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 1997  marzo 03 Lunedì calendario

«E poi scrivono i libri e dicono che io ho culo

• «E poi scrivono i libri e dicono che io ho culo...». Lo sfogo dopo Pasadena 1994, i rigori di Baresi e Baggio. La dea bendata, la fortuna, la cuccagna, la manna, la provvidenza, la buona stella lo lasciano. Ciao, Arrigo. Svaniscono. Dopo il mondiale c’è il rigore di Zola all’Europeo. Dopo l’Europeo, le papere di Rossi con il Rosenborg in Champions League. Dopo le papere le espulsioni a raffica, gli infortuni, gli incidenti, gli arbitri e i guardalinee ingessati, le gomitate, il Milan disastro. Arrigo Sacchi è travolto dalla disdetta, dagli insuccessi, dalla scalogna e dalla sventura, dal malocchio. Dov’è finito il grande culo di Sacchi? Gene Gnocchi che due anni fa, durante il mondiale negli States, l’aveva magnificato in un esilarante libretto e in una rubrica sul ”Corriere della Sera”, è sconcertato. Gene, oggi lo riscriverebbe quel libro? «No. Oggi farei un film». Il titolo? «Il Paziente romagnolo, The Romagnol Patient. Ho già in testa le prime scene. La prima: una celletta di Milanello, Savicevic con la barba lunga e gli occhialini alla Gramsci scrive una lunga lettera alla moglie. Le pareti sono piene dei poster di Bertinotti e Cossutta. Il vecchio Genio chiama l’addetto stampa Tarozzi e gli consegna un pacchettino di carta stagnola: dentro c’è un po’ di pasta e un po’ di carne, il rancio per i suoi bambini.’Presto, portali, non farti vedere da Sacchi”.
• «Improvvisamente gli spari. Fuori, prime luci dell’alba. Boban con la divisa a strisce rossonere da carcerato e il numero 20 si aggrappa al filo spinato. Lo riprendono e lo sbattono in isolamento, la vecchia cella di Panucci. Milanello è tutto recintato e con le torrette agli angoli. Ci sono le guardie, Maurizio Pistocchi fa i turni più lunghi. Raimondo Vianello manovra i riflettori. Interno, notte. Dugarry, Blomqvist e Maldini stanno scavando un cunicolo che dalla loro cella porta al centro di Castellanza. Non hanno i cucchiai, si arrangiano con i cappellini sponsorizzati a tesa rigida di Sacchi. Scavano e scavano. L’obbiettivo è la libertà, è raggiungere il partigiano Tabarez, il capo della rivolta, a Castellanza che li aspetta nella taverna chiamata appunto Tabarez. Si va in gara per scavare. Chi è squalificato scava di più. Il culo è finito, si scappa, tutti a casa».
• Ma perché il culo è finito? «Ci sono a proposito studi articolati. C’è un saggio sulla metafisica satanica di Cagliostro che spiega molte cose. la nemesi storica: il culo ti è amico, ti accompagna, ti sorregge finché tu sei in trance, finché sei inconsapevole. Arrigo è andato avanti bene, poi si è impadronito del suo culo, ha capito che ce l’aveva, l’ha sfruttato e si è crogiolato. E lui che ha fatto? Intendo, il culo: che ha fatto? Si è rivoltato, si è ribellato. Questo è tremendo. Questa è la biscia che si rivolta al ciarlatano. Il culo di Sacchi scappa e abbandona il suo legittimo proprietario. Per sempre».
• Sempre, sempre? «Berlusconi parla di Lourdes. riduttivo. Forse bisognerebbe mandarlo, Sacchi intendo, da Mike Bongiorno alla ”Ruota della fortuna”. Metterlo lì, piazzarlo, legarlo con il suo cappellino e i suoi occhiali sulla grande ruota. E farla girare, girare fino a quando si ferma sul punto giusto. Un tentativo, si può fare ma è disperato. Il film non prevede l’inserimento della ruota. Il finale è molto triste. Milanello è sempre circondato dai fili spinati. Servono cappellini. Si scava, si scava. Il compagno Tabarez è sempre a Castellanza».
• E Sacchi dov’è? «Lo vedono e non lo vedono. Ultima scena. La scena madre. Arrigo è nei corridoi e poi in una stanza di Via Turati. Gli stanno facendo vedere il filmato della partita della nebbia, quella di Belgrado, ad oltranza. La sua mano in primo piano: ha dei bigliettini, li consegna a Berlusconi.Dottore, voglio nuovi rinforzi. Su un biglietto c’è scritto: Emoli, Bercellino II e Roveta. Poi lo butta via e ne scrive un altro: ”Io voglio uomini di spessore morale”. Fa l’ultima richiesta e scrive sull’ultimo bigliettino: Dalai Lama, Enzo Biagi e Giorgio Napolitano».