Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 29 giugno 1998
La Colombia produce 750 mila barili di petrolio al giorno (è il quarto produttore petrolifero dell’America Latina con tassi di crescita del 30 per cento annuo), gli Stati Uniti ne acquistano il 65 per cento (circa 215 mila barili al giorno)
• La Colombia produce 750 mila barili di petrolio al giorno (è il quarto produttore petrolifero dell’America Latina con tassi di crescita del 30 per cento annuo), gli Stati Uniti ne acquistano il 65 per cento (circa 215 mila barili al giorno). Il principale oleodotto del paese va dai giacimenti di Caño Limon, nel nord est del paese, al terminale petrolifero di Coveñas, sul Mar Caraibico. I guerriglieri dell’Eln (Ejército de Liberación Nacional) lo fanno saltare in aria più volte al mese: nei suoi 11 anni di vita la linea è stata attaccata 508 volte. La resa dei campi petroliferi colombiani ne risulta gravemente ridotta o, come accadde lo scorso anno, interrotta. Un milione e 700 mila barili di petrolio sono stati così versati nell’ambiente (il disastro dell’Exxon Valdez ne versò 36 mila). Per proteggere i propri impianti la Oxy e la Shell pagano all’esercito colombianouna ”tassa di guerra” di 1 dollaro per barile (circa 200 mila dollari al giorno).
• La compagnia californiana Oxy-Occidental Petroleum (in partecipazione con la Shell e la Ecopetrol, la compagnia nazionale colombiana) ottenne nel 1992 un permesso di estrazione per il giacimento petrolifero di Samore, nel nord est della Colombia (riserve stimate in un miliardo e mezzo di barili). Poiché il 20 per cento del giacimento è nel territorio della riserva assegnata alle tribù amerinde degli U’wa, alle sorgenti dell’Orinoco, quelle protestarono immediatamente facendo leva sulla Costituzione colombiana, che concede ai gruppi indigeni il diritto di essere consultati prima che vengano approvati progetti di sfruttamento delle loro terre. La Corte Suprema colombiana respinse il ricorso, la Corte Costituzionale lo accettò. Nel 1997, infine, il Consiglio di Stato concesse alla Oxy il via libera ai lavori.
• Le tribù U’wa (in tutto circa cinquemila persone) per protesta contro lo sfruttamento dei loro territori hanno minacciato un suicidio di massa, così come fecero i loro antenati quattrocento anni fa, durante la Conquista spagnola: per via della loro religione ritengono le terre che abitano (’Kuakashbara”) il cuore della Madre Terra e il petrolio il suo sangue. Estrarlo significherebbe uccidere la loro cultura e quindi preferiscono morire. Sino ad oggi le compagnie occidentali hanno perso, a causa dei ritardi nell’inizio dei lavori, circa 16 milioni di dollari.
• La Lukoil (principale società petrolifera russa) ha iniziato lo sfruttamento di giacimenti petroliferi della regione di Tyumen, nel distretto autonomo di Khantia-Mansia, in Siberia: la durata delle riserve è stimata in trecento anni. La zona è abitata da 30 mila abitanti divisi tra le etnie dei Khanty-Ostiak, dei Mansi-Vogul e dei Nentsy della foresta. Nel 1992 un decreto presidenziale stabilì che le terre venissero loro intestate per un periodo di tempo illimitato, a titolo gratuito e trasmissibile ereditariamente: ciò significava che ogni sfruttamento del territorio doveva ricevere la loro autorizzazione. Nel 1995 l’amministrazione del distretto emanò una disposizione provvisoria in base alla quale il diritto veniva sospeso a tempo indeterminato per ”mancanza di moduli”. Lo sfruttamento venne così concesso alle compagnie petrolifere le quali garantirono che i lavori non sarebbero iniziati prima del 2005, in modo da permettere il trasferimento delle popolazioni locali in altre zone. Un improvviso crollo dei prezzi spinse però all’immediato inizio delle perforazioni.
• Yuri Aïvaseda, capo dei Nentsy della foresta (più noto come poeta con lo pseudonimo di Yuri Vell) ha deciso di intentare causa alla Lukoil. L’addetto stampa della compagnia, Dmitri Dolgov, sostiene che si tratta di manovre per estorcere denaro dalla compagnia (attualmente stanzia appena 500 dollari per il recupero ambientale di ogni area esplorata). Durante i lavori ai giacimenti di Povkhovskoie gli operai hanno sterminato la fauna locale, le renne selvagge sono completamente scomparse, le popolazioni autoctone hanno perso ogni mezzo di sostentamento. Procedendo nelle esplorazioni, i fori e gli scavi effettuati dovevano essere coperti e il materiale di scarto, impregnato di petrolio, rimosso. Ciò non è accaduto, il terreno è inquinato e molte fosse colme di petrolio giacciono abbandonate: d’inverno, quando sono coperte di neve, gli allevatori di renne e i loro animali vi cadono dentro morendo.
• Gli antropologi russi hanno rilevato che nei canti folkloristici delle popolazioni siberiane di quelle zone sono apparsi due nuovi personaggi che incarnano il nemico: ”il grande uomo russo dalla testa e dal ventre di ferro e la grande donna russa vestita di rosso che divora tutto sul suo cammino” (cioè le torri petrolifere e le torce che bruciano i gas di scarto degli impianti).