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 1998  agosto 03 Lunedì calendario

 un criminale, un assassino

•  un criminale, un assassino. Sta bene lì, in galera. Anzi, se lo ammazzano non me ne importa niente». Elena ha ventitré anni ma ne dimostra di più, forse provata da una vita così difficile. I capelli castani a caschetto, gli occhi velati dalla tristezza: la sua esistenza è segnata dalle violenze subite dal padre-padrone, il pescatore di Ostia che sta in carcere per aver seviziato e ucciso Simeone, otto anni. E per averne poi nascosto il cadavere, aiutato da un altro suo figlio, Claudio, 35 anni. Elena non ha un lavoro, sta tentando faticosamente di ricominciare a vivere di mettersi alle spalle dodici anni di torture, di botte, di umiliazioni. Accetta di parlare di fronte al suo legale Antonio De Vita. Ma lo fa con fatica e con tante pause, senza mai pronunciare la parola ”padre”: tanti silenzi, più significativi di qualsiasi espressione. Ha appena finito di raccontare il calvario al pm del Tribunale dei Minorenni Simonetta Matone: oggi il verbale partirà per la Procura, finirà nel fascicolo a carico di Vincenzo F., l’aguzzino suo e dei suoi fratelli.
• La voce della ragazza è incrinata dall’emozione. Ma anche dalla rabbia. Piange: «Non lo perdonerò mai per quello che ha fatto a me e ai miei fratelli. Mai. Non lo voglio vedere più. Non è più niente, è come un verme sotto i miei piedi...». Elena, quando è cominciato? « molto doloroso. Passare un’esperienza così... Non so se qualcuno riuscirà a immaginare cosa significhi». Quanti anni aveva? «Dodici. stata la prima volta. Poi, un continuo, tutti i giorni. Sempre le solite cose». Ha provato a ribellarsi? «Sì, sì parecchie volte. Ma lui mi diceva: ”Se non lo fai ti ammazzo”. Minacciava di uccidermi. E mi menava, mi dava tante botte...». Accadeva lo stesso anche con i suoi fratelli? «Sì, con tutti». E voi? «Eravamo terrorizzati. Chiunque ne parlava, prendeva botte. Ceffoni. E non si fermava nemmeno quando usciva il sangue dalla bocca».
• Sua madre sapeva? «Mia madre? Lo ha sempre difeso. stata sempre dalla sua parte, mai dalla nostra». Perché? «Non lo so, non riesco a capirlo...». Non ha mai chiesto a sua madre perché non vi aiutava? «Non mi ha mai dato spiegazioni. Ho parlato con lei, ho provato a ragionarci. Le dicevo ”perché papà fa così, perché fa queste cose?”. Ma era inutile: lei mi gonfiava di botte». Anche lei... «Sia lei che lui. Quando lo dicevo a lei, lo andava a dire al marito. E pure lui mi menava. Io non avevo alcuna difesa». Eppure lei e i suoi fratelli lo avevate denunciato. Poi avete ritrattato. «Eravamo terrorizzati e minacciati, da lei e da lui. Lei diceva: ”Tu non devi mettere tuo padre in mezzo ai ’casini’ se no ti ammazzo: io ti ho fatto ed io ti levo dal mondo...”. Era questa la frase che mi diceva sempre». E suo padre? «Mi diceva che ero la sua fidanzata, che era meglio con me che con la moglie. E che se succedeva qualcosa, dovevo dire che era stato mio fratello. Io gli dicevo di no, che non avrei mai accusato mio fratello. E lui mi menava». Lo crede capace di uccidere un bimbo? «No, questo no. Ma penso che qualcuno di noi potesse fare la fine del povero Simeone. Pure con Danilo ha fatto certe cose...».
• Ha parlato con altri delle violenze? «Ne ho parlato con i miei fratelli. Non si è salvato nessuno, maschi e femmine. E poi a scuola, con la maestra: le ho detto di farmi portare via perché non ce la facevo più a stare a casa. E sono andata in istituto (è stata ospitata in un orfanotrofio, ndr), dove sono stata due anni». Però, è tornata a casa. «Sono stata costretta a tornare, per le minacce che lei mi faceva. Mia madre mi diceva che dovevo tirare fuori mio padre dai ”casini”. E aggiungeva la solita battuta: ”Come ti ho fatto, ti levo dal mondo”». E poi, quando è uscita dall’istituto? «Mi è venuto a prendere lui. E il giorno stesso, mi ha portato in un canale e ha voluto fare gli sporchi comodi suoi un’altra volta. E io sono stata costretta a farlo. Avevo firmato le carte per uscire e nessuno mi poteva riprendere. Io gli ho detto: ”Papà, non mi va di fare queste cose. Perché lo fai?” E lui mi rispose: ”Voglio fare l’amore con te”. Avevo pensato, sperato che fosse cambiato. Invece... Sempre peggio, sempre peggio. Con le minacce, con le botte». Alla fine, ce l’ha fatta a scappare. «Ho trovato la forza. Lui voleva sempre fare quelle cose, mi sono ribellata. E lui ha detto: ”Vai, vai. Tanto la strada buona la trovi”. Ormai, però, eravamo nel ’94... Sono scappata di casa. Ho chiesto a mia madre quarantamila lire. Lei mi ha dato uno schiaffo: sono uscita dalla porta e sono andata in chiesa per farmi dare i soldi e ritornare in istituto». In istituto, di nuovo? «Sì, lì ero felice. Lavavo i piatti, aiutavo in cucina, preparavo i tavoli, pulivo il pavimento nei dormitori... Adesso l’hanno arrestato e io sono libera, libera».