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 1997  luglio 28 Lunedì calendario

C’è nella grande letteratura italiana un poeta ingombrante, amato e snobbato, che sta molto bene nella definizione proposta da Cesare Garboli quando presentò il suo monumentale studio sulle Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi): «Pascoli è un poeta divertente, molto divertente (questa è la mia opinione) ma anche un poeta di eterno elugubre piagnisteo - e questa è un’opinione largamente accreditata»

• C’è nella grande letteratura italiana un poeta ingombrante, amato e snobbato, che sta molto bene nella definizione proposta da Cesare Garboli quando presentò il suo monumentale studio sulle Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi): «Pascoli è un poeta divertente, molto divertente (questa è la mia opinione) ma anche un poeta di eterno elugubre piagnisteo - e questa è un’opinione largamente accreditata». Nonostante le riserve di Benedetto Croce gli studiosi non gli hanno mai contestato un’assoluta eminenza: soprattutto Gianfranco Contini, che lo considerava secondo solo a Leopardi. Ma per la gran parte di chi lo ha frequentato a scuola è ridicolo, piagnucoloso, ”vecchio”, da dimenticare. Da dimenticare?

• Neanche per sogno: Michele Serra, nella sua rubrica sull’’Unità”, lo rilancia in un inciso, parlando di Berlusconi, costruendo una poesiola satirica che prende spunto da un verso di Alba Festiva, il primo componimento di Myricae (la raccolta uscita in successive edizioni tra il 1891 e il 1903). Là era il suono delle campane, qui la voce di Berlusconi: «Voce argentina, adoro/il cantico sonoro/quando nel vespro insisti/a dire ”stalinisti”». Ma Serra non si limita a una parodia. Proclama che per lui Pascoli è «il Sommo Poeta».
• Sommo poeta? ancora possibile esprimersi in questo modo verso un autore che pare così lontano dalla nostra sensibilità? Per uno studioso come Pier vincenzo Mengaldo non c’è dubbio. Lo storico della lettueratura (che oscilla, dice, «fra ammirazione e disgusto») è convinto che le azioni di Pascoli permangono «altissime» alla borsa degli studiosi, e che il poesta del ”fanciullino” ci abbia lasciato testi memorabili, al di là di quelli compitati da generazioni sui banchi di scuola. Lancia anzi un appello: «Vorrei vedere su un’antologia scolastica Ultimo sogno» (quella che inizia con una mirabile quartina: «Da un immoto fragor di carriaggi/moventi verso l’infinito/tra schiocchi a cuti e fremiti selvaggi.../un silenzio improvviso. Ero guarito»).
• Chi di ammirazione ne ha poca, e non da ieri, è Edoardo Sanguineti. Già in Ideologia e linguaggio, incunabolo della neoavanguardia italiana, esordì ”sparando” su Castelvecchio. «Contrapponeva al sublime aristocratico di D’Annunzio una sorta di sublime medio, casereccio. Non rappresentava una modernità effettiva, anzi i limiti sociologici del suo patetismo erano ben evidenti: il paesaggio ”poetico”, l’amore per i campi, per le piccole cose, sono ancor oggi un’eredità pascoliana. Il suo lettore ideale era il piccolo borghese, o il contadino che si era fatto da sé» ci spiega.
• Carto, sulla ”fortuna critica” non si discute. «A lui guardò Pasolini, che gli dedicò anche la tesi di laurea». Ma lei ha cambiato parere, col tempo? «No» risponde Sanguineti. Non sarà che Pascoli, per i suoi gusti, è un po’ troppo ”buonista”? «Beh, c’è tutta una pedagogia della bontà, avvicinabile a De Amicis: lo stesso clima di socialismo solidaristico cautamente laico. Per certi riguardi, sono temi che tornano nel dibattito politico culturale. Spero che Serra sia ironico quando ne parla come Sommo Poeta».