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 1997  settembre 08 Lunedì calendario

Le straordinarie e sincere manifestazioni d’affetto che accompagnano la tragedia della principessa Diana dovrebbero ispirare qualche seria riflessione agli intellettuali

• Le straordinarie e sincere manifestazioni d’affetto che accompagnano la tragedia della principessa Diana dovrebbero ispirare qualche seria riflessione agli intellettuali. Sarebbe il caso di comprendere, per esempio, che non bastano i paparazzi per costruire un mito popolare, e sarebbe giusto ammettere che le foto di quella sventurata signora erano davvero desiderate e preziose, perché (oggi lo sappiamo) le persone comuni volevano sentirla vicina, parlare di lei come di una figlia o di una sorella, vivere fantasticando nel suo mondo regale e ribelle, gioire dei suoi amori, soffrire per le sue sconfitte. Questi sogni, così semplici, così antichi e normali, sono difficili da capire, per tutti gli snob. I quali, infatti, scrivono sui giornali che i giornalisti sono delinquenti, perché non rispettano la vita privata dei pubblici personaggi. «Scusaci, principessa», implorava ”l’Unità”, e l’articolo del direttore Caldarola bollava come «un delitto a mezzo stampa» la morte violenta di «Lady Di» (nomignolo piuttosto luttuoso, se pronunciato in Inghilterra, dove il suono equivale al nostro «muori»).
• Proprio sull’’Unità” di ieri, Alberto Asor Rosa sottolineava che ”l’Unità” mentre chiedeva scusa alla principessa, dedicava «all’avvenimento luttuoso ben undici pagine». Il che, certamente, è contraddittorio. Come è contradditorio del resto, che un fine intellettuale come Asor Rosa scriva un articolo sulla principessa del Galles sostenendo, tra l’altro, di non sapere niente di lei e di ignorare (volutamente) tutte le notizie che la riguardano. Ciò è imbarazzante. In primo luogo, perché il letterato Asor Rosa dovrebbe sapere che, dai tempi dell’Alighieri a quelli di Freud, le cronache nere e le storie d’amore descrivono (spiegano) la società e la politica molto meglio di un qualsiasi saggio sul potere di Massimo D’Alema. In secondo luogo, perché (come tutti sanno) gli amori, i divorzi, i fidanzamenti dei principi inglesi non sono soltanto curiosità da giornaletti ridicoli e pettegoli, sotto queste (apparenti) sciocchezze pullulano questioni dinastiche, alleanze internazionali, servizi segreti, lobbies capaci di ricattare e di abbattere governi, traffici di armi, domini di mercati.  mai possibile che Asor Rosa, maestro di letteratura, non capisca che le storie d’amore, i matrimoni, le alleanze tra i potenti siano più importanti dei colloqui tra Casini e Mancino?
• Con meravigliosa ingenuità, Asor Rosa propone alla stampa un ruolo nobilmente didattico. Sarebbe il caso, egli scrive, di dare molto spazio alle stragi dei tutsi e di trascurare le imprese di Carlo (e di Carolina, e di Stefania). Molti però, modestamente, preferirebbero vivere, sognando, nel mondo di Carlo (e di Carolina, e di Stefania): il mondo dei tutsi vorrebbero dimenticarlo. Sono tutti miopi? Sì, certo. Nelle stesse ore in cui moriva la principessa Diana, i nostri giornali registravano tragedie spaventose, con piccoli titoli, mentre le sciagure alpine smettevano di far notizia. Una tranquilla mamma borghese annegava nella vasca da bagno i figli piccoli, e poi s’impiccava. Un giovane ingegnere italiano veniva sequestrato e ucciso in Slovacchia. Cinquanta algerini erano sgozzati dai fondamentalisti. La camorra ammazzava brutalmente il parente d’un pentito. Due piccoli aerei si scontravano nel cielo del Perù, provocando la morte di cinque anonimi italiani. Un pullman di fedeli di Padre Pio era abbordato dai rapinatori: un pellegrino veniva ammazzato. Di tutto questo abbiamo letto poco, perché, nel frattempo, moriva la principessa. Che, giustamente, ha occupato tutte le pagine dei giornali. Perfino quelle (ipocrite e pentitissime) dell’’Unità”. Vale per la stampa e per la tv quel che il presidente Mao diceva, parlando di politica: «Ci sono morti che pesano come una piuma, e altri che pesano come montagne».
• Proprio così. Nell’immaginazione e nei sogni delle persone normali, la morte della principessa Diana pesa come una montagna, fatta di fiori, di rimpianti e di lacrime vere. Tutto il resto, tutto il rimorso fasullo degli intellettuali, tutto il disprezzo ignorante per il lavoro dei paparazzi, è soltanto un’immensa coda di paglia. Privacy? Ma quale privacy? Diana Spencer era entrata in una famiglia dove, quando nasce un figlio, sparano cannonate, perché tutti lo sappiano. Una famiglia pubblica, nelle occasioni pubbliche, nelle pubbliche pompe, nelle beneficenze, nelle iniziative umanitarie. Tutto questo poteva (anzi: doveva) essere fotografato. Il resto no, perché il resto appartiene alla privacy. Privacy? Questa signora è morta e, dunque, merita rispetto. Ma, da viva, quale privacy cercava, quando sceglieva la Costa Smeralda, quando cenava all’albergo Ritz, quando si fidanzava con un playboy dopo l’altro, invece di sistemarsi con un comune marchese? L’ha uccisa la velocità, certo. Se fosse rimasta nella famiglia reale avrebbe viaggiato soltanto a trenta all’ora, salutando il popolo festante con la manina guantata, dal finestrino di una dignitosa Rolls Royce. Sarebbe diventata regina, avrebbe fatto un mestiere che (forse) l’avrebbe annoiata. L’avrebbero compatita i minatori del Galles che, invece, si divertono moltissimo. Ma lei ha scelto l’avventura. S’è innamorata di un egiziano chiamato Dodi ed è morta fragorosamente. Così è entrata nella leggenda, così sarà ricordata nelle favole popolari. Se non si capiscono queste emozioni, caro Asor Rosa, come si possono dare lezioni di politica?