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 1997  giugno 30 Lunedì calendario

Per chi ama Goffredo Parise la questione delle date del suo romanzo postumo L’odore del sangue non ha rilevanza

• Per chi ama Goffredo Parise la questione delle date del suo romanzo postumo L’odore del sangue non ha rilevanza. Potrebbe importare se ci fosse un quiz sulle priorità (dunque eventuali ispirazioni o plagi?) rispetto ad altri libri di autori notevoli, nei medesimi anni. Ma nei confronti d’avvenimenti di cronaca, no problem. L’interesse grandissimo - come per gli inediti degli altri amici colleghi molto amati, e mancati troppo presto: Pasolini, Calvino, Testori, Manganelli - si fissa piuttosto all’interno dell’opera e dell’animo dello stesso autore amico. Parlandoci fra scrittori, come abbiamo sempre fatto sui rispettivi romanzi, senza farci delle filologie reciproche, per tutta la nostra vita dalla giovinezza alla morte.
• I Sillabari sono stati pubblicati nel 1972 e nel 1982. E sono libri volutamente distaccati e rétro, dove la grazia è stile che attenua il dolore, delicatissimo e melanconico e argenteo, e le memorie recuperate dei modesti anni Trenta prendono finalmente congedo senza lacerazioni. Una serenità lievemente crepuscolare, di una riuscita poetica eccelsa: come diceva Flaiano di Comisso, Goffredo li ha scritti a «come su seta». Ma allora, adesso, come nel caso del Pascoli che faceva i versi latini su un tavolo e gli italiani su un altro, Goffredo aveva diviso non solo i tavoli ma lo stile e l’anima? Su una scrivania il distacco, e contemporaneamente su un’altra il rovello drammatico? (Come per Testori: la fissazione religiosa qua e accanto la sanguinosità lutulenta).
• Ma il tema - la solita crisi dell’intellettuale provinciale a Roma la solita crisi della coppia locale a Roma, la solita gelosia coniugale romana tra tediose discussioni sulla Rai in pizzeria e melensi telefilm in tinello, soprattutto fastidi, e mai un’evasione verso qualcosa di interessante o piacevole parrebbe soffocante e inerte come negli ultimi romanzi clonati di Moravia: dove tutta una lunga esperienza di cultura e impegno internazionale sembra immiserita nel tormentone se la parrucchiera la dà o non la dà al ragioniere e all’ingegnere. Mentre la vita vera dei narratori alla romana, secondo il tamtam delle megere in carriera, sarebbe molto più divertente. Lei torna a casa tutta strapazzata e zozza. Lui non aspetta altro. «Anche stasera, quelli?». «Peggio che ieri e l’altro ieri». «E cosa t’hanno fatto, oltre al culo?» «Fosse solo quello». «Ce lo avevano grosso?». «Da cavallo, da gorilla. Il triplo del tuo. Uno poi ..». «Sul cassonetto della monnezza come al solito?». «Sopra, sotto, dappertutto, un casino, un macello». «Ma non è ancora niente, vero?» «E te ce credo, sapessi cosa m’hanno fatto dopo!». Insomma, questa è vita dottò. E invece nella narrativa, la noia. Sotto la maledizione della narrativa italiana: la difficoltà di uscire dall’autobiografia, dall’appartamento, dall’infanzia, dalla famiglia. Con Goffredo, invece, contemporaneamente a L’eleganza è frigida (reportage ”cool” dal Giappone), le scopate e i pompini sono torridi, sotto quel mito e feticcio Cazzone che aveva soggiogato anche Fellini, nella Città delle donne. Enorme, sempre duro, capace di cose da pazzi, signora mia e che male. Ahi, ahi. E appartiene a un picchiatore nero (nel senso di fascista, non di immigrato vuccumprà). Ma sarà veramente un trip latino e pagano, e poi controriformisti e cattolico, e magari paterno e divino, e del Duce, e di Edipo, e del branco per gli inevitabili rigiri e trambusti romani e freudiani, magari di Rimini? Dopo tutto, anche in tanta narrativa americana protestante e puritana il cazzone smisurato per la moglie insaziabile appartiene a un nero che là non è un fascista della Balduina ma un pugile o spacciatore di Harlem o del Bronx e spinge il bianco o la bianca intellettuale in crisi ad abiezioni abominevoli e pensosissime fra le discariche abusive. (Anche Jean Genet di passaggio, in adorazione delle Pantere Nere, quando erano favoleggiate di terrorismo). Mentre i gay sodomiti ”trendy” o ”square” li vestono alla moda, li sfoggiano nelle discoteche, li trascinano alle sfilate esclusive, e se non si arriva al delitto o all’Aids vivono nel successo dei sarti e cantanti trasgressivi e soddisfatti e benedetti da Madonna. Magari con moglie ornamentale-come i più popolari beniamini del pubblico.
• E non solo fra papisti e fra calvinisti. L’Edipo del cazzone paterno primario poi ricercato e temuto fino ai sottoprodotti di Woody Allen è un tipico frutto avvelenato della psicoanalisi ebraica, più che delle marchette ateniesi o ciociare. E invero, anche da noi, sembra improbabile immaginare frotte di borgatari rock che scendono dalle moto e dai fuoristrada e dai vaffanculo per sdraiarsi ansiosi sui lettini degli ”strizzacervelli” . Quindi il lettore curioso può domandarsi perché mai l’io narrante ai Goffredo abbia deciso di identificarsi con uno psicoanalista in dialogo con un altro psicoanalista, quando nei concetti e nei termini della professione i due paiono simili a due avvocati incerti sulle differenze fra i codici di procedura penale e civile. Rimangono, per l’ingenuo vegliardo, alcune curiosità. Perché non si celebra mai anche qualche cazzone di sinistra? E come mai tante migliaia o milioni di cazzoni italiani corrono invece dietro ai transessuali e ai travestiti, su quei deplorevoli viali del vizio? E sarà per razzismo o per centimetraggio che si trascura totalmente il sesso giapponese? Eppure la minaccia ”gialla” imcombe: basta che un ministro a Tokyo accenni per la prima volta alla possibilità di vendere in blocco i loro titoli pubblici americani, e l’indice di Wall Strett crolla di duecento punti. Altro che «metterlo nel sedere». Tutti i giornali del mondo, tranne i nostri, si allarmano in prima pagina. Ma Goffredo ha centrato un tema antropologico eterno, da noi. Come dopo il Sessantotto con gli pseudo-terroristi e brigatisti, le nuove generazioni di picchiatori d’ogni colore che vivono coi genitori hanno un solo scopo nella politica: trovare una signora che gli prepara la cuccia e riempie il frigorifero. «Gnente gnente», poi, magari, se la scopa pure.