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 2000  febbraio 07 Lunedì calendario

Cacciato dall’azienda di famiglia

• Cacciato dall’azienda di famiglia. E anche in malo modo. La storia di Pino Bisazza, un imprenditore vicentino che nel Nord-Est conta parecchio, rappresenta l’ennesima contraddizione del modello di capitalismo familiare. La sua scalata era stata rapidissima: in dieci anni ha trasformato l’azienda di mosaici da «un grosso laboratorio artigianale» a piccola-grande multinazionale con impianti produttivi in India, nelle Filippine e uno stuolo di clienti eccellenti, dal sultano del Brunei agli organizzatori degli Oscar. Va da sé che il fatturato sfiori i 100 miliardi con 300 dipendenti. Alla guida, inutile dirlo, da dieci anni c’è stato il solito Pino. L’accordo con i due fratelli (ognuno detiene un terzo del capitale dell’azienda) fino all’11 di gennaio è filato apparentemente senza intoppi. Pino, 63 anni, un uomo ruvido, cattolicissimo, con una concezione sacrale del lavoro e della missione imprenditoriale, fino al 1998 presidente degli industriali di Vicenza, sembra nato per comandare. Il ruolo di amministratore delegato è suo quasi per investitura divina. Gli altri fratelli, Renato e Carlo, più anziani di lui, siedono invece nel Consiglio di amministrazione.
• Perché i due fratelli si sono coalizzati contro il leader? La spiegazione ufficiale lascia piuttosto perplessi: divergenze sulla politica di sviluppo dell’azienda. Pino era per una politica di espansione, i fratelli propendevano per una strategia di contenimento. Davvero Renato e Carlo vogliono tirare i remi in barca di fronte a una crescita che ha fatto schizzare i ricavi dell’azienda? Se fosse così, non si capirebbe, come dicono gli investigatori, il ”movente”. L’azienda va bene, i conti trasudano profitti, i concorrenti arrancano. Perché cacciare l’amministratore delegato? E allora si deve cercare altrove. Ogni famiglia è un groviglio di interessi, sentimenti, stati d’animo e alleanze che possono mutare con grande rapidità. A Vicenza qualcuno sussurra che un ruolo non secondario l’avrebbero giocato i figli e il genero di Pino: Federica (era appena stata nominata responsabile del settore grafico) e Riccardo (è lui che seguiva il progetto nelle Filippine) erano stati promossi sul campo dal padre. Poi c’era il genero, marito di Federica, che guidava un’azienda del gruppo. A Giampiero, il figlio di Renato, che ora occupa il posto di amministratore delegato che fu dello zio, non era rimasto che difendere con le unghie e con i denti il mercato americano. Bisazza, però, si difende: «A mio nipote avevo chiesto due volte se fosse stato disposto a succedermi, ma aveva risposto sempre di no».
• Di più: proprio pochi mesi fa, in forza dei risultati ottenuti sotto la sua gestione, Pino aveva «espresso il desiderio della sua famiglia di arrivare con il tempo alla maggioranza della società»: una sorta di dichiarazione di guerra che avrebbe messo in moto la reazione a catena dei fratelli. Che Renato e Carlo non lo amassero, Pino lo aveva confessato a un suo fidato collaboratore: «Ho capito che i miei fratelli mi odiano», sibilò con il volto terreo l’ex presidente degli industriali di Vicenza. Anche questo, in fondo, un classico: fratelli coltelli. E ogni apparizione pubblica di Pino ha affilato, giorno dopo giorno, quelle lame nelle mani dei fratelli che alla fine sono diventate rasoi. Pino che guida la riscossa degli industriali vicentini durante la protesta del Nord-Est; Pino che simpatizza prima con Bossi e poi con il leader venetista Comencini; Pino che all’ultima assemblea degli industriali di Vicenza bacchetta Tommaso Padoa Schioppa; Pino che trascina gli imprenditori vicentini alla conquista dell’Athesis di Verona - la società che edita il quotidiano ”l’Arena” e il ”Giornale di Vicenza” - per evitare che il principe Carlo Caracciolo comprasse le due testate e soprattutto per ottenere un direttore nominato dai vicentini in un quotidiano telecomandato, da sempre, dai veronesi; Pino che dilaga in azienda e ipoteca anche i ruoli di comando del futuro. E i fratelli sempre lì, nell’ombra.
• In questi anni non è accaduto nulla in Veneto senza che Pino (che siede anche nel Consiglio di amministrazione del ”Gazzettino” di Venezia, il gruppo concorrente dell’Athesis) non abbia detto la sua. Nove volte su dieci l’ha spuntata. Bisazza non ha mai fatto mistero delle sue antipatie: lui i problemi li affronta di petto, con una dose di pragmatismo talmente robusta che forse gli impedisce di cogliere gli umori di una città che ancora non riesce a regolare i conti con il doroteismo. Un vizio da cui Bisazza è immune: all’ipocrisia contrappone una limpidezza che confina con l’ingenuità. I suoi amici lo raccontano così: Pino è pronto a confrontarsi con tutti, guai, però, se qualcuno gli impedisce di raggiungere l’obiettivo. Questa volta il traguardo è scomparso mentre lui correva. Ma è pronto a ricominciare «senza alcun rancore»: con i figli, il genero e tre top manager che l’hanno seguito sta per creare una nuova azienda. Il settore? I mosaici, manco a dirlo. Bisazza contro Bisazza, insomma. Mariano Maugeri