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 1997  maggio 19 Lunedì calendario

Recentemente, in qualità di corrispondente italiano dell’’Economist”, mi è capitato d’accompagnare in un giro d’interviste il collega venuto da Londra

• Recentemente, in qualità di corrispondente italiano dell’’Economist”, mi è capitato d’accompagnare in un giro d’interviste il collega venuto da Londra. In 48 ore abbiamo incontrato un primo ministro, quattro ex primi ministri, un uomo che non disdegnerebbe d’essere primo ministro, e un personaggio che, se avesse uno staterello tutto suo, assumerebbe una carica equivalente a primo ministro. I personaggi in questione sono Romano Prodi, Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Silvio Berlusconi, Massimo D’Alema e Umberto Bossi. Quello che hanno detto è interessante, ed è apparso sull’’Economist”. Altrettanto interessante è come lo hanno detto. C’è chi ha parlato inglese (bene, molto bene, benino), chi ha parlato italiese (l’equivalente linguistico della stracciatella: italiano con frammenti d’inglese), chi ha parlato italiano, nonostante capisse; e chi ha parlato inglese, rischiando di non farsi capire. L’ospite britannico è rimasto comunque impressionato. L’Italia parlava (più o meno) la sua lingua; mentre lui non parlava la lingua dell’Italia.
• Umberto Bossi, per esempio, ha parlato italiese: un italiano condito di occhiate, gesti e occasionali «Ok». Bossi - per l’occasione mansueto (giorni prima aveva cacciato una giornalista canadese che pretendeva di usare l’interprete) - ha mostrato di conoscere diversi vocaboli (independence, north freedom, self-determination) e ha imbastito piccole frasi. Quando, ad esempio, il Braveheart padano ha deciso di mostrare all’ospite britannico il missile posto nel seminterrato - dipinto su tela: un caso innocuo di secessione artistica - ha detto: «Come to see the rocket!». L’ospite ha capito, e lo ha seguito con entusiasmo lungo le scale. Nei colloqui al Foreign Office, ha lasciato capire, queste cose non succedono.
• Meno esotica, ma non meno interessante, la lingua di Romano Prodi. Il collega britannico sostiene che l’inglese del presidente del Consiglio gli ricorda quello di Gianni De Michelis: categoria ”entusiasti”. Ambedue si buttano, ma mentre l’ex ministro degli Esteri sparava agghiaccianti «at the limit» (sua personale traduzione di «al limite»), l’attuale presidente del Consiglio l’inglese non lo inventa. Lo sa. Se, talvolta, l’inglese prodiano appare artigianale, è dovuto all’accento. Prodi non somiglia a quegli italiani che tentano raccapriccianti imitazioni dell’accento britannico (o americano). L’uomo di Palazzo Chigi trasferisce invece l’intero repertorio vocale - vocali emiliane, sbuffi e sospiri - nella lingua di Tony Blair. L’effetto è curioso, ma comprensibile.
• Per Lamberto Dini il discorso è diverso. Il ministro degli Esteri l’inglese lo sa bene: gli anni a Washington non sono trascorsi invano. Lo sa meglio di Ciampi - che abbiamo incrociato in un salone di Palazzo Chigi - ma peggio di Giuliano Amato, che è convinto di saperlo benissimo. L’inglese di Amato è idiomatico, ieratico, mediatico, acrobatico, qualche volta, parlando, l’uomo si arrampica sulla poltrona, da dove fissa il mondo di sotto, nel caso osasse interrompere. In inglese, Amato può affrontare qualsiasi argomento (dalla teoria del caos alla prospettiva del governo), meno uno: il futuro politico di Giuliano Amato. Ma qui, più che l’inglese, fa difetto la volontà.
• Siamo a Silvio Berlusconi e a Massimo D’Alema. Oltre alla buona riuscita della Bicamerale, i due avversari hanno dichiarato d’avere un secondo obiettivo comune: imparare l’inglese. La differenza è questa. Berlusconi, in attesa di impararlo, lo parla, con veemenza poco anglosassone. D’Alema, invece, aspetta di saperlo, con cautela poco italiana. Durante il nostro incontro, il presidente della Bicamerale non ha proferito parola inglese (neppure good-bye), sebbene mostrasse di capire le domande prima che fossero tradotte. Ho dovuto perciò assumere il ruolo di interprete rinunciando a quello di giornalista. Per questo, forse, D’Alema mi ha trattato tanto bene.