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 1997  giugno 30 Lunedì calendario

Sulle strade dell’Africa potrebbe capitarvi di incontrare una sorta di Babbo Natale in vesti arabe che distribuisce caramelle ai bambini neri

• Sulle strade dell’Africa potrebbe capitarvi di incontrare una sorta di Babbo Natale in vesti arabe che distribuisce caramelle ai bambini neri. Il volto cotto dal sole, la barba bianca, un copricapo indigeno a proteggere la testa calva e un’aria amaramente sorridente: sembra uno di quei santoni che popolano le fiabe dell’Islam, in parte mistici, in parte folli. Nessuno riconoscerebbe in quei panni color porpora un europeo. E soprattutto nessuno vi riconoscerebbe il ricercato numero uno scampato alle manette, l’ultimo a resistere alle ricerche del pool. Questa è la storia della fuga più lunga di Mani Pulite. Una latitanza triste, quasi disperata, senza nulla di dorato o di affascinante. Un viaggio nel cuore del Continente nero, in cerca di rifugi sempre più sicuri ed affondando in una solitudine sempre più profonda. Fino a piangere senza sosta per la morte del solo amico che gli era rimasto: un cucciolo di bassethound, investito da una jeep fuori dal cancello della sua ultima fattoria. L’unico conforto di un sessantaquattrenne pieno di acciacchi e costretto a separarsi pure dalla moglie, colpita da una malattia. Un essere distrutto, che però non vuole arrendersi. E continua il suo pellegrinaggio sotto mentite spoglie da uno stato all’altro dell’Africa australe: Kenia Zimbabwe ed infine Zambia. Qualunque sacrificio, pur di non tornare in prigione. Quando il pool si è messo al lavoro, Troielli era il solo dell’entourage socialista a conoscere il carcere.
• Nel 1985 era stato arrestato per le tangenti dell’ospedale di Legnano. Ventun giorni tra le sbarre, una condanna a sei anni in primo grado e l’assoluzione in appello. Inconvenienti che non avevano ostacolato né la sua carriera di barone delle assicurazioni, né il suo rapporto di ferro con Bettino. Ma le tre settimane di carcere gli erano rimaste impresse nella mente come un incubo perenne. Così nel giugno 1992 ha intuito le dimensioni della valanga che stava per abbattersi sulla Milano da bere e, prima di ogni provvedimento della magistratura, è sparito. I giudici gli hanno tirato dietro quattro ordini di cattura, tutti rimasti ineseguiti. Sin dall’inizio Troielli aveva fatto le cose perbene, sfruttando i consigli di suggeritori esperti. E per quasi due anni l’esilio non è stato affatto spiacevole. Ha scelto di fare capo a Malindi, enclave italiana sulle coste del Kenia, l’unico posto sotto l’Equatore dove si possa giocare la schedina o guardare la Domenica Sportiva seduti ai tavolini del «Bar Bar». Lì già dal 1990 aveva acquistato una villa: Mwezi Na Nyota, ossia «La luna e le stelle». Nulla di eccezionale rispetto agli standard della zona: tre grandi camere da letto, tre bagni, una veranda affacciata sull’oceano una piscina appena restaurata, dépendance per la servitù. La posizione però è molto esclusiva, protetta da un golfo di corallo, proprio al centro del Parco Nazionale di Silver Sand. A custodirla una recinzione agguerrita, non consueta in quelle latitudini, e quattro persone di colore: un ascaro, ossia il vigilante locale, due cameriere, il cuoco. L’arredamento è modesto, solo qualche pezzo d’antiquariato africano. C’è una sala del videore gistratore; dove Gianfranco, prima, e la figlia Alessandra, poi, mostravano le riprese dei safari nelle più importanti riserve naturali dell’Africa. Solo un oggetto che può evocare il passato di notabile: una grande scacchiera scolpita in pietra saponaria. L’unico gioco di potere rimasto ad un uomo che per decenni aveva arbitrato appalti e poltrone.
• La biblioteca raccoglie i testi più cari. L’Idiota di Dostoevskij; il Maestro e Margherita di Bulgakov; i Racconti africani di Doris Lessing; Pomodori verdi fritti... della Flagg; Faust di Goethe; Seta di Alessandro Baricco, molti di Hermann Hesse e di Marguerite Duras. Insomnia di Stephen King, come se gli mancassero le preoccupazioni. Un posto di riguardo per le opere di Joseph Roth, altro esiliato costretto ad errare per il mondo. Ed infine un titolo che gli deve essere assai vicino: Fuga nelle tenebre di Schnitzler. Non mancano i manuali sui cani. Nel recinto circolano due dobermann dalle mascelle temibili: Treba e Linet. «Attenti a Linet - avvisano i custodi - è pazzerello». In più un labrador coccolone, Luna. A fargli compagnia poche altre cose. E, fino a due anni fa, qualche serata al casinò, come testimonia la guida pratica Come vincere alla roulette. Ma tra i tavoli verdi e i croupier in stile coloniale, dove connazionali dall’aspetto poco rassicurante buttano pacchi di banconote, non lo si vede più. Ci sono troppi italiani in Kenia. E, per giunta, troppo chiacchieroni. Alla fine del 1994 Troielli si mette di nuovo in marcia, anche perché per due volte i carabinieri piombano nei paraggi dei suoi rifugi. Sia la casa di Malindi, sia l’altra dimora affittata non lontano da Mombasa sono troppo esposte. Mwezi Na Nyota resta un covo di seconda linea, buono per soggiorni lampo o brevi riunioni di famiglia. Come per l’ultimo Capodanno dal cenone spartano: insalata e pesce.
• Rimangono altri punti di riferimento fondamentali. Lo studio Ghalia & Ghalia: i due avvocati indiani che curano i suoi interessi. Padre e figlio che dal quinto piano del palazzo della Bank of India dominano i segreti della comunità italiana. E gestiscono con discrezione ferrea i fondi loro affidati. Invece il telefonino keniano, un lusso per pochissimi eletti, resta spento: serve soprattutto per comunicare con la moglie Fausta ad orari fissati. La donna è rientrata in Italia alla fine del 1994: ha bisogno di cure mediche specializzate. E per la figlia Alessandra da allora è cominciata la spola sul triangolo Milano-Malindi-Lusaka. Accanto a lei c’è Riccardo Balducci detto «Macino»: il fidanzato conosciuto allo Stardust, la discoteca che si trasforma in tribuna quando la comunità italo-keniota fa da spettatrice ai match dell’Italia. Macino è un riminese sbarcato in Africa in cerca di fortuna ed approdato in casa Troielli. lui il nuovo protagonista della latitanza, lui che sposta la rotta su Lusaka, la capitale dello Zambia. I lavoratori del posto lo conoscono bene: «Gli italiani non ci considerano ma noi vediamo e registriamo tutto». E raccontano: «Quello con il Toyota rosso ciliegia? sempre in giro fra Lusaka e l’Italia. Commercia in pietre preziose che compra nello Zambia e poi fa arrivare in Europa». Ma Troielli partecipa al business? A Malindi sono convinti di sì: «Farebbe di tutto pur di accontentare la figlia».
• Il «Vecchio» deve affrontare ben altri problemi. Da anni soffre di cuore e solo in Kenia ci sono centri medici di livello europeo. Ad esempio il Mombasa Hospital, una clinica con il parcheggio invaso da Mercedes e fuoristrada a cinque stelle, dove riceve uno dei migliori cardiologi, il professor Pinto. Una sala caposala del tutto simile a Whoopi Goldberg cerca il nome del fuggitivo nei registri, ma non trova nulla. Anche se ci sono infermieri che giurano di averlo visto nel laboratorio di analisi: un check-up ogni venti giorni. A tormentare l’ex super assicuratore è spuntata pure una infezione alla pelle, che lo costringe a tenere sempre le braccia coperte. Troielli lungo la strada diventa sempre più solo, invecchia a vista d’occhio: «Non so dire quanti anni abbia - narra uno dei suoi domestici - sembra che per lui il tempo corra più veloce. Parla molto lentamente, come se sussurrasse le parole in un lamento».
• Gli altri tesorieri di casa Craxi si sono consegnati da tempo. Poche settimane di cella, poi sono tornati in libertà, alle loro case e alla vita di una volta. Troielli invece non riesce a gettare la spugna. come prigioniero del suo ruolo: un attore che non sa uscire dalla parte. Spesso ha la tentazione di lasciarsi andare: fa mosse azzardate, forse con la speranza di essere sorpreso. Si inoltra in Europa, percorrendo in senso inverso le rotte delle vacanze. Sfrutta i charter che da Mombasa trasportano vagonate di turisti verso Parigi, Amsterdam e Vienna. Cambia aereo, passaporto ad ogni scalo. Finora gli è andata bene. Anche perché pochi si ricordano di lui. La sua è una posizione di retroguardia, seppur inespugnabile: il sistema di conti che si è fatto costruire ad Hong Kong ha resistito ad ogni rogatoria. Ma dietro quelle banche ci sono pochi misteri. No, Troielli si protegge solo dalla fobia della cella. Da quell’incubo che dopo dodici anni lo tormenta ancora. Con un dettaglio che l’ossessiona: la copia del ”Manifesto” che Francesco Greco si portava dietro gli interrogatori. Il boiardo del Garofano la considerava come una bandiera, il simbolo di una giustizia politicizzata che non poteva accettare. E che però, una volta scarcerato, non lo ha dissuaso dall’accumulare mazzette e reati. Nella sua via crucis africana le cronache gli hanno riservato una sola soddisfazione: l’arresto di Francesco Pacini Battaglia. Non l’aveva mai sopportato: detestava i modi arroganti e soprattutto malediceva il suo passaggio soft attraverso le inchieste. I magistrati di La Spezia gli hanno regalato l’unica bella notizia della latitanza. Come un leone ormai vecchio, costretto a lottare fino al tramonto e trascinarsi in una sterminata agonia, ma ancora pronto a togliersi la soddisfazione di un’ultima zampata.