Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 marzo 2000
Sin dalle origini, il Fondo monetario internazionale è stato l’oggetto di un braccio di ferro fra gli Usa e l’Europa
• Sin dalle origini, il Fondo monetario internazionale è stato l’oggetto di un braccio di ferro fra gli Usa e l’Europa. Quel che si sta verificando in queste ore, con le polemiche e le ripicche attorno alla nomina del nuovo direttore generale, in sostituzione del francese Michel Camdessus, altro non è che l’ultimo capitolo di un romanzo finanziario che interessa l’intero pianeta.
Del Fmi, fanno parte ben 182 Paesi, ma il coltello per il manico lo hanno sempre avuto gli americani, azionisti di maggioranza e depositari di un sostanziale (ancorché non scritto) diritto di veto sulle decisioni fondamentali: dall’interpretazione dello statuto alla designazione dei vertici. Proprio tale egemonia tentò di contrastare il mitico economista inglese John M. Keynes, nel lontano 1944, a Bretton Woods, il villaggio del New Hampshire ove, per volontà del presidente Roosevelt, si tenne la Conferenza istitutiva. E dove gli Usa riuscirono a imporre il principio divenuto dogma dollar is good as gold, il dollaro è buono come l’oro.
• L’America in quel periodo era generosa. Ancora si combatteva duramente in Europa e nel Pacifico, e Roosevelt inseguiva un progetto di pax mondiale, sperando di aggregare l’Urss staliniana la cui delegazione presente a Bretton Woods si rifiutò tuttavia di sottoscrivere il patto. Fosse avvenuto il contrario, forse, le vicende dell’umanità avrebbero avuto un altro corso (magari con un russo installato alla guida del Fmi, a Washington). Così non fu, e gli Usa ritennero di privilegiare, sia pure con scarso entusiasmo (né Roosevelt né il suo vice Truman, che presto gli succedette, avevano simpatie per il generale De Gaulle), l’unico Paese del Vecchio Continente che aveva combattuto il nazismo: la Francia. Dopo aver scartato la Gran Bretagna, per evidenti ragioni di contiguità anglosassone. Nessuno stupore quindi se i francesi hanno goduto, quasi per diritto ereditario, della guida del Fmi negli ultimi trent’anni con Jacques De Larosère e Michel Camdessus.
• I decenni corrono, e le frizioni fra il Fmi e gli Usa ingigantiscono. Riepiloghiamo: I°, gli americani, proprio come aveva previsto Keynes, sono divenuti l’unica superpotenza; il dollaro, la supermoneta. II°, in Europa il potere della Francia è declinato, a vantaggio della Germania; il Giappone ha ritrovato, sul piano finanziario e commerciale, l’antica grandezza. III°, gli Usa, che con Reagan hanno imboccato la strada del liberismo puro e senza confini, vogliono essere garantiti nell’esportazione su scala planetaria del loro modello economico. E poco apprezzano un risvolto della gestione Camdessus, l’aiuto ai Paesi del Terzo Mondo, mentre vorrebbero accentuare l’imposizione delle loro regole, ben interpretate dal vice di Camdessus, Stanley Fischer (naturalizzato americano, vicedirettore generale, ora direttore pro-tempore).
Inutile far ricorso ai giri di parole. Come ha ben puntualizzato ieri su ”Avvenire” Paolo Mastrolilli da Washington, se gli Usa potessero, si terrebbero Fischer, con tanti saluti al Resto del Mondo. Non sono forse gli azionisti di maggioranza del Fmi? Ma non possono: diplomaticamente inopportuno, geopoliticamente inaccettabile. Prendono allora a manovrare dietro le quinte per un direttore generale ”filosoficamente” americano. Che sia da essere un europeo è evidente (la candidatura di un giapponese, pur ventilata, è ritenuta prematura), ma ha da essere disposto ad accettare il primato Usa. Caratteristica essenziale, in un momento in cui il neonato euro cerca vanamente di contrastare lo strapotere del dollaro. Ha da essere, inoltre, un direttore generale disponibile a modificare le strategie di intervento del Fmi: aiuti ai Paesi sottosviluppati solo a contropartita dell’accettazione delle impostazioni liberistiche del Fmi, tanto care alle multinazionali anglosassoni.
• Questi i dati essenziali. Gli Usa hanno messo il veto al tedesco Caio Koch-Weser definendolo «non all’altezza». Di cosa, visto il brillante curriculum? Il cancelliere Schröder, torna alla carica con Horst Koehler, ma già riecheggia il ritornello. Complice la Francia, che non si rassegna alla perdita di una tanto importante poltrona.
Le lotte intestine europee destano una forte preoccupazione. In un delicatissimo passaggio storico che vede in gioco gli equilibri planetari (pensiamo a cosa accadrebbe dopo una débâcle dell’euro), sarebbe naturale che gli europei facessero fronte comune, trovando un candidato in grado, al tempo stesso, di interpretare gli interessi del Vecchio Continente e di porre il Fmi al servizio di un nuovo modello di giustizia economica, ridistribuendo le enormi ricchezze dei Paesi ricchi. Invece, ciascuno va per la sua strada: il revanscismo francese, le ambizioni di Berlino, un miscuglio di altre velleità.
Il tutto, ha notevoli probabilità di materializzarsi in un direttore generale del Fmi ”euroamericano”. Insediato a Washington, rischia di essere condizionato dalla Casa Bianca. Naturalmente, con atavica ipocrisia, sui mass media si celebrerà l’evento proclamando l’esatto contrario. A dispetto della profezia di Keynes, al ritorno da Bretton Woods quando disse a un Churchill costernato: «Ci siamo venduti all’America». Cosa contrapporgli mentre il dollaro sale e l’euro scende, mentre il petrolio quotato in dollari s’impenna, e noi fingiamo di domandarci: «Chi comanda?».