Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  ottobre 27 Lunedì calendario

L’America ha ottenuto negli ultimi anni risultati sorprendenti nella lotta contro il crimine

• L’America ha ottenuto negli ultimi anni risultati sorprendenti nella lotta contro il crimine. I dati dell’Fbi parlano chiaro: dal 1993 al 1996 il numero dei crimini è diminuito in tutte le maggiori città. In testa alla classifica c’è New York, con un calo del 36%; seguono Los Angeles (-25%), Boston e San Francisco (-20%) e Denver (-14%). In particolare, i crimini violenti (omicidi, rapine, stupri) sono scesi del 7%, gli omicidi da soli dell’11%. Se le cose continueranno così, le grandi città americane potrebbero diventare presto modelli di pace e di sicurezza, dopo essere state per molto tempo i simboli della violenza metropolitana.
• Questi dati, accolti da tutti, com’è ovvio, con soddisfazione, hanno tuttavia causato seri grattacapi alla sinistra americana. Per carità, non è che liberals e radicali stiano marciando per la Quinta Strada con cartelli che invocano più omicidi e più furti d’auto. Resta però il fatto che i successi ottenuti dalla polizia li hanno messi in difficoltà e hanno aperto al loro interno un dibattito appassionato e talvolta aspro. Le ragioni dell’ansia della sinistra sono diverse. In primo luogo, c’è il fatto che gli artefici principali delle vittorie contro il crimine sono quasi tutti conservatori. A New York, per citare il caso più significativo, il sindaco è il «falco» Rudy Giuliani e il capo della polizia, scelto da Giuliani, è il «duro» William Bratton.
• Il secondo motivo di preoccupazione è che sindaci e capi della polizia hanno vinto applicando i tradizionali dettami conservatori nella lotta contro il crimine: prendere i malfattori, metterli in carcere e lasciarceli il più a lungo possibile. Per effetto di questa strategia, il numero dei carcerati è passato da 419.346 nel 1984 a 904.647 nel 1994; in compenso le città americane sono diventate più sicure. Altro che le politiche di prevenzione invocate dai liberals, tuonano gongolanti i conservatori.
• In terzo luogo, e questo è certo il colpo più duro, i risultati migliori nella lotta contro il crimine sono stati conseguiti grazie all’applicazione di nuove dottrine messe a punto dai criminologi conservatori, in particolare la celebre teoria delle «finestre rotte» (broken windows) di James Wilson e George Kelling. L’idea è semplice: se il proprietario di un condominio lascia correre quando un affittuario rompe una finestra, in poco tempo l’edificio sarà in rovina; se invece interviene subito, e con fermezza, l’edificio resterà integro. Fuor di metafora: per combattere i crimini gravi, bisogna combattere le piccole violazioni. Questa filosofia ha ispirato una strategia di pattugliamento intensivo e aggressivo che ha dato ottimi risultati, soprattutto nei quartieri maggiormente infestati dal crimine. Tutto questo significa che per la sinistra la vittoria nella lotta contro il crimine rappresenta una duplice sconfitta, politica e culturale: hanno vinto i conservatori e le idee, vecchie e nuove, dei conservatori. Per correre ai ripari, le riviste della sinistra hanno preso il problema di petto: The American Prospect ha pubblicato nel fascicolo di maggio-giugno vari articoli sul tema «The Mistery of the Falling Crime Rate»; ”Dissent” ha promosso nel fascicolo autunnale, appena uscito, un dibattito su «The Left and the Crime», al quale prendono parte criminologi, sociologi e giornalisti.
• Come spesso succede in questi casi, i teorici della sinistra si sono divisi: da una parte i «pugnaci» che combattono vigorosamente le tesi dei conservatori, dall’altro i «tormentati» che esortano la sinistra a riconoscere le proprie colpe e a recitare il mea culpa. Non è affatto vero, sostengono i «pugnaci», che le vittorie contro il crimine sono state ottenute grazie all’applicazione delle idee dei conservatori. Quella del pattugliamento intensivo e dell’intervento mirato, sostiene Elliot Curie, un criminologo, è una vecchia idea dei progressisti. Altri ribadiscono che il pattugliamento aggressivo con licenza di fermare e interrogare a discrezione ha provocato un preoccupante aumento dei casi di aperta violazione delle libertà individuali e di brutalità da parte della polizia. Infine, sottolinea David Anderson su ”The American Prospect”, se i soldi spesi per le prigioni fossero utilizzati per seri programmi di prevenzione, il crimine diminuirebbe in modo ancora più significativo.
• I «tormentati» osservano invece che la correlazione fra le tesi criminologiche conservatrici e le nuove, e vincenti, strategie della polizia è diretta ed esplicita. E arrivano ad ammettere, come nel caso di Michael Tomasky su ”Dissent”, che anche se il pattugliamento aggressivo porta a eccessi e a violazioni della libertà individuale, bisogna rassegnarsi in nome dell’esigenza fondamentale della sicurezza per tutti. Dopo tutto, non sono forse i poveri, di cui la sinistra vuole essere paladina, a pagare i prezzi più alti per la strapotenza del crimine? Non credo che il dibattito in corso porterà a profonde revisioni della cultura criminologica della sinistra americana. certo però che oggi sono in molti a riconoscere che per sconfiggere il crimine serve di più un numero adeguato di poliziotti bene addestrati che legioni di assistenti sociali. O almeno che ci volgliono gli uni e gli altri.