Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 22 giugno 1998
«All’inizio del secolo le baracche vicino alle fabbriche erano abitate da strani e tenebrosi compagni: Armeni, Georgiani, e Russi
• «All’inizio del secolo le baracche vicino alle fabbriche erano abitate da strani e tenebrosi compagni: Armeni, Georgiani, e Russi. durante il giorno rimanevano nascosti, sottratti agli sguardi dei curiosi. Nè la polizia nè i petrolieri sospettavano la loro esistenza. Stavano rintanati in cantine, parlavano poco e usavano macchine da stampa accuratamente dissimulate. Il loro capo si chiamava Demetriachvili. Era un georgiano dalla statura gigantesca e di una energia terribile. Alla notte, coi suoi amici egli lasciava il suo nascondiglio segreto della via Tchadrovaia, entrava nelle case operaie, distribuiva manifesti e pronunciava discorsi sulla felicità futura. Solo gli operai russi prestavano attenzione alle sue parole. Esse del resto non erano destinate che alle orecchie russe. Il gigantesco georgiano Demetriachvili era l’uomo di fiducia di Lenin per la regione di Baku».
• «Per tre anni Demetriachvili abitò la cantina di una casa in rovina. Anche oggi le tracce della sua attività a Baku non sono ancora cancellate. Nel 1905 quando scoppiò la prima rivoluzione russa a Baku si scatenarono combattimenti nelle strade; ma mai si verrà a sapere chi ne fu l’istigatore. Il 24 ottobre, piccoli commercianti, contadini, impiegati di ufficio uscirono nelle vie. Armeni e Mussulmani si gettarono su di loro. Risuonarono dei colpi e il sangue colò nelle strade della vecchia città. Ne seguì una confusione senza nome; si sparava dalle cantine dalle finestre dai tetti. La polizia venne mobilitata fino all’ultimo uomo. E lottò contro il popolo insorto, per difendere gli edifici governativi [...].
Mentre la polizia era accorsa nelle principali strade delle città, gli operai russi scesero nei pozzi, li occuparono, cacciarono i dirigenti e decretarono all’unanimità che ormai tutta l’industria petrolifera apparteneva a loro. La propaganda dell’enorme georgiano aveva portato i suoi frutti. Nella città appena uscita dal terrore della guerriglia di strada, sorse una nuova paura: la rivoluzione operaia».
• «Operai armati si erano appostati sui tetti dei ”derricks”, sorvegliavano la città lontana e cantavano canzoni selvagge di briganti. Gli indigeni erano fuggiti abbandonando i pozzi. I proprietari inviarono dei delegati a parlamentare con gli operai. I parlamentari furono scacciati. Essi furono rimandati a parlamentare con i ribelli; allora gli operai li legarono e li gettarono nei pozzi. Non si poterono recuperare i loro corpi putrefatti che parecchie settimane dopo.
Il terrore si impadronì della città. Truppe vennero da tutte le regioni e avanzarono verso i pozzi. Il governo ordinò agli operai di arrendersi. Nessuno obbedì.
Ad un tratto mentre la regione petrolifera era già tutta circondata in un cerchio di ferro di soldati, quando parecchi operai ebbero constatato che la loro situazione era senza uscita, nei ”derricks” divamparono le fiamme. Grida di disperazione salivano dai pozzi. In mezz’ora tutte le torri dei pozzi erano in preda al fuoco. Nessuno seppe chi avesse appiccato l’incendio. Milioni distrutti; non restavano che nuvole oleose che si elevavano grevi verso il cielo.
Con le facce sconvolte, lo spavento negli occhi gli operai fuggivano dalla regione del fuoco. Ma il fanatico incendiario era scomparso. Per molti giorni i pozzi bruciarono. Di notte rosseggiavano nel cielo luci immense. Nessuno osava avvicinarsi ai campi di petrolio in fiamme. Quando finalmente l’incendio si spense da sé l’industria petrolifera del Caucaso non esisteva più. fra le rovine si ritrovarono i resti carbonizzati degli impiegati che avevano fatto il loro dovere fino all’ultimo».
• «Occorsero due anni all’industria colpita a morte per rialzarsi dopo le sanguinose giornate dell’ottobre 1905. A poco a poco i danni furono riparati. Alla fine dei due anni la foresta dei ”derricks” si innalzò nuovamente presso Baku. Il lavoro riprese tranquillo. Il Georgiano Demetriachvili non doveva più uscire dall’ombra. Una palla dispersa lo aveva colmpito davanti al forte di Mizhet presso Tiflis. I lavori poterono proseguire senza intralci.
Ma il georgiano Demetriachvili lasciava a Baku un successore, pure georgiano; era un giovanotto che raccolse con molta abilità la triste eredità. Anche lui pronunciava discorsi, abitava in cantine clandestine e stampava manifesti. Il Georgiano aveva occhi cupi e movimenti energici. Non tardò molto a diventare il capo invisibile, senza corona ma onnipotente, degli operai russi di Baku. I petrolieri ne conoscevano la esistenza. Ma era impossibile scoprirlo; egli sfidava le autorità e divenne a poco a poco la figura leggendaria della città. Durante riunioni segrete notturne egli conquistava l’animo degli operai; si rivelò un ottimo allievo del capo scomparso».
• «Esattamente tre anni dopo il grande incendio, i Russi abbandonarono di nuovo le loro case, attaccarono i ”derricks”, cacciarono li indigeni e gli amministratori e occuparono i pozzi. ssi sapevano che ora potevano dettare la loro volontà ai proprietari [...].
Occorreva che non si verificasse più la marcia sui pozzi. Essa del resto non si rinnovò; le abitazioni, le scuole, gli ospedali, la canalizzazione e le strade che ormai i petrolieri facevano costruire per gli operai raggiunsero lo scopo. La regione petrolifera di Baku finì per avere le migliori condizioni di lavoro di tutta la Russia».
• «Il giovane e cupo Georgiano era soddisfatto della sua opera. ”A Tiflis ero un allievo rivoluzionario e non fu che a Baku che raggiunsi il grado di apprendista della rivoluzione mondiale” dirà più tardi.
Nel 1919 l’armata del Georgiano occupò la città di Baku. I pozzi furono espropriati i proprietari fuggirono. Il cupo Georgiano era Giuseppe Stalin».