Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 18 maggio 1998
La Val d’Agri negli Appennini Lucani, centro della Basilicata, provincia di Potenza
• La Val d’Agri negli Appennini Lucani, centro della Basilicata, provincia di Potenza. Le prime tracce di petrolio furono scoperte nel 1902: uno studio rilevò la presenza di olio e gas nella zona di Tramutola. Le trivellazioni dell’Agip cominciarono nel 1926, stesso anno di fondazione dell’Agenzia (19 maggio 1926): fra il ’39 e il ’47 vennero perforati 47 pozzi: 27 producevano petrolio, 6 olio e gas, 2 solo gas (ma le rese massime erano risibili). I lavori vennero sospesi nel 1950. L’ultima trivellazione a Tramutola è del 1959: alla profondità di 2 mila metri non era ancora stato trovato il petrolio. Dal 1975 al 1984 l’Agip ha ottenuto dal Ministero dell’Industria nuovi permessi di ricerca e ha ripreso le esplorazioni. Dal 1975 al 1993 nell’area sono stati investiti 530 miliardi per l’esplorazione e 700 per lo sviluppo: oggi sono in funzione solo quattro pozzi che producono 7.500 barili al giorno, del tutto insufficenti a giustificare gli investimenti.
• Forse la Val d’Agri è la maggiore area di sviluppo petrolifero su terraferma in Europa. Grazie alle nuove tecnologie (con le quali si possono raggiungere profondità maggiori) sono stati scoperti grossi giacimenti a Cerro Falcone, Perticara, Caldarosa e Tempa La Manara: per questo le riserve stimate sono di 480 milioni di barili di petrolio equivalente (cioé la capacità energetica di petrolio e gas espressa in barili di petrolio, o b.o.e). Un secondo giacimento, quello di Tempa Rossa, ha riserve per altri 420 milioni di barili. Il valore della produzione di idrocarburi potrebbe essere di circa 15.500 miliardi di lire da oggi al 2022. Verrebbero estratti circa 622 milioni di barili di petrolio, 100 mila al giorno (di norma si può estrarre solo il 35 per cento del petrolio di un giacimento): queste riserve permetterebbero di portare la produzione petrolifera italiana dall’attuale 5 all’8 per cento del fabbisogno nazionale (la regione Basilicata parla però di percentuali maggiori). Il risparmio sulla spesa petrolifera italiana sarebbe di circa 19.500 miliardi.
• Sinora nell’area sono stati spesi 1.200 miliardi ma gli investimenti complessivi dovrebbero superare i 3 mila. Serviranno impianti di trattamento, depositi, nuove perforazioni ed un oleodotto di 136 chilometri fino alla raffineria di Taranto (oggi il trasporto avviene tramite autocisterne, sarebbe il primo oleodotto nel sud d’Italia). Le ricerche dell’Agip hanno attirato diverse compagnie petrolifere straniere che hanno ottenuto 55 permessi di ricerca e sfruttamento (il giacimento di Tempa Rossa è in compartecipazione tra Enterprise, Fina, Lasmo, Mobil ed Eni). L’arrivo delle compagnie straniere è stato possibile grazie alla direttiva comunitaria (la 22/94) che cancella l’esclusiva sullo sfruttamento degli idrocarburi in tutti i paesi dell’Unione: per l’Italia l’Eni ha perduto quella sui giacimenti della Val Padana (iscritto nella legge istitutiva dell’Ente, il regime di monopolio mirava a garantire all’Italia l’approvigionamento energetico).
• I progetti di sfruttamento sono bloccati per via delle richieste della Regione Basilicata. La legge Bassanini sul decentramento stabilisce che il governo rilascia i permessi di ricerca petrolifera, ma la concessione per lo sfruttamento deve arrivare dalla Regione. Per fornire le autorizzazioni la Regione Basilicata chiede diritti per 2-3 mila miliardi in 20 anni (cioè almeno 100 miliardi l’anno) e investimenti per centinaia di miliardi in settori non petroliferi (le compagnie petrolifere offrono 200 miliardi). Nello stesso tempo gli ambientalisti protestano per i rischi ecologici del progetto. I costi supplementari per le compagnie sarebbero di circa 3.500 miliardi, oltre ai mille miliardi di royalties che dovrebbero comunque pagare (il 55 per cento andrebbe alla regione Basilicata, il 15 ai comuni lucani, il restante 30 allo Stato, che però, per chiudere l’accordo, potrebbe rinunciarvi in favore della Regione).
• «I lucani non si sono mai sottomessi al potere di Roma, figuriamoci a quello dell’Agip. Se vogliono ritirarsi si ritirino. La Basilicata è ricca di onore e dignità e non si vende a nessuno» (Angelo Raffaele Dinardo, presidente della Regione Basilicata). «A voi il petrolio, a noi i tumori» (scritta sui muri della Val d’Agri).
• Alla Texaco sono stati sospeso i permessi per i campi petroliferi tra la Val d’Agri e il Vallo di Diano: nonostante abbia vinto un paio di ricorsi al Tar, la compagnia americana ha deciso di ritirarsi. Anche Amoco e Chevron hanno rinunciato ad estrarre in Italia; la Exxon non ha neppure iniziato. Per gli stessi problemi Total e Elf hanno rinunciato allo sfruttamento di importanti giacimenti gassosi nell’Adriatico (30 miliardi di metri cubi nell’Alto Adriatico, la produzione italiana di due anni): in questo caso l’opposizione è del Ministero dell’Ambiente, della Regione Veneto e dei sindaci di Chioggia e Venezia che temono l’abbassamento del livello dell’Adriatico. L’Eni ha richiesto le autorizzazioni nel 1996, a causa dei ritardi ha perso 107 miliardi in un anno: se rinuncerà potrebbe tagliare 160 posti di lavoro del Centro Olio Monte Alpi dell’Agip a Viggiano, al quale sono legate almeno 500 famiglie.