Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 27 aprile 1998
Era la notte del 24 marzo: uccise due metronotte, ferì Julio Castro alla pancia e a una mano
• Era la notte del 24 marzo: uccise due metronotte, ferì Julio Castro alla pancia e a una mano. Oggi, a Lorena dovrebbero far incontrare il rappresentante di La Spezia arrestato dai carabinieri per aver rapinato una prostituta. La polizia giura che non c’entra niente: «Ha sempre avuto i baffi». Se è così, quest’uomo è probabilmente solo un po’ sfortunato, perché s’è ritrovato addosso un mucchio di coincidenze: suo fratello ha un garage e un autonoleggio e ha pure una Mercedes blu scura con le due lettere iniziali della targa quasi uguali a quelle dell’assassino di Novi, lui ha una pistola a tamburo, ha proiettili scamiciati, è alto un metro e 80 come l’uomo dell’identikit, è un tipo molto atletico ed è cintura nera di karaté. Sono particolari che ritornano anche nel racconto di Julio Castro, un racconto fatto di orrori, di memorie confuse, di paure e di silenzi. Forse, non sempre di verità. Il suo mostro è «un tipo glaciale, deciso, professionale». Le mani sono «senza anelli». Gli occhi «cattivi». La sua Mercedes è di quelle quasi nuove, ma del penultimo tipo, senza i fari rotondi. Lui si muove come se fosse il killer di un commando: «Ha aperto la portiera, è sceso verso la Panda, ha la pistola in mano, è tranquillo. Per lui ammazzare è come bere acqua fresca». Così lo ricorda, Julio: « uscito dalla macchina, ha sparato, poi con calma ha spostato la Panda, e li ha finiti. Non ha mai perso la testa. Sempre freddo. Ha sparato un mucchio di colpi, non so quanti. E tutto in pochi secondi. M’è sembrato uno molto agile, allenato». Per questa memoria dice che non riesce più a vivere, per questo ancora adesso ripete: «Ho una paura fottuta. Non esco neanche più di casa per fare la spesa. Da mangiare me lo compra la mia amica. Anche i ”Topolino” mi compra. l’unica cosa che leggo». Parla dal suo rifugio segreto, dove vive con due guardie del corpo. A chi gli chiede cosa ricorda di quella sera, ripete con ossessione: «Il volto di quel pazzo». Dice: «Era impotente». Mancino? «No no, usava la mano destra».
• Fino a quando i morti erano quelli come noi, fino a quando eravamo uomini di strada, nessuno ha fatto niente. Quando hanno ucciso due persone normali è scoppiata la caccia». Sulla strada, quest’uomo si chiama Lorena. I giornali hanno detto che il suo nome è Julio Castro: continueremo a chiamarlo così. piccolino, ha i capelli lunghi, sembra proprio una donna. Lorena è scampato, o scampata, fate voi, dal mostro delle prostitute e dei treni. Anche lui doveva averlo scambiato per una donna.
• Trovarla, adesso, è quasi impossibile. Prima di quella notte, Lorena-Julio stava in questa stradina fra i carruggi della Genova vecchia: in via San Bernardo, fra queste case tutte attaccate, grigie e sporche. Al numero 16, a due passi da lei, viveva anche Evelyn Edsohe, un’altra vittima del mostro. una delle tante coincidenze di questa storia. Ne troveremo ancora altre prima di finire e chissà quante. Lì accanto c’è un bar e Lorena ci passava qualche volta a prendere un caffè, fra le voci e le grida del vicolo. Ma dentro a questa casa dai muri scrostati, solo l’eco dei rumori spezza il silenzio. Cartelli: «Evitato sporcare nelle scale». Un altro: «Attenti all’Aids». «Per cortesia almeno di notte chiudere il portone». Sotto qualcuno ha scritto: «Illusione». Era arrivata quattro anni fa, a Genova. Sempre stata qui fino alla notte del 24 marzo. C’é qualcosa di triste, di marginale, anche di squallido, fra gli edifici cupi e gli odori. Eppure, se oggi qualcuno chiede a Lorena che ricordi tiene dei suoi giorni prima della paura, lei dice così, che vuole solo «ritornare a vivere. Fino a quando non lo prenderanno sto chiusa in casa, nel mio rifugio. Non esco, non faccio niente. Però, vorrei tanto tornare a fare quello che facevo prima, anche solo a comprarmi le scarpe, a uscire per fare la spesa». Consegna paure e sogni anche al suo avvocato Gianfranco Pagano, il difensore degli emarginati di Genova. E agli investigatori lascia racconti non sempre convincenti. il terrore che la condiziona, che la ferma, dice. Perché non parla con i giornalisti? «Per paura». Perché rifiuta cento milioni dalle televisioni? «Per paura». Perché all’inizio il suo identikit non è così preciso? «Era notte. Morivo di paura». Sempre la paura: «Mi ha preso subito», racconta, «appena sono salita in quella macchina». Erano le due e mezzo di notte
• Sulla strada c’era anche Ornella, un altro travestito. La vede salire. La Mercedes blu scuro. C’è qualcosa di strano sul cruscotto, lei lo nota. Cos’è? «Non ricordo», dice. Lui s’è avvicinato, sembra elegante, ricco. Appena è dentro, le dice: «Andiamo». Passa il cancello bianco, sale il viottolo e si ferma vicino a un albero per impedire a Lorena di aprire la portiera e di scappare. La pistola lei non l’ha ancora vista. Se ne accorge quando le chiede di cominciare il rapporto perché «allarga la giacca, e spunta il calcio da sotto l’ascella». Poi lui la tira fuori e le dice che cosa deve fare. «A quel punto io pensavo solo alle cose che potevo tentare per salvarmi. Mi diceva che dovevo castrarlo». in quel momento che arriva la Panda dei due metronotte. Lui li colpisce con una pioggia di proiettili, sposta la macchina «e poi spara un colpo in testa a ciascuno. Io cercavo di scappare. Lui ha sparato. Mi ha preso nella pancia». Mentre è a terra, l’assassino si avvicina per finirla. La pistola si inceppa. Ma perché a questo punto non l’ha strangolata? «Non lo so. Mi ha dato due colpi in testa con il calcio della pistola. Io mi sono finta morta». Lui è tornato alla Mercedes e se n’è andato via. «Mi sono trascinata fino alla macchina dei metronotte e ho dato l’allarme attraverso la loro radio». C’è stata anche una lotta però, perché sotto le unghie di Lorena sono rimaste tracce dell’assassino.
• Briciole di pelle, sangue. L’ha graffiato. Non dice quando. L’assassino s’è portato via il suo cellulare, come ha fatto con le altre prostitute uccise. Un’ora dopo, Lorena lo chiama e al telefonino non risponde nessuno. Suona a vuoto. E la borsa? «Me l’hanno chiesto carabinieri e polizia». Ha detto: l’ho lasciata dove lavoravo. Dietro al guard rail». Loro sono andati, ma non l’hanno più trovata. Dice: «L’avevo detto dall’inizio che era un pazzo, che era sempre lo stesso folle che uccideva le mie colleghe». Dopo, muore Evelyn, e lei lo dice all’avvocato: « lui, ne sono sicura. ancora lui». Muore Kristina, e qualcuno comincia a crederci. Tornano a fargli domande, a interrogarlo. «Mi hanno chiesto se da me veniva spesso qualche poliziotto, o qualche militare. No, mai. Non ho mai visto nessuno di loro». L’altro giorno l’hanno riportato lì, alla Barbellotta, sulla strada delle lucciole, lungo il viottolo che sale alla villa Minerva. Poi le hanno fatto vedere tre facce. Hanno una Mercedes blu scura come quella dell’assassino. «Non sono loro», ha detto. Gli hanno fatto vedere l’identikit corretto da altre testimonianze. «Sì, sembra lui», ha detto. solo un pezzo di carta.