqua - il che era già un lusso perché l’acqua è scarsa a Baku - e raggiungeva la sua baracca. «Questa baracca (le baracche erano tutte le stesse nella regione) si componeva di una lunga camera oscura con due ordini di letti da campo sovrapposti. I letti da campo erano stretti e sporchi. Normalmente erano predisposti per un solo dormiente ma in realtà vi si ammucchiavano tre disgraziati. Il salario era dai dodici ai venti rubli al mese, cioè da centocinquanta a duecentocinquanta lire attuali (del 1937 ndr ). In alcune Società si prelevava su questa somma il costo del pane e dell’alloggio».
• «Il lavoro sulla piattaforma nell’interno della torre era già considerato come un impiego qualificato, aspirazione irraggiungibile per numerosi ragazzi della regione. La maggior parte dovevano accontentarsi di un lavoro molto più penoso: essi servivano da sonde viventi. [...] Un operaio si collocava in un secchio e veniva calato nel pozzo con una fune. Là, soffocando nel gas di petrolio e guazzando nell’olio fino a mezzo busto, egli col secchio svuotava il pozzo dalla sabbia. Spesso la fune si rompeva e l’operaio precipitava nella fontana di petrolio. Altre volte il gas lo asfissiava. Allora si manifestava nell’impresa una grande agitazione, non tanto per la morte quanto per l’ostruzione del pozzo da parte del cadavere. Nel 1912 si contavano da dieci a dodici sinistri mortali al giorno nella regione petrolifera. Per questo lavoro al quale solo gli indigeni erano idonei, si pagavano da otto a dieci rubli al mese. [...] Per declinare ogni loro responsabilità i Capi servizio ai sondaggi fecero firmare dagli operai delle dichiarazioni del seguente tenore: ”Io, Ali Souleiman del villaggio di Khounsakh (Daghestan) dichiaro di essere sceso di mia propria volontà nel pozzo. Io sono il solo responsabile della mia morte. All’infuori di me non vi è persona da accusare”».
• Nei pozzi non lavoravano solo azeri, daghestani e persiani, ma anche russi, tutti operai qualificati. Se gli altri lo facevano per bisogno del denaro necessario a comprare una moglie, costoro invece erano felici di restare celibi. «Un uomo ammogliato difatti non trovava impiego. Quando un russo prendeva moglie era licenziato dal petroliere patriarcale il quale ragionava nel modo seguente: donne e bambini giocherebbero e farebbero da cucina vicino ai pozzi; in queste condizioni un incendio potrebbe scoppiare con la più grande facilità. [...] Nonostante le spese elevate, i pozzi non erano rischiarati che con l’elettricità ed in tutta la regione era proibito, pena gravi sanzioni, di fumare una sigaretta. [...] Gli operai qualificati erano malcontenti. Certo che confrontata con quella degli indigeni la loro esistenza era un paradiso. Abitavano case confortevoli; disponevano di ospedali; non dovevano scendere nei pozzi saturi di gas deleteri; lavoravano in officine igieniche ed avevano un salario sufficente per soddisfare tutti i loro bisogni. Ma, malgrado tutto, erano malcontenti».