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 1998  luglio 20 Lunedì calendario

La morte del presidente Sani Abacha, avvenuta lo scorso 8 giugno, e quella del suo avversario Moshood Abiola, il 7 luglio in carcere, hanno causato gravi disordini in tutta la Nigeria e fatto salire il prezzo del greggio da 12,75 a 13,12 dollari per barile

• La morte del presidente Sani Abacha, avvenuta lo scorso 8 giugno, e quella del suo avversario Moshood Abiola, il 7 luglio in carcere, hanno causato gravi disordini in tutta la Nigeria e fatto salire il prezzo del greggio da 12,75 a 13,12 dollari per barile. Lo sfruttamento delle risorse nigeriane venne iniziato nel 1959 dalla Shell, principale multinazionale fra quelle presenti nel paese (l’italiana Agip partecipa al 10,4 per cento nel progetto di sfruttamento di enormi giacimenti di gas liquido, valore complessivo dell’impresa: 3,8 miliardi di dollari, uno dei principali clienti sarà l’Enel). Nuovo leader è il giovane (56 anni) generale Abdulsalam Abubakar: gradito agli Stati Uniti, ha anche ottenuto la fiducia dell’Onu. La Nigeria con 2 milioni e duecentomila barili al giorno è il quinto paese produttore di petrolio dell’Opec, il settimo del mondo e il più importante produttore petrolifero africano: è anche il quinto fornitore degli Stati Uniti (ne acquistano il 45 per cento della produzione petrolifera) e la seconda potenza economica dell’Africa subsahariana dopo il Sudafrica. Il petrolio rappresenta il 90 per cento dell’export nigeriano: il prezzo corrente del barile, più basso rispetto alle previsioni, sta aggravando il debito estero di Lagos (attualmente è di 35 miliardi di dollari). [1]
• per cento dei ricavi petroliferi nigeriani finisce in mano a membri del governo: il sistema della corruzione faceva capo al defunto presidente. Quando nel 1993 succedette a Ibrahim Babangida, Sani Abacha fondò cinque società petrolifere: teneva per sé i ricavi di una di esse, divideva quelli di altre tre con l’uomo d’affari libanese Gilbert Chagoury, concedeva all’ex presidente Babangida quelli dell’ultima. Dopo aver chiuso le quattro raffinerie che alimentavano i consumi interni, Abacha si diede ad importare petrolio tramite le sue società (4,4 milioni di tonnellate di petrolio raffinato importate nel 1994-95, benzine di qualità scadente dannose per la salute e i macchinari) trattenendo per sé il 90 per cento delle commissioni. Pretendendo inoltre prezzi maggiorati del 6 per cento riuscì a guadagnare più di 800 mila dollari sul carico di ogni petroliera (incassava circa 10 milioni di dollari ogni quindici giorni). Le somme in dollari venivano poi trasformate dall’affarista libanese in naira (la valuta nigeriana) acquistate al mercato nero e usate per comprare dollari al tasso ufficiale realizzando guadagni del 400 per cento.
• L’Angola produce 30 milioni di tonnellate di petrolio e 561 milioni di metri cubi di gas l’anno per un valore complessivo di 4 miliardi di dollari ed è il secondo produttore di petrolio africano dopo la Nigeria (alcuni giacimenti recentemente scoperti potrebbero triplicarne la resa nei prossimi dieci anni; gli idrocarburi rappresentano il 95 per cento dell’export angolano e la metà del Pil). Il presidente francese Jacques Chirac ha visitato la capitale Luanda dal 25 al 30 giugno scorsi per favorire l’Elf-Aquitane (dopo la britannica Chevron la maggior produttrice di petrolio del paese e in concorrenza con la connazionale Total), sua intenzione assicurare alla compagnia francese le nuove concessioni petrolifere. Il petrolio angolano rappresenta un quarto della produzione complessiva del gruppo Elf (il Paese è attualmente il terzo fornitore petrolifero di Parigi e intende diventare il primo entro il 2000).
• Nel Sudan è in corso da 17 anni una guerra civile già causa di un milione e 400 mila morti: lo Spla (Sudan People’s Liberation Movement ) dei ribelli cristiano animisti del sud combatte contro il governo centrale islamico. Motivo: il controllo del sud del paese e delle sue risorse petrolifere. Lo sfruttamento dei pozzi sudanesi è condotto dalla compagnia canadese Arakis Energy Corp (con la State Petroleum Corporation, sua sussidiaria locale) che non potrà iniziare a pompare il greggio finché la zona di Bentiu, nella quale opera, non sarà sicura (la guerra costa così al governo sudanese un milione di dollari al giorno). Sia i governativi, impedendo l’arrivo degli aiuti internazionali, che i ribelli, bruciando i campi e distruggendo i magazzini, sfruttano la fame come strumento bellico. Mercoledì 13 luglio le parti hanno concordato una tregua di tre mesi.
• Lo scorso maggio il ministro sudanese per l’energia Awad Ahmed Eljazz ha annunciato l’inizio dei lavori di un nuovo oleodotto lungo oltre 1.500 chilometri che porterà il greggio di quattro pozzi di Pantio, nel Sudan meridionale, alla capitale Karthoum e di lì sino a Port Sudan, sul Mar Rosso: sarà terminato a metà del 1999 e trasporterà tanto prodotti raffinati quanto petrolio greggio. Attualmente il Sudan produce appena 18-20 mila barili al giorno e ne importa sino a 40 mila per soddisfare il consumo interno: a pieno regime la produzione sarà di 200 mila barili giornalieri. Nel novembre del ’97 gli Stati Uniti hanno sottoposto Karthoum a sanzioni commerciali per il suo coinvolgimento in attività terroristiche.