Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 14 luglio 1997
Cala Pergola è un sogno ad occhi aperti: una spiaggetta infossata tra rocce candide, mare verde smeraldo, accesso libero, paradiso gratuito un chilometro a sud del costosissimo limbo chiamato Pugnochiuso
• Cala Pergola è un sogno ad occhi aperti: una spiaggetta infossata tra rocce candide, mare verde smeraldo, accesso libero, paradiso gratuito un chilometro a sud del costosissimo limbo chiamato Pugnochiuso. In pieno Gargano. Da Cala Pergola sono fuggito una radiosa mattina d’agosto dopo pochi minuti di permanenza, per un motivo che potrà apparire stravagante solo ad una categoria di persone che, in certi momenti, invidio di tutto cuore: i sordi. L’inquinamento fonico del luogo era da record. Da commissione di studio. Da interrogazione parlamentare. Da intervento dei caschi blu. Quantificando in decibel, direi un livello da jumbo in decollo. Con una differenza: che il jumbo, almeno, fa casino ma non esprime concetti, mentre la gente, purtroppo, parla. Anzi, urla: e duecento persone che urlano tutte insieme in una caletta stretta tra due pareti rocciose, echeggianti e rimbombanti, hanno un effetto terribile. Almeno a me, perché loro parevano, anzi, molto felici. Ecco, comunque, alcuni dei più significativi suoni registrati (il nastro é a disposizione delle autorità) il 20 agosto mattina a Cala Pergola, Gargano.
• Fate conto, leggendoli, che vi arrivino in stereofonia, e tutti insieme, nei padiglioni auricolari. Ragazza romana: «Giggi! Giggi! E’ ’na favola! E’ ’na favola, ti dico!». Giggi: «E mo’ vengo! Mo’ arivo! ’N attimo, che stò a prenne er frigobbar! Mo’ arivo!». Padre lombardo autorevole rivolto a figlio timido: «Tuffati che la zia ti guarda. Dai Aurelio tuffati ti dico che la zia ti guarda. Dai Aurelio, non fare il piangina. Veh che non ti porto proprio più. Tuffati Aurelio che la zia ti fa la fotografia». Aurelio: «Se mi guardi non mi tuffo (piange)». Zia di Aurelio: «Cià che ti faccio la fotografia. Cià Aurelio, che sei un ometto. Cià che ormai sei un ometto». Ragazza romana: «Giggi! E’ ’na favola! Sbrighete Giggi ch’è ’na favola!». Giggi (da un cocuzzolo a svariati chilometri di distanza): «Aoo! Ma non lo vedi che stò a cerca er frigobbar?! E fatte stò bagno e nun me rompe». Madre torinese: «Massimooo! Massimooo! Guarda che le prendi! Ti ho detto di non giocare con la sabbia! Monicaaa! Monicaaa! , dì a Massimo di non giocare con la sabbia che sei più grande. Lo dico a papà e poi vedete a casa!». Aurelio (tuffandosi e schizzandomi tutto, soprattutto i giornali non ancora letti): «Che spanciata! Zia, zia ho preso la spanciata! Ho anche bevuto! Zia, zia ho bevuto!». Zia di Aurelio: «Cià Aurelio che prendi freddo. Cià vieni fuori che ci ho l’accappatoio». Comitive di ragazzi genovesi scesi dall’ernorme camper (ma non ce l’hanno il mare in Liguria?) gridano a più riprese, in coro, «Belìn è prima classe!». (Dev’essere un nuovo modo giovanile di esprimere ammirazione per cose e persone), poi quello che sembra il leader inizia a percuotere ripetutamente sul cranio il suo amico del cuore, certo Aldo, con una bottiglia di plastica vuota. Dall’impatto tra il corpo contundente e Aldo scaturisce un sordo frastuono, a metà tra il "thud" e il "bonk". Aldo (ridendo): «Belìn ma sei abelìnato? Belìn ma sei abelìnato?» Il leader: «Belìn questa volta ti affogo. Aldo, belìn, giuro che ti affogo. Belìn Aldo, ti affogo». (Ripete la frase una cinquantina di volte limitandosi a cambiare l’ordine dei tre concetti "Aldo", "belìn", e "ti affogo").
• Intanto è arrivato Giggi col frigobar. Pur avendo ridotto sensibilmente la distanza dalla fidanzata, non abbassa il tono della voce: «Aoo! Che stai a urlà? Che sei mongola? Stavo a cercà er frigobbar e tu me strilli de scenne? Ma che sei mongola?». Lei: «E buttate a mare! So’ du’ mesi che stai appresso a stò frigobbar! Buttate, Giggi, ch’è ’na favola!». Aurelio nel frattempo si è tranquillizzato: almeno lui. Ma il padre che calza due pinne formato deltaplano lo ha costretto a risalire con lui sopra una roccia tipo Acapulco per tuffarsi insieme. Padre: «Fa no il piangina, Aurelio. Ti tengo la manina io, Aurelio. Dai che la zia ci fa la foto. Dai tuffati Aurelio che ci sono anch’io». Aurelio (sensatamente): «C’è sotto della gente. Lasciami stare, c’è sotto della gente». Sotto, in effetti, ci sono Aldo e il suo amico, ormai prossimi all’annegamento, che fanno la lotta. Ma il padre di Aurelio, avviluppato al figlioletto, si lancia ugualmente, sfiorando il groviglio di corpi dei genovesi. Inevitabile discussione: «Belìn, ma non lo vede che c’è gente?» «E lei non lo vede che ci sono i bambini? Ci sono i bambini le dico!» (Agita sotto il naso di Aldo le membra esangui del figlio). «Belìn lasci perdere che è meglio». «No guardi lasci perdere lei». «No, lei. Lasci perdere lei». «Le ho detto che è lei che deve lasciar perdere». Ho lasciato perdere io, abbandonando Cala Pergola con le lacrime agli occhi. Perché non è previsto, tra i reati contro la natura e il patrimonio pubblico, anche l’inquinamento acustico? Perché, accanto ai cartelli "E’ vietato gettare mozziconi" oppure "E’ vietato abbandonare rifiuti", non si comincia a mettere anche un bel "E’ severamente proibito assordare il prossimo?". Mistero.
• Ma non il solo sul quale mi sono interrogato facendo il periple del Gargano, che nonostante Aldo, Aurelio e tutti gli altri resta innegabilmente uno dei luoghi più belli del mondo. Per esempio, è un mistero il fatto che nelle numerose piazzole di sosta ai lati della strada, dove la gente ama fermarsi per fare il picnic, ci sia solo un cestino dei rifiuti, per giunta mai svuotato. Il risultato è che il piccolo contenitore è sommerso da una collinetta di immondizia: un mucchio debordante e puzzolente, mezzo putrefatto dal sole, il cui tanfo, però, evidentemente scoraggia i tanti tifosi del picnic sull’asfalto. Ed è questo, appunto, il secondo mistero. Ci sono, al Gargano, centinaia di ettari di pinete meravigliose e spiagge libere in buone quantità. Ma quasi tutti prediligono fermare la macchina sul ciglio della stradae consumare, con il tavolino appoggiato al cofano rovente, un frugale pasto a base di: pasta al forno, abbacchio, braciole di pescespada, angurie e bottiglie di vino "Castellino" o "Ferrari", il tutto condito dagli sbuffi di gasolio sparato dai camion e dalla puzza di immondizia di cui sopra. Poi verso le tre del pomeriggio (il pranzo inizia verso le dieci di mattina), gli uomini giocano a ramino sul paracarro o si addormentano in macchina con il fazzoletto sulla testa, le donne prendono a sberle i bambini e poi sparecchiano buttando tutto per terra perché il cestino dei rifiuti è pieno, oppure buttando tutto per terra perché il cestino dei rifiuti dista più di 46 centimetri dalla macchina, oppure buttando tutto per terra e basta.
• Terzo ed ultimo mistero del Gargano (luogo, ripeto, che non mi attardo a elegiare tanto ne è noto lo straordinario fascino). Perché a Vieste, centro più importante del promontorio, telefonare è più difficile che avere un’avventura con Carolina di Monaco? Il posto pubblico, sito nel ristorante "Padre Pio" (pace all’anima sua), è chiuso durante le ore dei pasti, come dire proprio quelle nelle quali di solito si telefona. Ci sono, in compenso, decine di cabine a gettoni. Ma il solo luogo che vende i gettoni è una cartolibreria che apre solo nel tardo pomeriggio. Un enorme e moderno ufficio postale si dichiara sprovvisto tanto di monete quanto di gettoni. E per questo motivo che, per telefonare questo articolo al giornale, mi sono allontanato rapidamente dal Gargano, direzione Termoli. Col terrore di incontrare lungo il tragitto il camper di Aldo. Che mi facciano pure "bonk" sulla testa con una bottiglia di plastica, ma il primo che grida ancora "belìn" giuro che lo denuncio.