Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 febbraio 1997
Le polemiche sull’adesione dell’Italia alla moneta unica sono indizio di una sottile e preoccupante trasformazione nel grande progetto del trattato di Maastricht
• Le polemiche sull’adesione dell’Italia alla moneta unica sono indizio di una sottile e preoccupante trasformazione nel grande progetto del trattato di Maastricht. Da atto politico, l’adesione alla moneta unica si sta trasformando, soprattutto per chi opera nel mondo finanziario, nel risultato meccanico della «bravura» economica dei singoli Paesi (misurata in base a statistiche necessariamente imprecise); i parametri di Maastricht diventano simili ai tempi sotto i quali occorre scendere per la qualificazione in una gara sportiva; L’Euro costituisce un fine da raggiungere e non già, come dovrebbe essere, un mezzo per garantire il futuro delI’Europa.
• A questo stravolgimento del ruolo e dei meccanismi dell’Unione monetaria si aggiunge una contingenza politica. Molti in Europa sono convinti che «se l’ltalia entra, Kohl esce»: la reputazione economica dell’ltalia sarebbe così bassa che, se nella primavera del 1998 il cancelliere Kohl ne consentisse l’adesione alla moneta unica con il primo gruppo di Paesi, in autunno il suo partito perderebbe le elezioni. questo il succo dell’articolo del Financial Times che ha suscitato ampie reazioni in Italia e che riporta discorsi che effettivamente vengono fatti nei circoli finanziari europei. L’ltalia è così diventata lo spauracchio delle nevrosi dell’Europa tedesca, contro cui scaricare le proprie paure, un partner scomodo di cui è facile indicare le debolezze per dimenticare le proprie. Al contrario, sono precisamente le gravi e crescenti debolezze tedesche che dovrebbero mettere paura agli altri Paesi europei.
• Occorre dire con tutta franchezza che la politica economica del governo Kohl è stata nell’ultimo anno semplicemente disastrosa. La crescita per il 1996, inizialmente prevista attorno al 3 per cento, ha superato di poco l’1 per cento. A questo quadro non certo confortante si aggiungono le cifre, rese note ieri, che mostrano un tasso di disoccupazione salito ai livelli del 1933: un tedesco su otto che cerca lavoro non lo trova, mentre l’integrazione economica delle province orientali non è ancora riuscita e i conti pubblici peggiorano. Sono mesi che il ministro dell’Economia Waigel annuncia tagli alle spese che garantiranno la «sicura» riduzione del deficit pubblico e sono mesi che i rattoppi non tengono e il buco fiscale non si riduce nonostante gravi sacrifici. La Germania pare come ipnotizzata dalle cifre sull’inflazione, che rimane sempre bassissima, e sorda invece al crescere dello scontento sociale. Una Germania di questo tipo fa paura perché evoca i fantasmi del passato molto più di quanto non facciano i naziskin perché incapace di esercitare una vera leadership europea, come le competerebbe dato il suo peso economico. Il suo stesso, ossessivo, desiderio di stabilità rischia di tradursi in pura e semplice miopia e porta a una stasi di strategie che si riverbera su tutto il continente. A questi non brillanti risultati generali si aggiungono le condizioni difficili di molte grandi imprese tedesche, costrette a spostare impianti all’estero dal peso gravoso della tassazione in patria e inchiodate a risultati non proprio brillanti da strategie antiaquate.
• La Germania è scarsamente presente nell’elettronica, nella telematica, nel software, insomma in tutte le attività economiche del futuro. Riflette al suo interno, amplificate, le debolezze strutturali europee. Non si tratta certo di demonizzare questo Paese - che ha ottenuto negli ultimi cinquant’anni risultati straordinari, che, con l’unificazione, si è assunto un compito economico ingrato e pesantissimo e che ha molto da insegnare agli italiani in termini di organizzazione - bensì di impedire che il dèmone, o meglio la malattia tedesca, non immediatamente apparente ma non per questo meno grave, blocchi lo sviluppo dell’Europa. Per questo è bene abbandonare le false diplomazie e riconoscere che non esiste un problema italiano di portata essenziale per l’Europa. La nostra è un’economia squilibrata fin che si vuole, ma che sta facendo, con notevole successo, gravosi sacrifici finanziari.
• I veri mali non sono quelli italiani, sono quelli che non appaiono in superficie, quelli in cui il paziente ha un bell’aspetto ma rischia un collasso improvviso. E proprio per evitare questo collasso occorre chiedere con franchezza alla Germania di andare oltre l’apparenza dei parametri di Maastricht, di guardare senza pudori nella poco rassicurante realtà della sua economia. E di non farsi scudo delle debolezze italiane per evitare di curare le proprie.