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 1998  ottobre 12 Lunedì calendario

Ma ti piacciono quelle donne lì? Chiese inorridito

• Ma ti piacciono quelle donne lì? Chiese inorridito. Io le amavo eccome, e glielo dissi. Si poteva essere meglio di quelle ragazze? Non si poteva. E allora quali donne desiderare? Come dovevano essere le donne alle quali stare aggrappati, non tanto per sognare ma per starci dentro, addosso, insieme, per mangiare un boccone, per far due chiacchiere, quattrocento chiacchiere, dopo averle amate fino alla nostra totale distruzione fisica e mentale? Nessuno di noi chiese più niente all’altro ma, dopo la sentenza di Alberto Giacometti, sul quale stavo scrivendo il mio libro, l’artista che amavo più degli altri, l’uomo che mi dava retta, come se fosse mio pari, voleva sapere, lui da me, cosa diavolo mi piacesse, e perché? E come doveva essere fatta una pianta, una montagna, la neve, una donna a letto, una donna ritta in piedi, una donna che cammina, una donna che attraversa una piazza: come doveva essere fatta? Come la faceva lui? Non esisteva una via di mezzo nella quale credere come nel Vangelo?
• Qualche tempo fa Giorgio Armani invitò Dario Argento, e me, a una sua sfilata in quel meraviglioso ampio teatro che sta nel suo palazzo di via Borgonuovo a Milano. La sera della sfilata Dario Argento stava seduto accanto a me e, ad un certo momento, poiché stavamo proprio sotto la pedana sulla quale sfilavano le belle ragazze vestite o svestite nel modo eletto in cui le sistemano i creatori di quei vestiti, Argento sussurrò: noi siamo proprio degli impotenti. Tutta questa bellezza. troppa. Se ci andasse bene, ma proprio se fossimo in una condizione di grande forma, ce ne potremmo fare una, massimo due. E le altre? La scure dell’impotenza veniva avanti verso di noi, poveracci, con una sicurezza che ci mise knock out. La sfilata andava avanti per conto suo e noi guardavamo, atterriti, tutte quelle ragazze che sapevano molto bene sfilare per Dario Argento, il quale avrebbe dovuto scegliere certi vestiti di Armani per un film. Dopo quella sua affermazione, infatti, a me vennero in mente tante cose fatte apposta per abbattermi, come quella frase che una volta mi disse Alberto Giacometti quando trovò, nella mia casa in via S. Andrea 5 a Milano, una rivista di moda.
• Qui sto zitto. Sono completamente privo e assente in fatto di religione. Ma le donne? Messe da parte la bellezza, la perfezione, l’aria assente, la freddezza, gli algori profusi a piene mani da quelle belle ragazze, dove mai ci saremo rifugiati per, non dico per stare in pace, ma per vivere tutti i giorni. Che faccia e che corpo dovevano avere le donne che si potevano frequentare, con le quali bere il caffè e addentare un croissant senza che la loro bellezza, a questo punto diventata impura delle bellissime ragazze che sfilavano, come se ce l’avessero soltanto loro e le altre niente? Giacometti, secondo il suo personale Vangelo, mi aveva dato una bella lezione. Mi piacevano quelle donne lì? Gli facevo pena. Mangiava e beveva il caffè con me, si guardava in giro ma quel suo sguardo insistente, che spogliava fino allo scheletro tutto quello che guardava quando si riferiva a una donna, a un corpo, a un paio di gambe, alle braccia e al modo di star seduti, in posa, come lui sistemava sua moglie Annette o la sua modella Caroline, avevano forse qualcosa di gradevole?
• Ci facevano, ci trasportavano a pensieri decisamente cruenti, eravamo fottuti al pensiero di non poterle abbracciare e poi spogliare di volata come avremmo fatto con le altre donne? Giacometti non mi parlò mai delle donne dipinte da Cranach, ma un bel giorno, quando avevo perso la testa per un pittore tedesco, Horst Janssen, che disegnava o faceva acqueforti e niente altro, mai, non faceva quadri dipinti perché, secondo lui, bastava e avanzava disegnare o incidere all’acquaforte, un bel giorno quando lui decise di fare un omaggio alle donne inventate da Carnach mi resi conto di desiderare delle donne fatte così. E prima di allora se mi avessero offerto, in un piatto, una donna di Cranach, pregandomi e ingiungendomi di addentarla e di portarmela a letto, io sarei morto dallo spavento. Che donne erano quelle là?
• In cima ai loro esili, storti corpi, tali da poter essere chiamati corpicini o corpiciattoli, c’era una testa decisamente sproporzionata, troppo grassa rispetto a quei corpicini magri, ossuti e decisamente dolenti. E io mi sarei dovuto agguantare una di quelle teste più grosse del corpo, quindi sproporzionate, per amarla e dirle la mia beatitudine di stare nella cuccia con lei? Ma per l’amor di Dio. Quella, dunque: se quella non era bruttezza poco ci mancava. Ma Horst Janssen risvegliò la parte di me che dormiva. E da allora la parte di me che dormiva incomincia a restare sveglia di fronte a quella che io, fermamente, credevo fosse bruttezza femminile e incominciai a declamare in sordina quanto avrei desiderato avere, accanto a me, una certa nuova bruttezza, nuova, sì, ho detto bene, nuova bruttezza che mi stava consolando di tante cose alle quali non avevo ancora mai dato peso. Se Giacometti si era stupito che perdessi la testa per le belle ragazze che facevano le modelle, se Janssen mi aveva spiegato, con i suoi disegni, che i corpi e le teste disegnate o dipinte da Carnach erano tra le più attraenti mai apparse, cosa diavolo ci facevo al mondo se non avevo, se non capivo che il desiderio, sommo, sta nell’inventare la bellezza che può nascere, dopo una sosta, dopo un lungo momento di scarsa intelligenza, nella necessità di considerare e quindi amare perdutamente anche la bruttezza, di farla diventare, di ottenere che diventasse una necessità quotidiana?