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 1997  gennaio 13 Lunedì calendario

Il 27 del mese tutti puntuali alle 10 del mattino al primo piano del palazzo dell’Ordine dei giornalisti

• Il 27 del mese tutti puntuali alle 10 del mattino al primo piano del palazzo dell’Ordine dei giornalisti. Quasi in mille solo a Roma, disoccupati. Si rischia persino di restare intrappolati dentro il pericolosissimo ascensore di piazza della Torretta, 36. Tutti lì in massa per ritirare l’indennità di disoccupazione con cui l’Inpgi ci fa campare. E per firmare la nuova dichiarazione mensile di sfiga che ci permetterà fra trenta giorni di ritornare a battere cassa. Le scene e i dialoghi che si svolgono mentre è in corso la triste processione davanti alla mitica signora Rossana Caporilli ricordano, mica tanto vagamente, quelle che si potrebbero raccontare in coda davanti alla Caritas mentre si attende la distribuzione della minestra. Siamo diventati poveri anche noi, in fondo, seppure ”di lusso”. Poveri perché da anni si va avanti con un piccolo trend fatto di collaborazioni malpagate (quando retribuite) con il quale arrotondare i due milioni e rotti di indennità Inpgi. Poveri perché il ”futuro” è un contratto a termine che interrompe per almeno sei mesi i termini della disoccupazione. Per poi eventualmente farla decorrere ex novo per altri 24 mesi. Poveri perché si vive in un’eterna atmosfera di conto alla rovescia: ”Oddio, quanti mesi di copertura ho ancora con la Casagit?”. Poveri, soprattutto, perché guardati con quella tenerezza che è insieme indifferenza e senso di colpa da parte di quei colleghi, meno poveri, che ”di riffa o di raffa” dentro una redazione seria (cioé stabile) ci sono entrati e adesso si adattano a vivere come impiegati
• Una vita randagia insomma, a metà tra la depressione che prende quando si riceve l’estratto conto mensile e l’euforia, quasi infantile, che fa toccare il cielo con un dito ogni qualvolta si piazza un articolo su qualche quotidiano o periodico importante. Già: l’illusione di far circolare la firma, come se in Italia negli ultimi venticinque anni ci fosse stato qualcuno di noi sfigati assunto grazie alle sia pur spietate regole del mercato. Puntuali, dopo ogni euforia, ripiomba addosso la forte consapevolezza che potremmo non farcela mai. E passare quindi dal precariato direttamente alla ”non-pensione”. Per intanto si pagano milioni di telefono, non deducibili dall’Irpef, per permettersi il lusso di fare i free lance. E ogni mano sulla spalla calata da qualche collega che consola con l’incoraggiamento di repertorio è l’ulteriore conferma che la salita è ancora tutta da affrontare. Sentire poi i sindacalisti parlare del futuro della comunicazione, dei service, dei free lance, delle cooperative editoriali ci fa stringere il cuore. Tutte quelle belle parole significano una cosa sola: non c’è trippa per gatti. Per resistere c’è, per ora, esclusivamente il senso dell’autoironia: ci si sente come quei ”gatti cessi” sporchissimi che si incontrano al Colosseo e che si evita di accarezzare per non sporcarsi le mani.
• Certo, per produrre, si produce un casino: proposte a raffica, tanti pezzi pubblicati, lunghi curriculum che si ingrossano come il Tevere nelle piene di novembre. Ma quando si va al dunque, ci si domanda: è mai successo che un direttore, leggendo, ci notasse e ci proponesse un articolo 2 da qualche parte? Ultimamente, hanno detto i sindacalisti del ”coordinamento disoccupati”, anche la Rai ha cancellato la quota di posti assegnata in teoria ai disoccupati (comunque era sempre una casella vuota) nei suoi contratti a termine: troppi precari interni perché si possa avere udienza. Certo verranno tempi migliori, qualcuno intraprenderà la causa contro il gruppo editoriale che troppo ha preso e poco ha dato, qualcun’altro può sempre tentare di farsi raccomandare dai potenti della Seconda Repubblica. Altri ancora, i più disperati, sono ormai arrivati alla mitomania e, pur di non dire che non stanno alzando un chiodo, si inventano improbabili collaborazioni di prestigio. Quando si è a quel punto il suicidio è dietro l’angolo.
• Molti, con un piccolo calcio nelle terga, tentano di seppellirsi in un ufficio stampa. Meglio la morte civile di quella vera e propria. Quando però ci si incontra in coda per prendere il sussidio (o per chiedere come si fa ad averne diritto) tutte le verità più crude vengono fuori. A Roma si parla schiettamente, senza darsi arie, del più e soprattutto del meno: «Io ancora devo prendere i soldi dall’Informazione»; «A me quei maledetti del Telegiornale non mi hanno manco versato i contributi Inpgi e quindi non so come fare»; «Io sto ancora inseguendo l’amministratore di Italia settimanale per la liquidazione; ma quando lo becchi, quello è pure consigliere provinciale di An»; «Si, perché i leghisti dell’Indipendente ... te li raccomando...».
• L’ultima mazzata l’ha data Cuore: chiudendo senza pagare la maggior parte dei collaboratori ha costituito una vera e propria ”par condicio” con quei periodici di destra che fino a ieri detenevano il primato delle collaborazioni a ufo. Ci si fa sopra una bella risata, sullo sfruttatore di turno, e si commenta: «Fino a ieri si diceva che pur di non lavorare si faceva i giornalisti: oggi però sono i padroni che pur di non pagare fanno gli editori». Ci si consola così al 27 del mese quando si va a ritirare l’indennità di disoccupazione. Aiuta a non sentirsi troppo di peso per la categoria e a sperare che qualcosa prima o poi cambi. In fondo domani è sempre un altro giorno.