Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 4 agosto 1997
La vicenda Montale doveva coinvolgere, prima o poi, la casa editrice a cui il poeta affidò, il 14 aprile 1977, i diritti esclusivi di pubblicazione di tutta la sua opera
• La vicenda Montale doveva coinvolgere, prima o poi, la casa editrice a cui il poeta affidò, il 14 aprile 1977, i diritti esclusivi di pubblicazione di tutta la sua opera. Questa casa editrice è la Mondadori, che nel 1991 pubblicò la prima parte del "Diario postumo" e nel dicembre scorso l’intera raccolta, a cura di Annalisa Cima e con appendice filologica di Rosanna Bettarini. Ed eccola, dunque, la Mondadori, che dice la sua su quella che i montalisti più spiritosi chiamano una vera e propria «bufera», scatenata dal saggio di Dante Isella uscito il 20 luglio sul «Corriere». Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale, ricorda che il contratto tra gli eredi Montale e la Mondadori, scaduto a vent’anni dalla sua stipulazione, è stato rinnovato nell’aprile scorso. «Questo contratto prevede l’obbligo da parte nostra di dare alle stampe tutto ciò che Montale ha lasciato, dunque non abbiamo saccheggiato un bel niente, come invece sostiene Annalisa Cima quando parla dell’edizione dell’"Opera in versi" nei Meridiani». Andiamo con calma: l’Opera in versi è l’edizione critica uscita nel 1980 da Einaudi, a cura di Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini. Quell’edizione fu realizzata da Einaudi grazie a una concessione mondadoriana. Ma l’editore milanese chiedeva in cambio la possibilità di utilizzare il testo critico per un Meridiano delle poesie. Cosa che si verificò nel ’91, con il volume intitolato "Tutte le poesie" e curato da Giorgio Zampa. La stesso volume a proposito del quale Annalisa Cima parla di «saccheggio».
• Ma passiamo al "Diario". Il 22 marzo ’88, quando fu firmato il contratto per la prima edizione parziale, Ferrari non si trovava alla Mondadori, ma ricostruisce le vicende attraverso la sterminata documentazione che rimane sui rapporti Cima Mondadori. Ecco, innanzitutto, la copia del contratto, controfirmata da Bianca Montale, la nipote designata dal poeta come erede letteraria nel testamento del ’75. (Il nome di Bianca Montale compare nel contratto con la qualifica «erede»). Ma il contratto è molto interessante per le premesse: vi si citano in primo luogo le «scritture» (due del 28.10.1972 e due del 26.10.75) in cui «il Poeta Eugenio Montale concedeva alla Poetessa Annalisa Cima i diritti su alcune proprie poesie manoscritte». Sono, come è ormai noto, le prime lettere-legato pubblicate nell’aprile scorso, con le altre, nell’«Annuario della Fondazione Schlesinger». La poetessa Cima ha dichiarato qualche giorno fa all’Ansa che prima di scrivere il suo saggio, Isella avrebbe potuto correre alla Mondadori per verificare la scrittura di Montale sulle tredici delle ventiquattro lettere-legato depositate in casa editrice nell’87 e «ampiamente verificate e approvate dall’ufficio legale che stese il mio contratto». Abbiamo chiesto a Ferrari di mostrarci questi documenti, ma non ve n’è traccia. Tutto quel che Ferrari riesce a trovare nell’archivio sono tredici fotocopie, tratte dall’Annuario, che riprendono altrettante lettere-legato (dal ’72 al ’78). Nient’altro. Quindi la corsa auspicata dalla Cima sarebbe stata vana.
• E torniamo al contratto. In esso la Cima, il cui nome è preceduto con regolarità ossessiva dalla qualifica di Poetessa (maiuscolo), si impegnava a dare notizia ogni anno alla casa editrice del contenuto delle undici buste lasciatele da Montale (due delle quali, a quell’epoca, già aperte e già pubblicate in altrettante plaquette). La questione delle buste è una questione scottante. Esistevano davvero? vero, come Annalisa Cima ha dichiarato più volte, che sarebbero state consegnate dal poeta stesso a un notaio? Ed eventualmente di che notaio si tratta? Alla Mondadori non ne sanno niente. Intanto, rileggendo una vecchia intervista rilasciata a Giorgio Calcagno («La Stampa») il 13 settembre 1986, si scopre che «lei [la Cima] si presentava, con un piccolo registratore nella borsetta, per fissare» i dialoghi con il poeta. E ancora, era la stessa Musa ad accennare sibillinamente a una sorta di «diario poetico, registrato», «parallelo a quello scritto. Di lì nascevano le poesie». E poi, sempre la Cima, senza minimamente accennare a buste o involucri di alcun genere, rivelava in quell’occasione che Montale usava scrivere delle poesie dopo la conversazione o a distanza di tempo, consegnandole brevi manu alla sua interlocutrice: «Parlavamo di un tema e dopo sette o otto giorni arrivava la poesia. Mi diceva: ”Buttale pure se non ti sembrano belle”... Sono poesie scritte su foglietti, cartoline, sui libri che mi regalava». Dei libri non c’è traccia nella puntuale descrizione delle carte posta dalla Bettarini come appendice al volume. Dove sono finiti?
• Il contratto auspicava «una introduzione e note filologiche del prof. Cesare Segre assolutamente inedite, o di altri curatori di pari livello». L’auspicio, come si sa, non venne soddisfatto. La Cima si rivolse allora a Stefano Agosti per l’introduzione. Un frontespizio dattiloscritto (la cui formulazione fu avallata tecnicamente da Dante Isella allora direttore dei Classici) testimonia che era già pronto il volume con lo scritto di Agosti e con «testo e apparato critico» di Rosanna Bettarini. Ma neppure l’introduzione di Agosti uscì. Come mai? Risponde oggi Agosti: «La Cima trovò la mia introduzione riduttiva nei confronti di Montale». Dunque fu rifiutata. Oggi quel saggio si può leggere nel volume Poesia italiana contemporanea (Bompiani): vi si parla di testi «in presa diretta», di linea «diaristicocolloquiale», di «colloquio immediato» da cui è assente ogni forma memoriale e ogni distanza rispetto all’interlocutore.
• Ferrari comunque tiene a precisare che tutto il rapporto Cima-Mondadori è costellato di complicazioni e di lunghi «tira-e-molla»: «Le relazioni sono sempre state molto tese e contrassegnate da una connotazione giuridica». La Mondadori (i dirigenti che trattavano la questione erano allora Luciano De Maria e Marco Forti) teneva a pubblicare il Diario postumo, poiché era l’editore di Montale. «Sarebbe stato inammissibile farlo pubblicare da altri editori». E ora? C’è chi sostiene che sarebbe bene ritirarlo dalle librerie: «Finché non è accertato il falso, non vale la pena prendere nessuna decisione di questo tipo», dice Ferrari «Se qualcuno intende portare la faccenda sul piano giudiziario, ne trarremo le conseguenze». Si allude, ovviamente, a Bianca Montale, l’erede cui spetterebbe il dovere di salvaguardare la memoria del poeta. «Comunque», prosegue Ferrari «questa storia, fin dal sul nascere, è viziata da un’ambiguità di fondo».
• Ferrari mostra poi il carteggio più recente. Il 1 aprile scorso, come detto scadevano i diritti di Montale. Il 18 si faceva viva la Cima con una lettera in cui ne rivendicava con determinazione la paternità sulla base delle lettere-legato. La Mondadori nel frattempo aveva rinnovato il contratto con Bianca Montale. Fu lo stesso Ferrari a rispondere alla Cima: come mai la Musa Montale aveva fatto passare tanto tempo prima di far valere i suoi diritti? Dopo un scambio dai toni anche duri la Cima con l’ultima lettera cedeva le armi: c’è un equivoco, non rivendicavo certo diritti monetari, ma solo quelli morali... Bianca Montale, intanto, assicura: «Ci muoveremo, dopo ferragosto». La storia si chiude quì per il momento.