Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 1 giugno 1998
Possibilissimo che tra meno di dieci giorni lei sarebbe tornata a casa, lì al piano rialzato del palazzo, con una torta e quindici candeline, per festeggiare gli anni che avrebbe compiuto al cospetto del suo fidanzato-padrone
• Possibilissimo che tra meno di dieci giorni lei sarebbe tornata a casa, lì al piano rialzato del palazzo, con una torta e quindici candeline, per festeggiare gli anni che avrebbe compiuto al cospetto del suo fidanzato-padrone. Ma due mattine fa, lì al piano rialzato del palazzo, il mondo è andato in frantumi e con il mondo sono andati in frantumi la porta di entrata, le finestre che danno sul terrazzino. E il suo segreto. Tutto si è spalancato - con uomini armati che saltano dentro, grida, paura, velocità, manette - e infine tutto si è chiuso, sigillandosi sotto la cerniera delle sirene direzione Questura, con le agenzie che già battevano: «Arrestato superlatitante Pino Guastella, uomo d’onore, componente del ”gruppo di fuoco riservato” di Leoluca Bagarella». Ma aggiungendo una coda inaspettata: «Il killer è stato sorpreso con la sua convivente, una minorenne».
Così è saltata fuori - tra i denti della cronaca di mafia - la storia morbida del boss e della minorenne, lei 14 anni, in camicia da notte, lui 44 con la schiuma da barba sulla faccia. Lei ancora mezza addormentata e tremante, lui impassibile. Lei che dice piangendo agli uomini che la stanno portando via: «Lo amo». Lui che dice: «Fatela vestire. Lei è con me».
• una drammatica storia di solitudine, ma anche la storia di un grande amore, quella dei coniugi Ferrero. Un matrimonio durato 60 anni dal quale era nato un figlio, Giuliano, oggi ultrasessantenne e che, sposato, vive in via Isonzo. Ma con Giuliano da anni i rapporti si erano incrinati e non si frequentavano quasi più. E loro due, anziani, erano rimasti soli, dopo una vita di lavoro, in quel palazzone che si affaccia sul mercato. Lui ex operaio Fiat, lei ex impiegata Inps. Piemontesi di vecchio stampo, benestanti: l’alloggio, qualche terreno, un appartamento in affitto e un box con dentro la vecchia 112 bordeaux. «Ma nonostante due discrete pensioni - ricordano i vicini -, vivevano in modo modesto, risparmiando».
Maria Termi, classe 1904, era ormai bloccata da una labirintite che le creava da tre anni gravi problemi di equilibrio. «Non voleva più uscire», ricorda Elisa Pedrale, 24 anni, infermiera che vive nel palazzo e che spesso seguiva la coppia di anziani. «Non camminava più, aveva una brutta bronchite e un principio di demenza senile. Alternava momenti di lucidità a forti smarrimenti. Ma Oreste, pur sofferente di cuore, era lucidissimo e l’accudiva in tutto. Si volevano davvero bene, ma non davano confidenza a nessuno. Chiusi, diffidenti. Vivevano barricati in casa, con finestre e tapparelle abbassate, forse per timore dei ladri.
stata proprio lei, l’infermiera, a dare l’allarme giovedì pomeriggio. «Erano le 15 e 30 - ricorda -. L’inquilina che vive di fronte a loro era appena rientrata dalle ferie, come me. Abbiamo chiamato il 113».
Eppure c’era già stato un campanello d’allarme, quella notte di metà luglio, quando Oreste Ferrero fu soccorso in casa. «Venne il figlio, una persona mai vista - ricorda un’altra inquilina, Monica Davi-. Se ne andò poco dopo. Sollecitammo la guardia medica perché prendesse contatti con gli assistenti sociali. Quei due vecchietti avevano bisogno di una mano, qualcuno che li seguisse. Se così fosse stato, forse almeno la signora Maria sarebbe ancora viva. Ma nulla, da metà luglio, è cambiato».
• La ragazzina (com’è giusto) non ha nome, né identità. Ma si sa che è figlia di un uomo (presunto) d’onore, abbastanza altolocato da possedere un paio di supermercati e una pizzeria. E si sa che la sua relazione era nota e approvata - dalle famiglie e dalla Famiglia - sebbene con un uomo tre volte più grande di lei, ma scapolo, fedele, seriamente intenzionato. E (naturalmente) anche lui d’onore, trattandosi, per l’appunto, di Pino Guastella, capo mandamento di Palermo Centro, 3 anni di latitanza e 4 omicidi (presunti), preda di primo livello della sezione catturandi, inseguito, intercettato, fotografato e infine impacchettato: «L’azione è durata meno di un minuto - raccontava l’altro giorno il capo della Mobile Guido Marino -. Niente armi, nessuna resistenza. Ce lo siamo portato via a tutta velocità». E lei? Esitando: «Grazie al cielo non è nostra competenza... Se ne occuperà il tribunale dei minori... una cosa che proprio non ci aspettavamo, siamo rimasti senza parole». E in effetti ci vuole pazienza a trovare le parole per raccontare di lei, di loro due insieme: il dettaglio della storia inconciliato con la routine di queste faccende, l’imprevedibile che la vita svela. Anche se, sembra, questa non è affatto una storia di violenza e dominio, sebbene ci sia dominio e (giuridicamente) violenza. In un certo senso i due vivevano come fossero marito e moglie. In un certo senso la loro è una storia d’amore, per quanto mafia e latitanza, omicidi, sangue e omertà la virino al nero, nel nero di Palermo. C’era un incongruo film di Luc Besson, anno 1994, titolo Leon, che raccontava di un casto intreccio di vite tra un killer (che beveva latte, staccava teste, e coccolava la pianta sul davanzale) e una piccola sopravvissuta, Mathilda, 12 anni, che gli riempiva la solitudine, con la grazia della sua fragilità.
• Qualcosa di simile dev’essere accaduto lì al piano rialzato del quartiere Passo di Rigano, appartamento di mafia con forniture middle class: grande camera da letto, grande televisore, grande frigorifero e perfino cyclette perché lui usciva l’indispensabile, cioè quasi mai, ma si teneva asciutto per i suoi 44 anni e per i 14 di lei, la ragazzina, che non solo gli riempiva la solitudine ma pure gli teneva in ordine la vita, come fanno le mogli standard: ogni giorno la spesa, ogni giorno il bucato, ogni giorno la pasta. Lei perciò non andava a scuola. Non vedeva coetanei. Non faceva nulla di quello che dovrebbe fare una ragazzina di 14 anni. Nessuno (forse) scoprirà mai se lei sapeva esattamente cosa si portava dentro l’uomo a cui aveva regalato il cuore e l’adolescenza. Se sapeva (per esempio) che due volte Guastella aveva sparato in testa a Marcello Grado e Luigi Vullo sospettati di voler rapire il figlio di Totò Riina. Se sapeva (per esempio) che aveva personalmente strangolato Domingo Buscetta, nipote di don Masino. Se sapeva che avrebbe dovuto uccidere Arnaldo La Barbera, all’epoca questore di Palermo. Che avrebbe dovuto sequestrare il figlio di Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Che insomma, in una ventina d’anni, il suo fidanzato padrone era diventato uno dei boss di quella macchina da guerra, soldi, potere e macelleria, che è Cosa nostra.
• «Meno male che non dobbiamo occuparcene noi» dicono gli uomini della Mobile. La procedura prevede che lei ora venga riaffidata ai genitori. Probabile che non dimenticherà nulla dei mesi passati in quell’appartamento a cui faceva prendere aria, affacciandosi ogni mattina, dopo avere aperto le imposte. Probabile che ripenserà a lui, prigioniero di un altro mondo, senza badare a sé, prigioniera del suo. E tutto questo le sembrerà amore.