Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 18 agosto 1997
Le ferrovie americane sono peggio delle nostre, coprono un’infima parte del territorio, hanno spesso vagoni sordidi e ritardi astronomici, rispetto al cibo delle loro cafeterie quello del Pendolino sembra Escoffier
• Le ferrovie americane sono peggio delle nostre, coprono un’infima parte del territorio, hanno spesso vagoni sordidi e ritardi astronomici, rispetto al cibo delle loro cafeterie quello del Pendolino sembra Escoffier. Ma funzionano bene le stazioni: anche nel massimo disordine sai sempre quello che sta per capitare, e se saltano tutti i pannelli elettronici arriva un signore come quello delle vecchie diligenze che grida con voce stentorea di andare da quella parte.
• In questi giorni di disastri si è osservato che uno dei problemi delle nostre ferrovie è anche la carenza di comunicazione. Naturalmente una buona comunicazione non eliminerebbe deragliamenti, morti e feriti (questi sono problemi strutturali), ma aiuterebbe gli altri, quelli che spaccano i finestrini perché non sanno che cosa succede.
Una delle sofferenze dei malati poveri nei grandi ospedali è che alla mattina passa il primario, si ferma davanti al letto enunciando osservazioni ipertecniche agli assistenti, prescrive ancora penicillina e se ne va, lasciando il paziente ignaro della sua vera sorte. Nelle cliniche per i ricchi invece il primario spiega al paziente che cosa ha e perché lo cura in tal modo, e il paziente non aggiunge l’ansia agli altri mali.
• Nelle nostre stazioni ci sono dei pannelli elettronici che dicono quali sono i treni in arrivo e in partenza, ma al massimo ti avvertono che il tale treno ha dieci minuti di ritardo, poi venti, poi un’ora, e tu non sai che futuro ti aspetta. Anche quando trovi un ferroviere gentilissimo che va a prendere informazioni, questo torna allargando le braccia: si dice che ci sia un guasto sulle rotaie a Battipaglia, forse lo riparano entro un’ora, forse dura sino a notte.
Eppure esiste una cosa chiamata Internet grazie a cui, su schermi d’emergenza, potremmo leggere in tempo reale che cosa sta accadendo, quali sono le dimensioni dell’incidente, quanto ci vorrà, e persino quali alternative avremmo a disposizione per quella linea.
• Perché il povero controllore, che ormai sa persino parlare inglese con gli stranieri, deve consultare orari ufficiali mastodontici per dare un’informazione sulla coincidenza, e se fate il biglietto in treno, magari con un tesserino-sconto, deve ogni volta calcolare con la biro il tragitto, la detrazione e il sovrapprezzo? Con un computer da un milione, e una stampantina da seicentomila lire nella stazione di testa, salendo in treno il controllore potrebbe ritirare un foglietto che specifica per quel solo percorso ogni tipo di tariffa per ogni tragitto (voglio dire qualcosa come «Bologna-Firenze, meno sconto numero cinque, più biglietto in treno, lire tante»), e con un altro foglietto avrebbe tutte le coincidenze sulle stazioni toccate da quel treno. Ma il vantaggio interesserebbe anche i viaggiatori, i quali (come accade in molti paesi) potrebbero avere lo stesso foglietto premendo un bottone prima di fare il biglietto, senza accalcarsi allo sportello informazioni e spintonarsi in modo indecente per decifrare come egittologi i grandi quadri gialli.
• Settimane fa sono saltati, alla Centrale di Milano, tutti i pannelli elettronici. Non solo, ma per qualche misteriosa ragione ogni treno arrivava o partiva da un binario diverso da quello consueto. Una folla oceanica cercava di ascoltare avvisi vocali che arrivavano a raffica dagli altoparlanti, ma come è noto gli altoparlanti delle stazioni hanno questa caratteristica (già celebrata da Monsieur Hulot), che se ti trovi presso il chiostro dei giornali li capisci, se ti sposti al chiosco dei tabacchi percepisci solo un rimbombo. La stazione di Milano quel giorno sembrava quella di Pechino durante la rivolta dei Boxers.
• Ora tutti abbiamo in casa altoparlantini che stanno in una mano e attraverso i quali, se non si è esigenti, si può ascoltare a pieno volume preludio e morte d’Isotta. Se ce ne fosse uno ogni tanti metri, sui binari, alle entrate e accanto ai vari chioschi, chiunque riceverebbe comunicazioni sussurrate come una dichiarazione d’amore. Fate una botta di conti, calcolando il prezzo di questi aggeggi, e vedete che il sistema, anche in una grande stazione, costerebbe una cifra abbordabile.
Non elimineremmo così le vittime, ma renderemmo più umana l’odissea dei sopravvissuti. Però non dipende solo da fattori tecnici ed economici: quello che manca è una disposizione a riconoscere nel pubblico un interlocutore, ed è una malattia che ha radici profonde, più della senescenza dei binari.