Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  febbraio 10 Lunedì calendario

Premetto che non faccio parte della cosiddetta lobby degli ex di Lotta Continua

• Premetto che non faccio parte della cosiddetta lobby degli ex di Lotta Continua. Nel 1972, quando venne assassinato Luigi Calabresi, ero un giornalista de l’Unità iscritto al Pci. Non nutrivo alcuna simpatia per i gruppi extraparlamentari. Il mio sentimento era tutt’altro. Avevo imparato a detestarli nel corso delle assemblee universitarie del 1968, dove mi capitò spesso di sospettare cosa sarebbe potuto accadere in seguito. Ho diffidato sempre di quei compagni. Respiravo la rozzezza, la violenza, la malafede, la demenza, l’opportunismo di molti di loro. Ma riconosco che non ebbi mai un’intuizione folgorante come quella di Paolo Zaccagnini. Zaccagnini, già attore nei primi film di Nanni Moretti e oggi giornalista al Messaggero, militava all’epoca in una formazione anarchica. Ebbene un giorno, durante una di quelle assemblee, Paolo si alzò all’improvviso, prese la parola e disse più o meno così: «Cari compagni, ho avuto una visione. Vi ho visti. Vi ho visti nel futuro. Ora so chi siete veramente. E ho capito come andrà a finire. Tu diventerai ministro, tu sottosegretario, tu sindaco, tu assessore, tu ambasciatore, tu portaborse. Andrete tutti al potere. E ce lo metterete nel culo. Alla faccia del proletariato oppresso. Addio compagni». Ciò detto, Zaccagnini girò i tacchi e uscì per sempre dal movimento.
• Io non ho mai avuto, ripeto, un momento di grazia come quello di Paolo Zaccagnini. E, infatti, non esito a confessare che anch’io fui tra coloro che non versarono una lacrima, quel giorno del 1972, per la morte del commissario Calabresi. Quando appresi la notizia dell’omicidio, ricordo che dissi una frase («Anche i boia muoiono») di cui da parecchio tempo mi vergogno. Tuttavia, è utile ricordare che molti giovani di sinistra, a prescindere dall’appartenenza ai gruppi extraparlamentari o al Pci, quel giorno fecero commenti analoghi al mio. Perché più o meno tutti, allora, identificavamo in Luigi Calabresi l’assassino dell’anarchico Pinelli. Da quel giorno, è trascorso ormai un quarto di secolo. Nonostante la sentenza definitiva della Cassazione, io contmuo a non sapere se, come e perché Adriano Sofri avrebbe ordinato l’omicidio del commissario Calabresi. Del resto, io continuo anche a non sapere se, come e perché l’anarchico Pinelli si sarebbe spontaneamente buttato dalla finestra. In tutti questi anni, non abbiamo mai smesso di cercare la verità. Credo di poter dire, senza offendere la magistratura, che non 1’abbiamo trovata. Ma, intanto, noi siamo cambiati, la società è cambiata, tutto è cambiato. Quando pensiamo a ciò che pensavamo allora, spesso ci assale il rimorso o perlomeno il senso del ridicolo. Quando ci viene ricordato che il commissario Calabresi venne assassinato sotto casa mentre saliva, solo soletto, a bordo della sua Cinquecento, abituati come siamo alle scorte armate e ai macchinoni blindati, quell’omicidio ora non ci pare vero e neppure verosimile.
• Tutti siamo cambiati. Ma più di tutti sono cambiati i protagonisti del «Caso Calabresi». Adriano Sofri non è mai diventato né portaborse, né sottosegretario, né assessore. Adriano Sofri è oggi uno dei rari intellettuali coraggiosi in un paese dove il coraggio e la cultura disgraziatamente scarseggiano. Se l’ltalia ha fatto la sua parte a Sarajevo e in Cecenia lo deve soprattutto a lui. Quanto ai familiari del commissario Calabresi, anche loro sono profondamente cambiati. Hanno ottenuto una sentenza che forse placherà il loro instancabile dolore ma hanno anche detto in modo inequivocabile che non nutrono alcun desiderio di vendetta e che pertanto non si opporrebbero ad una eventuale richiesta di grazia. Però, noi sappiamo bene che Sofri, Pietrostefani e Bompressi non chiederanno mai la grazia. E hanno ragione a non farlo. A mio avviso, non è giusto che Sofri, Bompressi e Pietrostefani chiedano la grazia perché l’assassinio di Luigi Calabresi riguarda tutti noi, nessuno escluso, che facevamo parte della cosiddetta generazione del Sessantotto. Quindi, io vorrei lanciare una proposta. Una proposta seria. Magari priva di fondamenti giuridici. Ma seria. Estremamente seria.
• Sofri, Bompressi e Pietrostefani debbono scontare, complessivamente, circa sessant’anni di carcere, che data l’età equivale a una condanna a morte. Sessant’anni sono più di 700 mesi, più di 3000 settimane. Ecco la proposta. Io sono disposto ad andare in carcere una settimana o un mese al posto loro. Lo dico seriamente. Sono pronto a farlo. E credo che non sarei il solo. Se altri, come me, desiderano dare un taglio a un passato che oggi ci appare soltanto tragico e lontano, possiamo farcela. So bene che nessun tribunale accetterà una proposta del genere. Ma se noi in carcere ci andremo comunque, eleggendo un luogo di detenzione che per l’opinione pubblica avrà valore comunque, possiamo farcela. Sul serio.