Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 19 maggio 1997
Da un po’ di tempo in qua sono oggetto di quasi quotidiane attenzioni da parte di qualche iscritto all’ordine dei giornalisti per via di una frase contenuta in un libro-intervista a cura di Marco Travaglio, in cui, rispondendo ad una domanda dell’intervistatore, testualmente dicevo: «quello immediatamente successivo all’arresto è un ”momento magico” nel senso che l’arrestato si preoccupa meno della solidarietà nei confronti dei correi e più della rapida conclusione della sua avventura»
• Da un po’ di tempo in qua sono oggetto di quasi quotidiane attenzioni da parte di qualche iscritto all’ordine dei giornalisti per via di una frase contenuta in un libro-intervista a cura di Marco Travaglio, in cui, rispondendo ad una domanda dell’intervistatore, testualmente dicevo: «quello immediatamente successivo all’arresto è un ”momento magico” nel senso che l’arrestato si preoccupa meno della solidarietà nei confronti dei correi e più della rapida conclusione della sua avventura». Questa frase, citata per lo più in modo inesatto e incompleto (e cioè omettendone tutta l’ultima parte) è stata trasformata in una sorta di massima per cui «la carcerazione preventiva è un momento magico». Secondo il relatore per la Giustizia della Bicamerale, Marco Boato, è «agghiacciante». E certamente, se avessi parlato della carcerazione preventiva come di «un momento magico», potrebbe pure avere ragione. Invece ho parlato del «momento immediatamente successivo all’arresto», che esprime un concetto ben diverso. Si tratta infatti del momento che intercorre tra la materiale esecuzione dell’arresto e l’ingresso in carcere: che è quello in cui l’arrestato innocente altro non desidera che essere il più presto sentito dal pm che indaga (per potersi difendere e far valere le sue ragioni) e quello colpevole è più disponibile a infrangere qualche vincolo omertoso o a uscire, secondo la terminologia sabauda, da rispettosa e doverosa riservatezza. In passato, questo momento si è rivelato assolutamente fondamentale e decisivo in procedimenti per fatti delittuosi atroci, i peggiori che le menti umane siano riuscite e riescano a concepire. Adesso non è più possibile (tranne che nel caso assolutamente eccezionale, di arresto in flagranza). Mi limito a qualche esempio, frutto non di fantasia ma di concreta esperienza vissuta.
• Caso 1. Una organizzazione criminale riduce in stato di schiavitù, torturandola, seviziandola, e obbligandola a prostituirsi una giovane donna. Per piegarne la volontà ai propri disegni criminali le tengono sequestrato il figlio di pochi anni. Gli inquirenti riescono ad individuare i carcerieri della madre, ad ottenere dal giudice il provvedimento di cattura, ad arrestarli. A questo punto, che si fa? Stando alla disciplina introdotta con la legge sulla custodia cautelare del 1995, nessuno, dico nessuno, né magistrato né tanto meno poliziotto può interrogarli immediatamente per chiedere dove si trovi il bambino e chi siano i complici: neppure in presenza dei difensori, neppure registrando l’interrogatorio, neppure con tutte le garanzie inventate ed inventabili di questo mondo. Gli arrestati debbono essere prima tradotti in carcere, il Gip deve procedere, entro cinque giorni, al cosiddetto «interrogatorio di garanzia» (che, di per sé, non consente domande sui complici ancora non individuati) e solo dopo è finalmente concesso al pubblico ministero effettuare ”I’interrogatorio investigativo”, quello diretto a sviluppare le indagini, liberare il ragazzino, scoprire i complici. Che intanto hanno avuto tutto il tempo di dileguarsi unitamente alla loro ”preda”. E tutto questo perché? Perché si ha il timore di poter incivilmente sfruttare il ”momento magico” che, prima dell’ingresso in carcere (dove chi abbia disponibilità a confessare e collaborare ne passa ben altri, di ”momenti magici”, che gliene fa passare subito la voglia), potrebbe anche indurre l’arrestato a far liberare il bambino ed arrestare i complici. Adesso questo ”pericolo” non c’è più: ma nessuno si scompone.
• Caso 2. Si cattura - sempre sulla base di misura cautelare - uno dei telefonisti di una associazione dedita a sequestri di persona a scopo di estorsione, con sequestro ancora in corso. Quid faciendum? Prima, lo si interrogava (con tutte le garanzie, beninteso) subito; adesso, sempre per non sfruttare l’eventuale ”momento magico”, si aspettano cinque giorni. Intanto i carcerieri hanno tempo e modo di spostare il rapito e di metterlo ”in salvo” dalle forze di polizia che, non si sa mai, potrebbero anche liberarlo. Certo, adesso si fa così. Per civiltà giuridica. Ma vallo a far capire a quei testoni dei figli o dei genitori della vittima che non riescono a persuadersi che è bene così.
• Caso 3. Un grosso boss mafioso appena arrestato chiede, nel ”momento magico” dell’arresto, di essere interrogato subito dal magistrato (e solo dal magistrato) inquirente, prima di essere tradotto in carcere, perché vuole collaborare, far arrestare dei latitanti, far scoprire (letteralmente) dei cadaveri, sventare degli omicidi già in fase di esecuzione, ecc. ecc. E avverte che domani sarebbe sicuramente troppo tardi. Che si fa? Ieri, si è potuto interrogare e il ”domani” non è arrivato troppo tardi. Oggi, non più. Sempre per civiltà giuridica. Ma per fortuna i futuri morti ammazzati non lo sanno e non possono protestare. E perciò di loro nessuno si cura.
Per loro non ci sono ”momenti magici”, ma solo ”momenti tragici”: che non permettono non dico la rivendicazione o la protesta, ma neppure il lamento. Per loro non c’è un 41-bis da ”umanizzare”. Per loro non c’è chi si ”agghiaccia”. Giustamente tali emozioni supreme vanno riservate non ai commissari Calabresi assassinati ma ai loro assassini (giudicati tali da sentenza passata in giudicato e pronunciata in nome del popolo italiano).