Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 4 agosto 1997
Fa comodo non vedere, non sentire, ma 198 di loro si sono confessati, nel 1995
• Fa comodo non vedere, non sentire, ma 198 di loro si sono confessati, nel 1995. Mica un secolo fa. Tutti sprinter e atleti di alto livello. La verità in cambio dell’anonimato. Non è che la domanda avesse tanti giri di parola: vi offrono una droga che migliori le vostre prestazioni e vi garantiscono due cose: non verrete beccati, vincerete. Cosa fate? Centonovantacinque hanno detto sì, tre no. La domanda dopo era ancora più cruda? Vi offrono una droga con l’assicurazione che non sarete scoperti, vincerete ogni gara nei prossimi cinque anni, ma morirete per gli effetti del doping. Accettate? Più della metà degli atleti ha risposto sì. Bob Goldman, il dottore di Chicago che dall’82 si occupa della diffusione del doping nello sport e che ogni due anni manda in giro un questionario, dice che ogni volta è la stessa risposta. Un sì netto, incondizionato. E Goldman se ne intende, visto che ha scritto il libro Morte nello spogliatoio. Il suo collega olandese Michel Karsten che negli ultimi venticinque anni ha prescritto steroidi e anabolizzanti a centinaia di atleti di alto livello conferma: «Se avete un talento speciale potete vincere una volta, ma se volete continuare a farlo sempre dovete drogarvi. Altrimenti non ce la fate. Il campo è troppo pieno di dopati».
• In un’inchiesta di ”Sports Illustrated” atleti, allenatori, trafficanti di doping, dottori, hanno tutti ammesso che le grandi competizioni, Olimpiadi comprese, sono un «carnevale del doping, un laboratorio vivente, un mercato trafficato dei nuovi guru dell’illecito». Contro i quali nulla si può, nemmeno con i test. Parola di Donald Catlin, direttore del laboratorio Cio presso la Ucla: «I campioni sanno che non possiamo smascherarli, che non verranno segnalati dai nostri strumenti». Molti di loro, degli atleti, non vorrebbero drogarsi: ma gli altri lo fanno. E allora? «E allora vengono e mi dicono, dottore, o lei e gli altri riuscite a fermare l’abuso del doping, oppure lo devo fare anch’io. Aggiungono: non ho nessuna intenzione di passare i prossimi due anni della mia vita lontano dalla famiglia, allenandomi come una bestia per poi essere fregato da un europeo o da un asiatico che nel sangue ha di tutto» dice Robert Voy, responsabile dell’antidoping nell’84 e ’88 per il Comitato olimpico americano. Fa niente, se poi capita di crepare. Un mezzofondista europeo ha dichiarato: «C’è gente che va ai funerali dell’amico, morto di Epo, torna a casa e se l’inietta di nuovo».
• Una centrale del doping ricco, pulito e bello, e soprattutto che non risulta, è la California. Molto vicina alle farmacie di Tijuana, grande spaccio del mondo. Anche Mennea quando volle informarsi su come fare, venne qui. Un chilo di puro testosterone comprato tramite canale medico costa 500 dollari. Mischiato al calcio, in formato pasticche, può essere venduto a 100 mila dollari. Si paga sempre cash, il contante non lascia tracce. Scordatevi le cliniche malfamate, i laboratori equivoci, il posto più frequentato del momento è una palestra femminile di West Hollywood, dove si va per un monitoraggio delle urine. Perché l’importante ormai non è drogarsi ma non risultare ai test. A volte basta smettere nove giorni prima della gara, così non si perdono i vantaggi e non si viene scoperti. L’ha detto anche quel caprone recidivo di Ben Johnson, già beccato due volte: «Se la sono presa con il sottoscritto, ma gli altri sono più marci di me. Oggi ci sono più di sessanta tipi di steoridi di testosterone a base d’acqua, che si eliminano in un giorno». Anche se in genere il periodo di smaltimento è di due settimane. Se andate da Michael Moone, un bodybuilder californiano, che ora è diventato il consigliere dei medici che curano l’Aids, perché da sempre i ladri ne sanno più delle guardie, vi dirà che la cosa che gli fa più schifo è l’ipocrisia. «Tutti gli atleti più famosi, più al top della specialità sono venuti da me, a chiedermi consigli su come passare i test. E sono gli stessi di cui leggo le dichiarazioni sul come il doping sia cattivo, da non usare mai. Ma non si vergognano?».
• Già perché oggi se vuoi essere un grande atleta hai bisogno di un grande allenatore, di un grande avvocato e di un grande chimico. E vai sotto un programma che ti costerà tremila dollari al mese, vai sotto steroidi che sono stati alterati, che non lasciano la loro firma, anche perché i laboratori cercano solo i prodotti più conosciuti. Camuffare non è difficile. Se si hanno le istruzioni uno studente al terzo anno di chimica ce la può fare in due giorni. I guru di questo settore hanno un numero di telefono a cui rispondono. Nel giro di una settimana «Sports Illustrated» ne ha individuati tre: uno a Houston, l’altro a Kingston in Giamaica, e un altro a Denver. Quello di Denver si è affrettato a dire: «Per carità non venite a trovarmi nel mio studio, ho troppi atleti che non hanno voglia di essere riconociuti». Walter Jekot, un pediatra di Los Angeles, fresco di galera, visto che nel ’92 si è fatto cinque anni per traffico di steroidi, assicura che un campione dell’atletica fine anni Ottanta si è dovuto operare alla mano perché a causa dell’ormone della crescita l’osso si era sviluppato in maniera così abnorme che gli bucava la mano.
• Meglio non credere alla lotta tra bene e male. Il male ha già vinto, dice Vrijman, responsabile dell’antidoping olandese. «La lista delle duecento sostanze probite dal Cio funziona come lista della spesa per gli atleti. Il fatto è che abbiamo perso la fiducia di chi fa sport». Alle Olimpiadi di Atlanta nelle urine di molti atleti dell’Est sono comparse tracce di una droga nuova, uno stimolante identificato come bromantan, di cui poco si sa, tranne il fatto che veniva usato dall’esercito russo per tenere all’erta le truppe; beh, è bastato un semplice sussurro, forse aiuta, per incrementare le vendite del prodotto. Ormai quando si va ai blocchi di partenza o in pedana la paranoia è quella di restare indietro, nel senso che l’altro si è pompato dentro qualcosa di nuovo, qualcosa che tu non hai; non è più quella di non farla franca. Ah, buoni Mondiali.