Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 28 luglio 1997
Ripensare: dolcissimo veleno
• Ripensare: dolcissimo veleno. «Ogni tanto ci casco, mi trovo a raccontare ”quando facevo”, ”quando andavo”, ”quando compravo”. Per un po’ ti consola. Ma alla fine ti resta un coltello nel cuore». Adesso che vede un po’ di luce in fondo al tunnel, Albano Galanti ha deciso di rompere il retrovisore. «La memoria è zavorra, ti tira giù e io ho voglia di andare avanti». Quindi, basta: chiusi in un cassetto i ricordi della bella casa in collina, della seconda casa a Gabicce, del lavoro di prestigio, delle macchine comode, delle vacanze in Laguna, del denaro che pioveva quasi da solo sul conto corrente a fine mese. In un altro cassetto i ricordi di questi quattro anni d’incubo, per casa un’automobile, per guardaroba un paio di vestiti, per orizzonte il buio. Si ricomincia, a 49 anni, da quel che c’è: un letto nel dormitorio di un’associazione cattolica, un lavoro rude ma sicuro: facchino di notte al mercato ortofrutticolo. Senza rimpianti, «non me li posso permettere», sorride. Uno su cento non ce la fa. Per la precisione: lo 0,9 per cento della popolazione del nord Italia è fatta di «ceto medio impoverito», diplomati e laureati che vivono in condizione di povertà, dice l’Istat. Al sud sono il 9%, dato che porta la media nazionale al 3,6: però da Bologna in su non ci sono gli eserciti della disoccupazione intellettuale meridionale a gonfiare le statistiche. E uno su cento non è comunque una piccola fetta. Ci sono dentro i manager licenziati, i dirigenti travolti dalle turbolenze del mercato del lavoro, i tecnici a cui la rivoluzione elettronica ha eliminato d’un tratto non solo il posto di lavoro, ma lo stesso mestiere (che fine avranno fatto i perforatori di schede meccanografiche?). Vite intere da riformattare, consumi garantiti da abbandonare per sempre, collaudate way of life da buttare nel cestino.
• La storia del signor Galanti, da proto-yuppie a vagabondo, è estrema e lui lo sa. Ma è estrema come il bordo di una strada su cui tutti possono sbandare. L’autostrada della «carriera», che fino a vent’anni fa sembrava dritta e sicura, oggi è piena di macchie d’olio. «Anch’io, naturalmente, la pensavo come tutti: nella vita si può solo migliorare». E la vita, la sua, gli ha dato a lungo ragione: ex studente di buon liceo bolognese, rubacuori di coetanee, a 29 anni già responsabile di uno dei centri elettronici più moderni dell’epoca, la «sala macchine» fiorentina del Consorzio nazionale dei servizi di esattoria: «Nel ’73 già lavoravo con il 360, uno dei primi elaboratori in ambiente Dos». «Cocco dell’azienda» per i colleghi invidiosi, stipendio da invidiare, «due milioni e mezzo di allora: fanno quasi cinque di oggi», moglie e figli una bella casetta a Firenzuola, sull’Appennino, piena di cani e di cavalli. «Una vita felice», e il coltello gira nel costato. Era piacevole, quella sensazione di perennità: «Non pensavo potesse più accadermi nulla di male». Tanta sicurezza da poter affrontare a cuor leggero l’esplosione di uno scontro professionale costellato di antipatie personali e sgomitamenti di carriera, fino a incassare il licenziamento, contrattaccare in tribunale e vincere una buonuscita di qualche centinaio di milioni. Con i quali, «dopo un mese di euforia», Galanti fa il salto e si reinventa grossista di oreficeria. La storia di Albano sarà anche estrema, ma fin qui è già passata per due tappe da manuale di sociologia: folgorante carriera yuppie da anni Settanta, avventura imprenditoriale da anni Ottanta. Avventura, sì, e spericolata: alti guadagni, clienti di livello, promozione sociale, belle macchine, e il rischio dietro l’angolo.
• Una sera lungo un’autostrada tedesca gli rapinano tutto il campionario: «Ci avevo investito tutto, non assicurato, perché in quel mondo si fanno poche cose in regola». Un incerto del mestiere che si muta in catastrofe: le banche si spaventano, vogliono indietro i prestiti «entro 72 ore», allora bisogna vendere tutto, appartamenti e proprietà, tappare i buchi, rimanere senza soldi è solo il primo gradino della scala a precipizio, si rompe il rapporto con la famiglia, muore il padre, «per sei mesi non esco di casa, stordito, un giorno passo sei ore davanti al forno a chiedermi se devo girare la chiavetta del gas». Vende anche la prima casa. Si tiene solo la vecchia Ford Skorpio, relitto dei tempi grassi, senza bollo né assicurazione, che diventa il suo tetto, fino a quando gliela sequestrano. Ed eccolo diventato un dropout, un emarginato.
• Ora, qui si apre il dibattito. Perché certo, a questo punto la storia di Albano sembra solo sua, poco tipica. Lo dicono anche i sociologi di nuova scuola: le povertà estreme, le cadute improvvise dal benessere alla miseria osono quasi sempre il frutto di una perdita di senso individuale», sostiene Giovanni Pieretti che all’Università di Bologna ha appena pubblicato una ricerca sull’argomento. Désaffiliation, la chiamano i francesi: disconoscimento di paternità. Rinneghi la società-genitrice che ti ha dato la bella vita e poi, per cattiveria, te l’ha tolta. Può essere. Ma quanta désaffiliation cova nel cuore del cassintegrato laureato, del dirigente licenziato, del tecnico «in mobilità», anche se non tutti finiscono sulla strada? «A me è andata così, ma so di non essere solo». Molti riescono a non farsi sommergere, molti recuperano un’esistenza, se non un ruolo sociale: però carichi di rancore, accettando impieghi e stipendi che li fanno sentire soggettivamente «poveri», esclusi dai consumi che prima erano per loro naturali vitali. Per loro, gli ammortizzatori sociali servono meno che per gli operai, perché nessuna cassa integrazione ti reintegra lo status sociale perduto. Prima o poi riescono a uscire da quello 0,9 per cento dei poveri con laurea, soprattutto qui, in Emilia, dove una mobilità quasi americana già esiste. Ma una carica di risentimento sociale resta innescata, nascosta, pronta a esplodere.
• Albano almeno di rancore non ne ha, per necessità vitale: «Guai a sentirsi sfortunato, vittima, perseguitato. Ti chiudi e non ti muovi più». Ora che, da appena due mesi, ha un letto pulito e pasti regolari, riesce perfino a sorridersi addosso: «In questi quattro anni ho dormito nei migliori quartieri residenziali di Bologna. Bastava trovare un parcheggio e abbassare il sedile». Eppure, anche all’estremità del suo percorso estremo la sua storia resta emblematica. Storia di precarietà anni Novanta, di mestieri insicuri e mutevoli, che qualcuno chiama «flessibilità». «Ho fatto lo scaricatore in nero per una cooperativa, il sorvegliante, l’istruttore di equitazione, il commesso di mangimi». Sveglie all’alba per comperare il giornale, correre alla pagina delle offerte di lavoro acchiappare il telefono «per sentirsi dire, alle 8 di mattina, ”abbiamo già trovato”». Sconcerto di sapere che a 49 anni sei ancora in forma e capace, ma non per chi ti deve assumere. Amarezza di scoprire che il tuo sapere si è volatilizzato: «Son stato un pioniere dell’informatica: ma se mi mette davanti a quel computer non so dove cominciare». La vecchia vita che ti svanisce attorno come un sogno all’alba, gli amici che scompaiono, «qualcuno a cui ricordi un vecchio prestito e ti dà le 30 mila, ma con l’aria di farti l’elemosina». Nuovi amici al posto dei vecchi, «spesso più veri, più disinteressati: mi ha aiutato di più chi era nelle mie condizioni».
• La vergogna e la rabbia di avere vergogna. «I miei figli non sanno ancora tutto. Credono che io sia sempre lontano per lavoro. Li vedo solo a Natale, spendendo in regali più di quanto posso, magari per sentirmi dire ”tutto qui? ”». Navigare a vista, pensare al futuro «non più come un fondista che programma la corsa pensando al traguardo, ma come un centometrista che pensa solo a partire bene». Il colpo di pistola della sua seconda corsa, Albano l’ha sentito il 2 maggio: quando ha vinto l’ultimo pudore, ha chiesto un posto letto al pensionato cattolico e ha trovato il lavoro da facchino. Un milione e mezzo al mese per nove ore di lavoro ogni notte. «Povertà io non so cosa significhi. Non riesco a dire ”sono povero” o ”sono stato povero”. Ho invece chiarissima la parola dignità. Perché mi manca quasi più adesso che quando dormivo in macchina. Ora ho un lavoro fisso, in regola: ma come faccio a considerarmi una persona dignitosa? Una casa mi costerà un milione al mese; l’altro mezzo per mangiare e vestirmi. E poi? Cosa resta? vivere dignitosamente, così?». Si sente degradato, signor Galanti? «L’altra notte al mercato è arrivato il fruttivendolo di Firenzuola, dove tutti mi consideravano un benestante. Non mi aveva riconosciuto. Mi sono presentato io. Lei l’avrebbe fatto? Vede, non mi sento degradato. Forse ho solo capito qualcosa della vita».