Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 24 febbraio 1997
I medici del Royal Gwent Hospital di Cardiff, in Gran Bretagna, sono nei guai
• I medici del Royal Gwent Hospital di Cardiff, in Gran Bretagna, sono nei guai. Tanto da lanciare un appello ai loro colleghi sparsi per il mondo. Appello finora senza risposta dato che nessuno riesce a dare loro una mano.
Eppure ne avrebbero tanto bisogno, perché si trovano da oltre cinque anni davanti ad un caso drammatico e ridicolo allo stesso tempo: quello di un uomo di 34 anni che puzza come un cadavere ma, a parte qualche problema ad una mano, è sanissimo. Il problema è la puzza, dovuta a qualche microrganismo che però non si riesce ad estirpare dal suo corpo. Il povero paziente, a causa di questo, ha perso il lavoro e la moglie. Quando va all’ambulatorio per farsi curare (peraltro inutilmente) tutti gli altri pazienti vengono fatti evacuare in anticipo.
• Questa storia inizia nel settembre del 1991 quando un uomo di 29 anni si punge l’anulare della mano destra con un osso di pollo. Un avvenimento banale che scatenerà una straordinaria catena di eventi. L’uomo si presenta dopo qualche tempo all’ospedale perché sembra che la puntura di osso di pollo abbia provocato un po’ di infezione. Inoltre, c’è uno sgradevole odore che promana dalla ferita.
• I medici di Cardiff sono convinti di trovarsi di fronte ad un caso banalissimo. Iniziano un trattamento a base di antibiotici e rimandano il paziente a casa. Ma il caso banalissimo non è. Dopo un po’ l’uomo ritorna. La mano è ancora arrossata e la puzza aumenta. Viene chiamato un chirurgo, con il compito di cercare se per caso è rimasto dentro un frammento di osso, ma il frammento non c’è. Si cerca il pus. Ma non ve ne è traccia. Gli viene tolto un piccolo pezzo di pelle per vedere se c’è qualche anomalia, ma l’anomalia non c’è. Una luce di speranza viene da un ulteriore esame del tessuto. Salta fuori un microrganismo (il suo nome: Clostridium novyi di tipo B) e tutti pensano di avercela fatta: nella provetta viene distrutto da diversi antibiotici. Nella realtà, due mesi di trattamento lasciano le cose come prima. Il poveretto è tornato in ospedale e questa volta la sala d’attesa, che pure ha grandi dimensioni, si è svuotata in un attimo: sembrava di essere in un obitorio dopo due giorni di black out. Quando poi il paziente è entrato nella stanzetta di pochi metri quadrati dell’ambulatorio il tanfo si è fatto «francamente insopportabile», come ha scritto sulla rivista scientifica ”Lancet” l’équipe dell’ospedale.
• Ma la sorpresa peggiore doveva venire dalle sue condizioni. Il microrganismo aveva cominciato a colonizzare l’avambraccio. Nei mesi successivi è toccato al resto del braccio, quindi al torace. Il corpo di quest’uomo, che nel frattempo ha largamente superato la trentina, è stato colonizzato da una serie di microrganismi simili al Clostridium novyi e non si riesce a sostituirli con i normali ospiti della superficie della pelle.
• La puzza, peraltro, è peggiorata perché i microrganismi sono aumentati e il metabolismo produce quantità di sostanze sensibili come l’acido acetico, proprionico, n-butirrico e 4-metilvaleico. Un cocktail micidiale. La cosa sorprendente è che questo tipo di microrganismi colonizzano di solito la bocca o l’intestino ma non si è mai visto sulla pelle. Finora le cure sono state assolutamente prive di efficacia. A questo punto i medici sono esausti e lanciano un messaggio in bottiglia: «Chiediamo assistenza dai colleghi che possano aver incontrato un caso simile o che abbiano suggerimenti per togliere al paziente almeno l’odore, anche senza sradicare i microrganismi». E siccome il mondo della medicina a volte ha il gusto perverso del paradosso, proprio ieri si è saputo che giovedì prossimo la rivista ”Nature” pubblicherà uno studio italiano in cui viene spiegato il meccanismo con cui il nostro naso, dopo un primo impatto più o meno sgradevole (o gradevole) si abitua poi ad un odore nuovo. La scoperta è della ricercatrice italiana Anna Menini, dell’istituto di cibernetica e biofisica del Cnr di Genova, che a questo punto invitiamo a mettersi in contatto con l’ospedale di Cardiff. Forse, invece di togliere quell’odore, è possibile aiutare i medici a sopportarlo.