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 1997  luglio 28 Lunedì calendario

Era un piccolo mondo dove «si stava abbastanza bene» e dove le cose, i rapporti, il lavoro «funzionavano, tutto sommato, con una certa armonia»

• Era un piccolo mondo dove «si stava abbastanza bene» e dove le cose, i rapporti, il lavoro «funzionavano, tutto sommato, con una certa armonia». Era così, l’istituto di Filosofia del Diritto dell’università di Roma, prima del diluvio. Ma quasi ottanta giorni di bombardamenti a tappeto, con il cielo che scaricava senza sosta sospetti, accuse, arresti, telecamere, flash, insulti, poliziotti e giornalisti, hanno avuto l’effetto del napalm americano sui villaggi vietnamiti. Ora, tra gli scaffali delle librerie, fuori dalla stanza 6, nella mente dei ”superstiti”, aleggiano dubbi e fantasmi, restano appesi ipotesi e interrogativi, ci sono macerie da sgombrare. Laggiù c’era la Alletto. Qui, nel corridoio, saranno passati chissà quante volte Ferraro e Scattone. I sopravvissuti, impotenti, non possono che subire il martellamento mentale e materiale imposto dalle circostanze e Filosofia del Diritto non può non chiedersi ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, se tornerà mai più la stessa.
• Sorridente e tranquillo come sempre, Paolo Panattoni, verso l’una esce dalla sala cataloghi per andare a casa. «Male non fare, paura non avere... – dice, citando un proverbio – La cicatrice resterà. Ma credo che, alla fine, tutto passerà. La giustizia farà il suo corso». Maria Urilli, nella segreteria, non riesce ancora a capacitarsi. La Alletto – c’è solo sua parola – sostiene di averle detto ciò che sarebbe accaduto il 9 maggio nella Stanza 6. «Non si capisce perché – dice la Urilli, una donna sulla cinquantina, tutta d’un pezzo – mi ritrovo coinvolta in una storia senza averne mai saputo nulla...».
• L’inchiesta è passata come un tornado nell’istituto che fu del leggendario Sergio Cotta e del suo panama bianco. «Era – racconta Laura Capelli, una delle addette alla biblioteca Giorgio Del Vecchio – un piccolo mondo dove si conoscevano tutti e adesso è come se fosse passata una bomba. Almeno sui rapporti personali. Da qualcuno ci si è allontanati, con qualche altro c’è stato un avvicinamento. In continuazione, ci si chiede che cosa è successo, si ripensa a ciò che ha detto quello o piuttosto quell’altro. Si cerca di capire. Chissà: si tornerà a una normalità, prima o poi, ma non a quella di prima».
• Negli uffici della biblioteca, come ogni giorno da ottanta giorni, il discorso scivola, inevitabilmente, sull’argomento. Simona Sagnotti, una delle ricercatrici con più anzianità, collega di Scattone, amica di Ferraro, difende con l’intatta fierezza dei primi momenti il buon nome dell’istituto. «Nulla sarà più come prima – dice – sono stati fatti danni irreversibili. Il tribunale del riesame, parlando genericamente di omertà, ci ha coinvolti tutti. Ma quale omertà! Io in persona, al primo interrogatorio, ho chiesto e fatto mettere a verbale perché mai la polizia fosse arrivata qui con quasi quindici giorni di ritardo».
• Si apre la porta. Ecco Maurizio Basciu, il direttore della biblioteca. La Alletto – e anche qui c’è solo la sua parola – dice di avergli riferito le stesse cose che avrebbe detto alla Urilli. «Questo era un ambiente tutto sommato armonico – ripete – Certo, c’era ogni tanto qualche screzio. Ma pure le monache di clausura litigano... Ci si viveva bene. E poi? Come può non pesare tutta questa storia?». Gli insulti, anche quelli. «Si – aggiunge la Sagnotti – qualche studente, ogni tanto, apre la porta della Stanza 6 e butta là: ”Assassini”. Ecco cosa sta accadendo».
• Bruno Romano, il professore, direttore dell’istituto, è tornato a fare gli esami. Ma il «piccolo mondo» d’un tempo, almeno per ora, non esiste più. Morto. Cancellato. Coventrizzato, direbbero gli inglesi. « un clima surreale – aggiunge la Cappelli – Ogni volta che mi affaccio alla finestra c’è gente che indica su da noi. Nel corridoio c’è sempre qualcuno che addita la Stanza 6... è un’atmosfera sospesa». La Alletto non c’è più. Ma è come se ci fosse, una sfinge enigmatica e allo stesso tempo implacabile. «Avrei voluto parlarci – dice la Sagnotti – Ma l’unica volta che l’ho salutata dopo i fatti lei aveva gli occhi bassi. Ammettiamo, per pura ipotesi, che abbia detto la verità. Perché mai ci ha lasciato per trentasei giorni in compagnia di due assassini? Con Ferraro, grandissimo amico e collega, ci ho passato per anni dodici, tredici ore al giorno. Ora dicono che ha una doppia personalità. Possibile che io non abbia mai percepito nulla?». Domande molto concrete, qui, davanti alla Stanza 6, dove resta poco spazio per la filosofia