Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 8 settembre 1997
Allora per l’affitto?»
• Allora per l’affitto?». «Eh, non so, credo che siano 35 dollari...». «No, non volevo dire il prezzo, intendevo chi se ne occuperà». «Della stanza?». «Si, la stanza per domani». «E stata già prenotata per lei e Marge, ci ha pensato mia sorella». Il dialogo ebbe luogo il 22 ottobre del 1991 tra Bill Wantz (che registrò la telefonata) e Jack Kevorkian. La stanza in questione, a Royal Oak, Michigan, era quella nella quale la moglie di Wantz, il giorno dopo, si sarebbe presentata all’ultimo appuntamento della sua vita, con il medico in pensione che avrebbe realizzato il suo sogno ricorrente: smettere di soffrire, per sempre. Circa la sistemazione per la sera prima, il dottor Kevorkian spiegò che c’erano tre motel, sconsigliando il Days Inn perché troppo caro (67 dollari una doppia) e, alla richiesta del marito se Marge potesse portare con sé un pupazzetto di gomma per alleviare la tensione, scoppiò in una risata: «Nonostante il momento sua moglie non ha perso il suo senso dell’umorismo».
• Benvenuti nel macabro mondo del Dottor Morte che alle 10.50 del 26 agosto ha prestato le sue cure alla fedele assistente Janet Good, settantatreenne malata di cancro al pancreas. La figlia della donna è stata vaga con i cronisti e con la polizia: « stata aiutata... il dottor Kevorkian ha offerto tutta l’assistenza di cui ha avuto bisogno». Non più tardi di due settimane prima il sessantanovenne medico in pensione aveva dato l’estremo saluto al suo quarantottesimo (ufficiale) assistito, Karen Shoffstall, una trentaquattrenne di Long Island, New York, affetta da sclerosi multipla. E in quell’occasione si era potuta intuire una rinnovata sfrontatezza nei confronti della giustizia con la quale il Dottore ha un conto costantemente in sospeso. Dopo un prudente silenzio durato un anno, infatti, il rissoso avvocato Geoffrey Fieger aveva rivendicato la paternità del suo cliente nella vicenda. Due mesi prima, il quarto processo contro Kevorkian si era concluso con un nulla di fatto, invalidato a causa del furioso attacco dello stesso avvocato contro la corte e dalla scorrettezza degli argomenti usati per impressionare la giuria. «Non so se la nostra comunità avrebbe lo stomaco di affrontare un altro spettacolo del genere: l’unico modo per avere un processo equo sarebbe quello di legare e imbavagliare l’avvocato Fieger» ha dichiarato lo sconsolato procuratore Raymond Voet.
• Di fronte a tanta impotenza la cresta grigia del Dottor Morte si è rialzata di colpo. Processato tre volte e tre volte assolto da giurie popolari che gli hanno dimostrato una certa simpatia, è il paladino, da sette anni a questa parte, del diritto dei cittadini a scegliersi il momento in cui morire e a poterlo fare con l’assistenza di un medico. La Corte Suprema, alla fine di giugno, ha stabilito che il compito di legiferare in un senso o nell’altro spetta ai singoli stati. L’Oregon è il primo che ha ammesso, in linea di massima, l’intervento di un dottore. Il Michigan - lo stato in cui Kevorkian vive e opera - non ha ancora una posizione chiara: un parlamentare repubblicano ha appena proposto un disegno di legge che prevederebbe pene per 4 anni, mentre varie associazioni sono per la depenalizzazione assoluta. Nelle more della legge, Kevorkian continua imperturbabile per la sua strada, iniziata un mattino dell’estate del ’90, quando si decise ad attraversare la porta del «Daily Tribune», quotidiano della sua Royal Oak, per comprare un piccolo spazio pubblicitario. Il testo dell’annuncio era veramente breve: «Jack Kevorkian, Specializzazione in Bioetica e Necrologia. Consulenze per la morte. Solo su appuntamento». Mostrò anche la foto di un’apparecchio artigianale fatto di cilindri di vetro e tubicini: « il Mercytron, una macchina per il suicidio: voglio aiutare la gente che vuol farla finita». Dirottato sul direttore, che negò la pubblicazione, Kevorkian se ne andò infuriato, bofonchiando qualcosa sulla censura. Il ritratto dell’uomo è dei più inquietanti. Nonostante una serie di principi guida elencati in un articolo apparso nel ’92 sull’«American Journal of Forensic Psychiatry» cui aveva solennemente giurato di attenersi, le investigazioni raccontano di innumerevoli e agghiaccianti violazioni. Come quando aveva acconsentito a facilitare il suicidio di Rebecca Badger, nella supposizione erronea che fosse irrimediabilmente malata di sclerosi multipla, oppure quando aveva aiutato nel suo atto finale Ruth Neuman, descritta come donna generalmente gioviale e assidua giocatrice di canasta, mandata in grave crisi depressiva dalla morte del marito e da un infarto improvviso.
• Se in alcuni casi la valutazione di un caso clinico sembrava lunga ed accurata, in altri non c’era quasi nessun rapporto preventivo con chi aveva deciso di fare l’ultimo passo: Kevorkian dava le istruzioni logistiche per telefono, si incontravano in un motel o nel suo malandato camper Volkswagen e in meno di un’ora tutto era finito. Almeno il 60 per cento dei suicidi non erano di malati in fase terminale: 17 avrebbero potuto vivere per un periodo indefinito e 13 non accusavano dolori particolari. Avevano detto di voler morire e a Kevorkian era bastato. In cinque occasioni aveva praticato due interventi nello stesso giorno («La polizia ci sta addosso: è un modo per risparmiare tempo e medicinali»). Ed era capitato anche che i medicinali già parzialmente usati non avessero fatto effetto, prolungando l’agonia dell’aspirante suicida.
Ciò si spiega con le difficoltà derivanti dal ritiro della sua abilitazione professionale nell’acquisto delle pozioni letali, ma sembra che la sua patologica tirchieria abbia fatto il resto. Sino a poco tempo fa si vantava pubblicamente che il maglioncino blu con il quale era generalmente ripreso in televisione gli era costato soltanto un dollaro e cinquanta in un negozio dell’usato dell’Esercito della Salvezza, nel lontano 1989. Lo stesso golf che, l’anno scorso, messo a un’asta di beneficienza è stato battuto 4.200 dollari.