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 1997  settembre 08 Lunedì calendario

La nostalgia di un momento romano può comprendere un luogo, una luce, rumori, pensieri e svariate memorie, tra le quali, spesso, la puzza di pipì di gatto che di per sé non meriterebbe nostalgia, ma che pure appartiene al passato

• La nostalgia di un momento romano può comprendere un luogo, una luce, rumori, pensieri e svariate memorie, tra le quali, spesso, la puzza di pipì di gatto che di per sé non meriterebbe nostalgia, ma che pure appartiene al passato. E non dico che appartenga al bel mondo andato, perché il bello del mondo, secondo me, non se ne va, resta e semmai si rinnova, senza contare che la puzza di pipì di gatto può essere evocatrice di un bacio rubato e d’altre remote delizie, anche senza rientrare nell’estetica.
• Di certo, quel fetorino pungente che, fino a qualche anno fa, i gatti aggiungevano alle caratteristiche della vecchia Roma è svanito, sebbene i gatti ci siano sempre, e come è impensabile una Roma senza gatti, altrettanto impensabile è che i gatti di Roma non facciano più pipì. Ma qui urge una precisazione. Non sto dicendo che tutta Roma puzzasse di pipì di gatto: era il centro storico che presentava questo sottile segno olfattivo e non nelle sue strade di selci, neppure nei vicoli, fatta eccezione per i più angusti e umidi, bensì negli androni delle case, nei cortili, per le scale, sui pianerottoli, a Trastevere come al Rione Monti a Campo Marzio e via dicendo. E non solo nei tuguri oggi di lusso, anzi posso testimoniare di aver avvertito una volta la frequentazione di molti, ma molti gatti, in quel momento invisibili, anche tra gli stucchi e le statue della scala di un palazzo principesco. D’altra parte, ogni città ha i suoi odori e, tra questi, uno speciale, destinato alla memoria dell’uomo che vi soggiorna. Di una certa Londra, per esempio, ricordo scale e pianerottoli ricoperti di stuoie più o meno consunte e pervasi da un denso odore di cavolo bollito.
• Potrei dilungarmi sul fatto che anche i continenti hanno, in generale, ognuno il suo inconfondibile odore - l’Estremo Oriente di crisantemo e merda, il Medio Oriente d’anice e grasso di pecora bruciato, l’Africa di fiori di frangipane e sudore - ma torno ai gatti di Roma, oggi inodori quasi come certi fiori, diciamo le calle, gatti che, secondo il mio amico macellaio Pietro Stecchiotti, di via Panisperna, «nun magneno più come ’na vorta». E che mangiavano, una volta, i gatti? Innanzi tutto, per dura lex, sed lex (di natura), mangiavano i topi che oggi son loro a mangiarsi i gatti o poco ci manca. Poi avevano le pattumiere, ma gli sono state usurpate dai gabbiani transfughi del mare al catrame. Confidavano, tuttavia, sulle «gattare» che gli servivano gli avanzi di cucina, anche la pastasciutta collosa e il mezzo uovo sodo rinsecchito, ma che ora trovano più pratico e igienico portargli scatolette di quelle gelatinose prelibatezze per gatti, reclamizzate dalla televisione, in vaschette d’alluminio a termini di legge.
• Dalemiano di ferro (ma questo è un dettaglio), Pietro Stecchiotti non tiene in nessun conto topi, gabbiani e «gattare», ma punta all’interesse superiore della macelleria e dice: «’na vorta li gatti magnaveno pormone e trippa», che a dire: e allora sì che Roma puzzava della sua puzza, vivaddio, e invece si sbaglia perché non è la dieta dei gatti che ha deodorato Roma, bensì la disposizione comunale che li volle castrati. Francesco Luppi, nostro medico di famiglia, in quanto veterinario del mio cane Ciro, mi ha rivelato che il novantanove per cento dei gatti romani, accasati o randagi che siano, ha ormai subito la castrazione chirurgica, la quale, specie per quanto riguarda i maschi, infaticabili masturbatori che strofinano le chiappe sul muro fino a emettere acredine di urina e ormoni, è determinante ai fini dell’olfatto cittadino. La disposizione fu emanata per contenere l’eccessivo proliferare dei gatti, insostenibile per la comunità e addirittura per le «gattare», le più giudiziose delle quali si consorziarono per organizzare e finanziare castrazioni in serie, naturalmente in anestesia totale. In pratica: una volta, una cucciolata di gatti che risultasse incresciosa veniva soppressa, di solito per annegamento; oggi, no, oggi il micetto viene addormentato e, zacchete, quando si risveglia non è più in grado di riprodursi. Né di tramandare l’antico odore del centro storico. Niente paura per la specie: ci saranno sempre gatti capaci di sfuggire alla sorte impostagli dalla burocrazia e, quando arriveranno alla stagione dell’amore, con sollievo li sentiremo mugolare, urlare, soffiare, azzuffarsi sui tetti e per la strada, come appunto fanno i gatti quando si amano.
• Oggi, e non da ieri, l’odore che predomina a Roma, anche nel centro storico, è quello dei tubi di scappamento, al quale ci siamo abituati tutti, gatti compresi, con la differenza che noi sappiamo quanto sia velenoso, e i gatti no. Ripenso a un tempo lontano in cui Roma ebbe un odore speciale per il mio naso di ragazzino - e debbo averlo già raccontato, una volta - un odore vuoto, un non-odore, perché non c’era più nulla che potesse odorare: né motori per strada né macchine per l’espresso né pentole sui fornelli. Era la primavera del ’44, il momento di Roma città aperta, che era città impaurita, semideserta, paralizzata dal coprifuoco con il sole ancora alto. Tutto quello che potevi annusare, ogni tanto, era un velo amarognolo di fumo di legna, perché nelle case non arrivava più il gas, come non arrivava l’elettricità né l’acqua. Era l’odore del nulla e ce ne rendemmo conto d’improvviso poche ore dopo l’entrata degli americani, quando la città si colmò di odori densi, inebrianti: la benzina, le sigarette, il cibo, il sapone dei soldati, la pioggia di caramelle e cioccolata. Temo che, a quel momento, fosse sparita da Roma anche la puzza di pipì di gatto, perché erano mesi che i gatti la gente se li mangiava.