Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 9 giugno 1997
Consumato dalla sabbia del Sahara mauritano, l’immenso ”vuoto” percorso per secoli dalle lente carovane in transito per Tombouctou o Agadèz, un tesoro inestimabile rischia di scomparire
• Consumato dalla sabbia del Sahara mauritano, l’immenso ”vuoto” percorso per secoli dalle lente carovane in transito per Tombouctou o Agadèz, un tesoro inestimabile rischia di scomparire. Si tratta del patrimonio di antichi codici islamici disseminato nelle piccole (e poche) biblioteche del paese: edizioni e commentari del Corano, saggi di diritto e teologia, trattati di filosofia e morale, opere di letteratura, grammatica, medicina, geografia, astronomia e matematica. E ancora dissertazioni sugli hadith (il corpus della tradizione islamica), cronache, biografie, poemi, epistolari. Testi molto antichi, in alcuni casi vere e proprie opere d’arte, vergati a mano con un inchiostro ricavato da una mistura di carbone e resina su pergamene in pelle di gazzella, istoriate in oro e rosso cupo. Quando in Europa fiorivano Bologna, Salerno, Parigi e Salamanca, negli accampamenti arroventati dell’Hodh, nel sud della Mauritania, o del Djouf, a nord, erano già attive le Università della Sabbia, veri e propri centri di elaborazione del pensiero che facevano riferimento a un maestro itinerante. Vi si studiava il Corano, ma sotto la tenda beduina, magari davanti a una bevanda speziata e fumante, si discuteva soprattutto di Dio, dell’uomo e del senso delle cose. Il maestro arrivava con la carovana, scaricava i preziosi libri dal cammello, li sfilava dalle custodie di cuoio, e con la stessa carovana, terminata la sessione di studi, ripartiva. Altri accampamenti lo attendevano, altri musulmani desiderosi di conoscere meglio Dio e il suo Profeta.
• Il fenomeno delle Università della Sabbia (o delle Università a Cammello, come altri le definiscono) ha conosciuto il momento di massimo splendore tra il XIV e il XVIII secolo, con lo sviluppo dei traffici carovanieri transahariani. il periodo in cui prende corpo il patrimonio di codici su cui si fonda la cultura maura. Si pensa siano almeno 40 mila, ma potrebbero essercene ancora di sepolti nelle città abbandonate nel deserto.
• Molti manoscritti provengono dai vicini paesi musulmani e sono stati spesso acquistati a caro prezzo; altri sono di produzione locale. Sono stati censiti circa seicento autori mauri considerati a ragione i padri spirituali della nazione. Tra questi l’imam Al-Hadrami, vissuto nel XI secolo, autore dei Libri della Grazia; Ould El Hadj Brahim, del XVI secolo, fine giurista, compilatore di una monumentale opera di diritto; o ancora Cheik El Mamy, poeta e filosofo del XVIII secolo, autore del Libro della Sabbia, una riflessione mistico-teologica sull’islam sahariano. Sono figure di pensatori aperti, originali, che hanno elaborato una cultura vitale anche se marginale rispetto alle grandi correnti dell’islam arabo e nord africano. Nel cuore delle Terre della Grande Anarchia (così definivano i nomadi il deserto mauritano), negli spazi immensi impossibili da controllare perfino per gli eserciti dei sovrani Almoravidi, c’erano insomma uomini liberi capaci di stupirsi del mondo e di cercare Dio.
• Oggi il fenomeno delle Università della Sabbia è terminato. Negli anni Sessanta le carovane si sono definitivamente fermate. La modernità ha cancellato le lunghe teorie di uomini, animali e masserizie che per secoli hanno fecondato con il loro vagare le culture sahariane e sub-sahariane, diffondendo idee ed esperienze. Con la fine delle carovane, anche gli antichi codici islamici hanno conosciuto l’oblio. Un certo numero viene ancora utilizzato dagli imam locali, molti sono stati raccolti presso l’università della capitale, molti altri giacciono semi-abbandonati nei piccoli centri del deserto.
La sopravvivenza di questi capolavori d’arte e spiritualità è legata a un filo. Il clima, l’erosione del vento e della sabbia, il territorio immenso, espongono insomma al rischio di naufragio questa ricchezza che l’Unesco, l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, ha riconosciuto essere «patrimonio inalienabile dell’umanità».
• Da un incontro, provvidenziale come lo sono molti nella vita, per la ”cultura della sabbia” è nata però una speranza di salvezza. Protagonisti: il professor Mohamed Ould Barnaoui, docente universitario di sociologia a Noukchott e studioso dei manoscritti islamici delle Università a cammello, e Laura Alunno, dell’organizzazione non governativa ”Africa ’70”, presente nel sud della Mauritania con alcuni progetti di cooperazione e attiva nella promozione della culture del continente nero.
«Mi ero recata nel paese - racconta quest’ultima - per raccogliere fiabe maure con l’intenzione di ricavarne un libro. Ho cosi conosciuto il professor Barnaoui, che mi ha fatto in seguito scoprire la cultura del deserto e il patrimonio dei codici lasciato dalle Università della Sabbia. Di qui ad appassionarmi e a cercare una soluzione per salvare quei manoscritti, il passo è stato breve. Credo infatti che la cultura sia un fecondo terreno di dialogo».
• L’Ong milanese ha così avviato una campagna per sensibilizzare gli istituti europei che si occupano d’antropologia e ha nel contempo presentato all’Unesco un progetto per la salvaguardia e il recupero dei tesori delle Università della Sabbia. L’idea è quella di catalogare e riprodurre su cd-rom i preziosi volumi, costituendo poi un unico centro di consultazione delle copie presso l’università di Nouakchott.
«Il procedimento - prosegue - mette al sicuro i volumi da traumatiche consultazioni e nello stesso tempo ne favorisce la fruizione. Il restauro dei codici avrebbe costi insostenibili. Attraverso il computer è però comunque possibile evitare che la cultura del deserto sparisca senza lasciare traccia.