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 1997  marzo 10 Lunedì calendario

Un vento gelido, inusuale per una Roma ormai marzolina, ci spinge dentro gli androni di quel surreale Palazzo della Civiltà del Lavoro che torreggia sulla collina dell’Eur

• Un vento gelido, inusuale per una Roma ormai marzolina, ci spinge dentro gli androni di quel surreale Palazzo della Civiltà del Lavoro che torreggia sulla collina dell’Eur. C’è una mostra, là, intitolata ”Dialogo nel buio: una metafora - si annuncia - dell’universo dei non vedenti”. Una mostra dove non si vede niente. Qualcuno ci accoglie sulla soglia di un corridoio buio. Ci consegna un bastoncino bianco. Ci avvia lungo un percorso ovattato raccomandando di tenerci al mancorrente. La penombra si fa oscurità, l’oscurità si fa tenebra.
• Siamo ciechi. D’improvviso siamo diventati ciechi. Procediamo a tentoni agitando - basso - il bastone, agguantando l’aria con le mani, dialogando con il buio. Ed ecco che qualcuno compare, no, non compare, giacché è notte - ma qualcuno ci dà la voce, ci rassicura. Antonio. Dice di essere Antonio. Non abbiate timore - dice - voi non siete ciechi, avete solo lasciato gli occhi fuori per un momento. un gioco, una simulazione, un presagio. Un rimorso. Basta fare qualche passo avanti o indietro e potrete tornare alla luce. Ma io, cieco, mi offro di guidarvi. Sarò la vostra vista: i miei occhi ciechi per i vostri occhi sani. Non c’è più il mancorrente. Non c’è più la parete. Siamo in mezzo al buio, confitti nel buio: ritti, oscillanti, protesi. Uno sgomento ci assale. Muoviamo piccoli passi da bambino su un fondo ghiaioso. Sentiamo uccelli cinguettare, stormire le fronde di un albero. Dove siamo? Che luogo è? Tendiamo la mano e tocchiamo qualcosa che somiglia a un tronco, alla rugosa corteccia di un albero. Bravo, è proprio un albero, ci incoraggia la voce di Antonio, come si fa coi bambini.
• Più in là non c’è ghiaia: è terra, sono zolle di terra, forse teneri ciuffi d’erba. Attenzione, conviene tornare al percorso ghiaioso, che crocchia sotto le suole delle scarpe. Poi si sente il quieto crosciare di una fontana, lo scorrere dell’acqua sotto un ponticello, attenzione a non bagnarsi, a non inciampare nella vasca, a non infilzare i vicini con la punta del bastone. La vista è importante ma non è tutto: usate il tatto, l’odorato, l’udito... Si varca una porta e tutto cambia: non più uccelli e fontane ma motori, sirene, rumori assordanti che giungono da ogni direzione. Sembra d’essere al centro di una pista d’automobili. Il bastone picchia contro oggetti metallici, ci imbattiamo negli ostacoli più diversi: catene, barriere, vasi, cassoni. Avanzare, arretrare, aggirare, salire e scendere gradini e gradoni... la città. La metropoli come abbiamo saputo costruirla. Con la sua aria fetida, i suoi rumori insolenti, i suoi ”arredi” insidiosi. Riconosciamo i rumori e Antonio dice: bene; ritroviamo il percorso e dice: bene; aggiriamo un ostacolo e dice ancora: bene, bene.
• Ancora un cambio, uno stretto passaggio e siamo fuori dal labirinto oppressivo. Eccoci in un luogo di differente urbanità, di socialità meno feroce: un caffè. Possiamo sedere, e senza difficoltà troviamo lo sgabello. Possiamo bere una bibita e senza timore ci affidiamo alla perizia tattile del barman. Dobbiamo pagare il conto e ci facciamo aiutare dalla cassiera. Possiamo persino accogliere l’invito di Antonio ad andare in terrazza, salendo una rampa di scale con qualche allegria. Non potremo godere del panorama ma potremo immaginarlo ampio, aperto, quieto. Ci sediamo su una panchina. Parliamo nel buio. Antonio ci osserva. Sentiamo che ci osserva con i suoi occhi ciechi. Con essi ci interroga, lui solo capace di vedere in questa oscurità, di riconoscere i passi falsi, i falsi pensieri. davvero così estraneo un cieco? Davvero è così ”diverso”, così remoto alla vostra ”normalità”? E può bastarvi la vista, da sola, o non ve ne servite, forse, come una coltre che smorza gli altri sensi e finisce per annebbiare la verità? E chi è diverso da chi? Si deve fare l’esperienza del buio per vederci più chiaro, si deve entrare nella tenebra per muovere qualche passo verso se stessi. Possono aiutarci Omero e Borges, Shakespeare e Pascal, Sofocle e Machado. Ma può aiutarci anche il bastoncino di Antonio, e la sua voce adolescente, e questa ”mostra” piena di buio che illumina pigrizia e preconcetti. Già molti, in Germania dove è nata, ma altrove in Europa e poi in America dove viaggia da alcuni anni, se ne sono serviti. Che serva anche da noi: che i non vedenti riescano nel prodigio di farci aprire gli occhi.