Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 marzo 2000
Lunedì 6 marzo, verso le 11 di mattina, nei pressi del municipio di Torre del Greco, Lorenzo Malvone, 55 anni, commerciante di coralli, ha ucciso con tre colpi di pistola calibro 38 Sorrentino Claudio, di anni 44, un tempo suo amico, che due anni fa gli rubò con un trucco 700 milioni in gioielli
• Lunedì 6 marzo, verso le 11 di mattina, nei pressi del municipio di Torre del Greco, Lorenzo Malvone, 55 anni, commerciante di coralli, ha ucciso con tre colpi di pistola calibro 38 Sorrentino Claudio, di anni 44, un tempo suo amico, che due anni fa gli rubò con un trucco 700 milioni in gioielli.
• Torre del Greco (Napoli). «Lo so. Lo so bene che conoscete la storia, che foste proprio voi a fare le indagini. Ma io devo raccontarvela di nuovo, perché anche se lui era libero io non ho mai avuto dubbi: lui mi aveva rovinato, distrutto la mia vita e quella dei miei tre figli. Vi ricordate? Ve lo dissi anche allora, quando denunciai la rapina. Era stato Sorrentino a telefonarmi, a dirmi: ”Vieni, ti aspetto con il campionario”. Dovevo capirlo che era una trappola, che quell’albergo dove mi aveva dato appuntamento era troppo isolato. E invece no, nemmeno un sospetto. Quando lungo la strada mi assalirono per prendermi la valigetta con i gioielli fu come un flash. Capii tutto, ma era troppo tardi. Corsi da lui, ma lui all’appuntamento non ci era mai andato. La mia vita è finita quel giorno, l’8 gennaio ’98. Mica oggi. Oggi è solo un incubo».
• Lorenzo Malvone è seduto nella stanza del vice questore Gianfranco Urti, guarda negli occhi il pm Andrea Nocera che verbalizza la sua confessione, ma i suoi pensieri vagano altrove. Poco prima è stato arrestato a casa, stava aprendo la porta d’ingresso della sua villetta per andare a costituirsi, dopo aver raccontato tutto a moglie e figli.
« stato un raptus, quando l’ho visto. Era libero, l’aria strafottente. Che se ne importava lui, di avermi ridotto sul lastrico? Che se ne importava se da quel giorno le banche mi avevano chiuso le porte in faccia? Non ho capito più niente e voi lo sapete. Se avessi premeditato l’omicidio certo non sarei andato ad ucciderlo con una pistola denunciata e in sella al motorino su cui sono venuto tante volte proprio qui, in commissariato, per vedere le foto di quei maledetti rapinatori. Qui, da voi, in cerca di una speranza... Invece lui era libero, forse si stava godendo il denaro che avevo guadagnato in una vita di sacrifici, forse rideva di me con i suoi complici».
• Sono le 15.30 di lunedì. Malvone è digiuno, stremato. Ma vuole continuare a parlare di fronte agli inquirenti che devono formalizzare l’accusa. «Era il mio chiodo fisso. Chiedetelo a chi volete. Lo sapete anche voi, del resto. Sapete anche di quando lui mi minacciò: vi ricordate quel giorno? Sorrentino mi venne a cercare. Mi puntò un dito addosso: ”Mi hai incastrato eh? Hai avuto il coraggio di accusarmi? Ma vedrai che non finisce qui, anch’io ti farò passare un guaio”. Ve lo venni a dire, ricordate? Nel suo sguardo ebbi la conferma che era stato lui, ma come facevo a dimostrarlo? Fu allora che il suo nome mi si piantò nella testa. Aveva distrutto me, e va bene. Ma anche la mia famiglia. I miei tre figli il cui futuro dipendeva dal lavoro nella ditta. Un’ossessione che mi ha piegato le gambe, mi ha fatto ammalare. Forse sarebbe andata avanti così per chissà quanto tempo, forse avrei continuato a torturarmi con quel pensiero, ma niente di più. Poi l’ho visto, libero e sereno, un futuro tranquillo. Allora non ho capito più niente. Non ho mai fatto del male a nessuno, che Dio mi perdoni. Ma lui mi aveva già ucciso, anche se ho continuato a vivere...».