Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 18 agosto 1997
Ogni volta che si torna a discutere di Cuba, vorrei che noi stranieri ci imponessimo un voto di silenzio: non ci permetteremo di esprimere giudizi, finché i cubani non potranno farlo
• Ogni volta che si torna a discutere di Cuba, vorrei che noi stranieri ci imponessimo un voto di silenzio: non ci permetteremo di esprimere giudizi, finché i cubani non potranno farlo. Ma anche questo aggiungerebbe un’ulteriore censura a quella che da trentotto anni tappa la bocca ai cubani nella loro patria. Non resta che accettare la polemica, con un pensiero solidale rivolto a Vladimiro Roca, Felix Bonne, Marta Beatriz Roque e René Gomez, ancora una volta portati dentro, venti giorni fa, per il loro dissenso rispetto al regime.
• Gianni Minà si adombra perché Omero Ciai (in un reportage su «l’Unità) ha osato esprimere dubbi su questo regime, scrivendo quello che ha visto a Cuba. Io non vado più a Cuba da diciassette anni perché l’ultima volta non sono stato accolto benevolmente e so di essere persona non gradita all’Avana. Ma sento dire che le cose vanno male. Lisandro Otero, che vent’anni fa era al ministero degli Esteri e che, come scrittore, è una voce autorevole tra gli intellettuali cubani, ha pubblicato su un giornale ecuadoriano un articolo nel quale sostiene che il governo dell’Avana, «sapendo che si avvicina un periodo di gravi batoste e delusioni, sta stringendo le chiavi del violino ideologico. Le pressioni sugli intellettuali che osano pensare con la propria testa sono sempre più forti. Cuba si trova ancora una volta di fronte a una crisi complessa dalla quale sarà difficile riemergere»? E la colpa, dice, non è della legge Helms-Burton votata dagli Stati Uniti, ma risiede adesso nell’insuccesso del raccolto della canna da zucchero e nelle difficoltà che lo Stato oppone ai precari tentativi dell’economa privata. «Un cubano non può fare investimenti nel proprio paese », conclude Otero: «questo è un privilegio riservato agli stranieri» (V. «Internazionale» n. 190, pag. 5).
• Da ogni parte mi giungono, da persone serie, notizie si Cuba che coincidono con il quadro descritto da Ciai. Purtroppo neanche Minà offre motivo di sollievo opponendogli il «Festival della gioventù». Cuba è fatta così: anche nei momenti più difficili, uno trova modo di sentirsi bene tra persone dotate di vitalità e di estroversione come i cubani. Ogni occasione è buona per ribaltare il disagio in manifestazioni di voglia di vivere insieme. Hemingway, dalla prima volta che ha messo piede a Cuba non ha più voluto staccarsene, ed erano tempi duri, quelli di Machado. Prima di Castro, Cuba era il quarto paese dell’America latina per molti beni materiali che consideriamo essenziali nella vita moderna. Ma c’era chi li aveva e chi non li aveva. Adesso c’è chi ha i dollari e chi non li ha. La salute è garantita a tutti, ma non ci sono le medicine. Castro ha sviluppato l’economia cubana, non ha creato nessuna industria, confidando nell’irreversibilità dell’aiuto sovietico e del campo socialista. Dopo la disintegrazione di quel sistema, l’isola ha dovuto affrontare la dura realtà dei mercati. E l’anno scorso la Comunità economica europea ha offerto tutto il proprio aiuto, purché Cuba facesse un passo verso quel futuro che comunque verrà, se Castro non si rivelerà immortale: il futuro di un paese normale, con tutti gli imprevisti che affrontano i paesi che non hanno affidato il proprio destino all’alleanza incondizionata con il paese guida del socialismo reale. Ma alla Cee Castro non ha risposo.
• Una esponente italiana del mondo della cooperazione è andata l’anno scorso a visitare Cuba. Si è spinta verso l’interno, è entrata nelle case, ha parlato con tutti. «Ero andata pensando di trovare un paese povero, ma dignotoso. Ho trovato la miseria e non la dignità». Cosa ha visto? Perfino padri che offrivano le figlie. Un noto sociologo argentino (non faccio nomi perché non posso, in questo momento, chiedere l’autorizzazione a riportare ciò che mi hanno detto) ha trovato un paese tornato al destino di prima della rivoluzione: l’economia del dollaro e quella del «peso» si scontrano peggio che ricchi e poveri nella lotta di classe. Una giovane cubana venuta a studiare e fare esperienza in Italia, stava per tornare all’Avana; è venuta a salutarmi, sei mesi fa. Ma oggi è ancora qui. Suo padre le ha telefonato da Cuba: «Non tornare. Qui è un disastro». Vado avanti registrando notizie come queste, con la tristezza che mi comunica mia figlia (figlia di una cubana), che non ha mai visto il suo paese: «Ma non ci vado, finché gli amici di là non mi diranno che sono tornati liberi, almeno, di muoversi...». Adesso c’è anche il passaporto interno: non puoi spostarti liberamente da una città all’altra.
• Segni di paura, oltre che di povertà. Paura di dover riconoscere che una rivoluzione, una volta fatta non garantisce per sempre l’immunità dal giudizio popolare. E paura del popolo di non avere più la forza di esprimersi e contare, senza la guida di un padre diventato padrone e indispensabile maestro.
Il problema dunque è un solo: è lui, Fidel Castro, che non ha forse, più, ormai, vie d’uscita in presenza di sé. Dicono gli psichiatri che ognuno fa quello che può. E Castro non può fare di sé un presidente democratico di un paese normale. Se potesse, lo avrebbe già fatto. Adesso si affida a vaghe speranze o all’attesa di un miracolo del vecchio Wojtyla sul finire del suo pontificato. Comprendiamo dunque anche la tragedia del vecchio «caudillo».
Ma non opponiamo censure alle censure e diciamo almeno fra noi la verità, caro Minà.