Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 1 maggio 2000
Nelle sue memorie che escono in Italia in questi giorni, Gore Vidal ricorda che negli inverni trascorsi a Klosters in Svizzera, aveva come vicina di casa Greta Garbo
• Nelle sue memorie che escono in Italia in questi giorni, Gore Vidal ricorda che negli inverni trascorsi a Klosters in Svizzera, aveva come vicina di casa Greta Garbo. «All’età di 65 anni era ancora molto bella... Faceva sempre riferimento a se stessa con il pronome ”lui”. Adorava travestirsi con i miei abiti. Credo che si vedesse come un maschio assieme a un altro maschio. Inoltre aveva occhio per le ragazze e una volta, durante una passeggiata lungo il fiume Silvretta, chiese alla ragazza di Irving Shaw di mostrarle il seno, cosa che lei fece. La Garbo lo lodò ma niente di più. Quello della Garbo era cadente. ”Non metto mai il reggiseno. Sono stata io la vera liberazione della donna”».
Ecco, se proprio si sentiva la necessità di curiosare ancora nella supposta omosessualità di una signora morta dieci anni fa a 84 anni e che si era ritirata dal cinema, riuscendo a scomparire, quasi sessant’anni fa, potevano bastare queste affettuose righe leggere e di prima mano. Invece affannati, corrono gli inviati di tutto il mondo per trovarsi davanti, dentro impenetrabili teche, 55 lettere, 17 cartoline e 15 telegrammi che la diva inviò in 28 anni di amicizia (affettuosa, amorosa, passionale, erotica?) a una signora piccolina, naso aquilino e occhi di fiamma, che, rivale della tenebrosa Alla Nazimova, regnava sul mondo lesbico di Hollywood, che, come dice forse esagerando Vidal, «includeva praticamente ogni diva o moglie di divi». Mercedes de Acosta era una ricca americana di origine spagnola che faceva la sceneggiatrice e adocchiava con successo tipi come Marlene Dietrich, sentendosi degna solo di grandi nomi.
• Avidi di porcherie, i giornalisti ieri hanno potuto buttar l’occhio velocissimo e senza permesso di prendere appunti, sui preziosi reperti che si presumono saffici, scritti nella pessima calligrafia di una che fu anche Regina Cristina in pantaloni da moschettiere, nell’omonimo film del 1933, nel quale baciava sulla bocca (senza scandalo, si era ingenui allora) l’attrice Elizabeth Young nel ruolo della contessa Ebba Sparre. Secondo la biografia non autorizzata e molto osteggiata, della Garbo, autore il defunto, pure lui, Antoni Gronowicz, fu proprio la fremente Mercedes conosciuta da poco, a suggerire a Garbo il personaggio della secentesca regina di Svezia, nel film, come in tutti i film americani d’epoca, completamente inventata. Erano tempi quelli in cui il cinema emanava l’erotismo più sfolgorante senza mai neppure un ammicco al sesso.
Garbo faceva strage delle fantasie maschili con il suo viso triangolare, la lunga bocca severa, gli occhi lucenti e senza sopracciglia, e del suo corpo un po’ legnoso che però lei curvava prodigiosamente come per divorare qualunque uomo, nessuno si accorgeva, perché la sessualità allora non era noiosamente mercantile ma raffinata come una lunga ferita.
E pure oggi, se capita ai giovani di vederla anche con quei cannellotti da Margherita Gauthier o la testina ossigenata di Come tu mi vuoi, abituati come sono alle Cucinotte e alle Ferilli, restano trafitti dal suo esotico, sconosciuto torpore.
• Nella sua vita, senza marito né figli, passarono tumultuosamente uomini pazzi d’amore, dall’attore John Gilbert al direttore d’orchestra Leopold Stokowski. Gronowicz, forse vaneggiando, racconta di come in attesa di farle la lunga intervista che sarebbe diventata un libro, se la portò a letto nell’estate del 1938, in uno chalet sul lago di Ginevra, tra Maria Valewska e Ninotchka e lei ne fu persino contenta. L’audace autore-scopatore (la cui biografia di Papa Giovanni Paolo II fu ritirata nel 1984 perché basata su interviste mai avvenute) fa raccontare in prima persona alla Garbo il suo rapporto con Mercedes, la signora delle lettere ieri avidamente esposte al gusto antropofago dei media. «Sentivo che stavo precipitando sempre più profondamente in un coinvolgimento emotivo con lei». Che le comunica le sue passioni per l’astrologia e per l’alimentazione vegetariana, promettendole che mangiando carote, un giorno gli uomini potranno sposare gli uomini e le donne le donne. «Guardando al passato, mi accorgo che la relazione con lei non mi ha dato solo una nuova esperienza sessuale e pace spirituale...». E avanti così, con saffica passione.
• Qualunque cosa ci rivelino le lettere dei sentimenti e delle emozioni della grande diva, sarà niente al confronto con la bella, ossessiva, biografia di Annemarie Schwazenbach, scrittrice, fotografa, archeologa e appassionata di donne, che Melania G. Mazzucco ha appena pubblicato col titolo Lei così amata. Ma certo il lesbismo di una massima celebrità appare molto più stuzzicante, anche se noto. Tanto più che se ormai di uomini gay si parla sempre e ovunque, l’amore lesbico, anche se in cima ai sogni sporcaccioni degli uomini, resta ancora in ombra, reticente, segreto. E se non sbaglio anche al Festival di film con tematiche omosessuali di Torino che chiude domani, su dieci opere in concorso, solo uno parla d’amore tra donne.