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 1997  luglio 28 Lunedì calendario

Per una volta mi trovo d’accordo con l’amico Galante Garrone e col suo limpido articolo di fondo di domenica scorsa (’La Stampa”, 8 febbraio 1981)

• Per una volta mi trovo d’accordo con l’amico Galante Garrone e col suo limpido articolo di fondo di domenica scorsa (’La Stampa”, 8 febbraio 1981). Mi sembra che anche senza essere fascisti si possa essere di diversa opinione su quella pena di morte che dopo tutto è in vigore in Stati non propriamente barbari come la Francia, L’Unione Sovietica, gli Stati Uniti.
• Certamente la pena di morte è o dovrebbe essere incompatibile con la fede religiosa, sebbene anche le chiese cristiane l’abbiano praticata a lungo, e quelle islamiche ci vadano senza economia: l’anima immortale, siano tutti figli e immagine di Dio, la possibilità di pentimento in extremis, come fece quel furbacchione di Faust ecc. ecc. Ma per chi non condivida considerazioni d’ordine metafisico, la pena di morte - circondata, si capisce, di mille cautele: magari solo in linea di principio, poi, di fatto, mai applicabile - si pone invece come un debito di pura giustizia.
• Sgombriamo il terreno da quella favola che la pena di morte non serve a niente per impedire i crimini. E chi ha mai detto che servano l’ergastolo o trent’anni di galera? La Giustizia - se ci si crede - non ha funzione di deterrente. Le pene - di morte o di detenzione - non s’infliggono «per dare un esempio». La Giustizia è una necessità del viver civile: una funzione che deve essere adempiuta, costi quel che costi, senza preoccuparsi che serva o che non serva, per stabilire e mantenere un equilibrio di delitto e castigo che è - questo si, sacro.
• Allora la Giustizia vuole che certi delitti particolarmente atroci, sempre che il colpevole sia stato colto in flagrante (mai pene di morte su sentenze indiziarie), siano puniti col massimo della pena, che dev’essere la morte, dato che l’ergastolo già serve a coprire delitti di gravità ed orrore infinitamente minori. un po’ come la storia del settimo grado, che gli alpinisti estremi vogliono istituire, visto che ormai fanno delle scalate ben più difficili che il vecchio sesto grado superiore.
• Faccio un esempio. Una moglie angariata per trent’anni da un marito turpe, sadico, crudele comincia a mettergli un po’ d’arsenico nella minestra quotidiana, finché quello un bel giorno rende la bell’anima a Dio. Ergastolo. Benissimo: c’è la premeditazione, c’è il disegno criminoso, c’è l’aggravante dei legami familiari, c’è tutto quel che ci vuole. Ergastolo. Ma poi quattro scalzacani, imbottiti di ideologie cretine, mettono bombe in una stazione ed ammazzano ottanta persone che manco conoscevano. Ergastolo. Ah no, porca miseria! Che giustizia di Caino è questa? Fucilazione nella schiena, sempre che siano stati presi con le mani nel sacco e non ci sia l’ombra, neanche un milionesimo di probabilità di errore giudiziario.
• Naturalmente non firmo la petizione dei missini. Ma mi dispiace che una causa tanto giusta venga lasciata a loro, per effetto di superstizioni che le Istituzioni son sempre pronte a disattendere quando a loro fa comodo. «Se ammazzo in guerra mille nemici che non m’hanno mai fatto niente di male, sono un eroe e mi danno la medaglia. Se brucio nella stufa cinque o sei mogli divenute fastidiose, sono un mostro». Così rifletteva Monsieur Verdoux nel film di Charlot. Se leggessimo un po’ più di Machiavelli e un po’ meno di Hegel, di Nietzsche e di Marx?