Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 giugno 1997
La Roche, gigante della farmaceutica elvetica, ha acquisito il controllo della tedesca Boehringer Mannheim
• La Roche, gigante della farmaceutica elvetica, ha acquisito il controllo della tedesca Boehringer Mannheim. Con tale acquisizione la nuova Roche si colloca al quinto posto come quota del mercato mondiale dei farmaci e dei prodotti per la diagnostica. Al secondo posto, nella stessa graduatoria, si trova un altro colosso svizzero, la Novartis, nata poco più di un anno fa dalla fusione tra Ciba e Sandoz.
• Questa notizia di ieri segna di fatto l’uscita dell’Italia - un Paese otto volte più grande della Svizzera - da un altro settore chiave della ricerca e delle tecnologie contemporanee. A fronte di tali concentrazioni, notava ieri un commentatore del ”Sole 24 ore”, tutta l’industria farmaceutica italiana non è in grado di spendere in attività di ricerca nemmeno quanto spende una sola delle prime dieci aziende in classifica. Il guaio è che questo ormai vale in pratica per tutte le tecnologie che domineranno l’economia dei primi decenni del XXI secolo: microelettronica, avionica, fotonica, nuovi materiali organici e inorganici, sistemi di telecomunicazione, produzione di software, nanotecnologie e, appunto, la farmaceutica. In tutti questi settori di ricerca e di sviluppo tecnologico, dove la ricerca di base è assolutamente indistinguibile dalla ricerca applicata, vale il rapporto 1:10, nel quale 1 corrisponde grosso modo a 1000 miliardi. Ciò significa che per inventare e brevettare un nuovo prodotto, in tutti i suddetti campi, occorre una cifra che si aggira sui 1000 miliardi. Dopodiché bisogna investire 10 volte tanto, cioè 10 mila miliardi, per trasformare l’invenzione brevettata in un prodotto maturo per il mercato. Il tutto in presenza del rischio che nel corso del suo sviluppo, che può richiedere parecchi anni, un prodotto che prometteva meraviglie si riveli un insuccesso. E quando questo succede, addio investimenti.
• L’amara realtà italiana è che in tutti i settori ricordati sopra v’è da temere che non esista più, o non possa mai più crescere, una sola azienda dotata dei mezzi finanziari, dei laboratori di ricerca, della tenuta organizzativa e manageriale a lungo termine che le permetta di investire da 10mila miliardi in su nella ricerca di prodotti che potrebbero anche non arrivare mai sul mercato. D’altra parte le cifre parlano chiaro: l’Italia, secondo dati della Oecd, spende in ricerche e sviluppo meno della metà della Francia, un terzo della Germania, un sesto del Giappone (che ha una popolazione appena doppia della nostra) e un quindicesimo degli Stati Uniti.
Essere gli ultimi della classe nel campo della ricerca e dello sviluppo di nuove tecnologie, dirà qualcuno, non è poi un dramma. Ci restano pur sempre il turismo, il made in Italy, i beni culturali, e la piccola impresa capace di esportare qualunque cosa in qualunque Paese del mondo. Il fatto è che nei prossimi vicinissimi decenni l’occupazione, i redditi sicuri, i lavori qualificati e puliti, le spinte innovative ai modi di lavorare e alla scuola, verranno tutti, senza quasi eccezione, dallo sviluppo delle tecnologie, richiamate sopra. E a tutto ciò, ovviamente, si accompagnerà il potere economico, il peso politico, e l’influenza culturale.
• I Paesi che saranno fuori da questo giro si divideranno le briciole. Magari grasse, ma briciole.
E lo Stato, che fa? Una cifra basterà per dare l’idea. Il ministero dell’Università e della ricerca scientifica si accinge a distribuire tra tutti gli atenei italiani i fondi per il cofinanziamento dei programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale. Somma disponibile a tal fine: 150 miliardi (e meno male che il ministro è riuscito a ottenere un aumento: l’anno scorso erano 90). Le università, per poter utilizzare tali fondi, dovranno aggiungerne all’incirca altrettanti: fanno così 300. Aggiungiamoci ancora 200 miliardi per gli stipendi dei docenti e per altre spese generali che non sono contabilizzate in tali fondi. Si arriva in tal modo a un totale di 500 miliardi circa. Che è grosso modo quanto occorre per arrivare in un anno a una singola invenzione brevettabile e concorrenziale in una sola tecnologia di punta. Il confronto è ingeneroso, ma conviene farlo per avere un’idea della posizione in cui ci troviamo; i brevetti delle imprese transnazionali che si collocano ai vertici delle tecnologie del XXI secolo sono in complesso migliaia l’anno.