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 1997  aprile 28 Lunedì calendario

Uno dei principali (se non addirittura il principale) motivi di legittimazione della società moderna nata dalla rivoluzione industriale è la cornucopia di beni che offre

• Uno dei principali (se non addirittura il principale) motivi di legittimazione della società moderna nata dalla rivoluzione industriale è la cornucopia di beni che offre. Da altri punti di vista è infatti molto dubbio che la società industriale abbia migliorato la qualità della vita, ci sono anzi molte e fondate ragioni per ritenere che sia avvenuto il contrario. Basta pensare ad alcuni indicatori oggettivi: i suicidi, in Europa, sono percentualmente decuplicati dal Settecento ad oggi; l’alcolismo di massa nasce con l’industrializzazione; le malattie mentali prima sporadiche («lo scemo del villaggio») sono esplose dopo la metà dell’Ottocento (cioè quando i maggiori Paesi del Vecchio Continente avevano completato la loro transizione a un sistema economico moderno) e sono andate dilagando nel Novecento, indice di un disagio esistenziale acutissimo; il fenomeno delle droghe autodistruttive (non il quasi innocente masticare foglie di Betel) è sotto gli occhi di tutti.
• Ma, si dice, l’uomo moderno, quello almeno che vive nei Paesi industrializzati, è ricco, nella media infinitamente più ricco di quanto lo fossero i suoi antenati. Si potrebbe far notare che la quantità non è mai stata sinonimo di qualità, che avere non significa essere, ma sarebbe inutile perché i vessilliferi, di destra e di sinistra, dell’industrialismo replicherebbero subito che questi sono tutti bei discorsi, ma astratti, mentre la ricchezza e la quantità sono un fatto concreto e misurabile. Guardiamo pure allora le cose dal solo punto di vista quantitativo che è quello in cui la società industriale sembra marcare una superiorità incolmabile su tutte le precedenti. Il problema però è cercare di capire di che cosa siamo ricchi. Certo noi oggi possediamo, o grazie al denaro siamo in grado di possedere, un’infinità di beni, di gadgets, di gioconi che un tempo erano riservati a pochi individui o addirittura nemmeno esistevano. Ma proprio per questo si tratta di cose di cui potremmo tranquillamente fare a meno così come ne hanno fatto a meno le centinaia di generazioni che ci hanno preceduto. La prospettiva cambia però se poniamo l’occhio su alcuni beni essenziali: allora se ci fermiamo solo un attimo a riflettere ci accorgiamo che siamo stati privati di alcuni di essi. Il primo è la terra.
• Nella società preindustriale tutti gli uomini per poveri che fossero (con la sola eccezione, percentualmente ridottissima, dei mendichi e anche in questo caso, con alcuni correttivi) possedevano un pezzo di terra (oltre che una casa di proprietà). Esisteva inoltre un vasto demanio collettivo (boschi e pascoli sostanzialmente) che ognuno poteva sfruttare anche economicamente. Infine prima che, a metà del Seicento, si affermasse il sistema, gravido di conseguenze, dei campi recintati (enclosures), tutte le terre erano aperte (open fields) e chi le possedeva doveva consentire che anche gli altri ne godessero per determinati usi civici (diritto di spigolatura, di pascolo, erbatico, legnatico, acquatico, eccetera - tra l’altro il mendico aveva il diritto di raccogliere ciò che il proprietario aveva tralasciato). Insomma non solo tutti possedevano la terra ma la terra era a disposizione di tutti, in una felice e armonica sintesi tra proprietà privata e collettiva che non era, grazie a Dio, né comunismo né liberismo e che potremmo chiamare comunitarismo.
• Oggi la stragrande maggioranza degli uomini che vivono nei Paesi industrializzati non possiede un solo centimetro di terra che sia veramente suo. Lentamente, silenziosamente, surrettiziamente, condendoci con belle parole, ci hanno tolto la terra e ci hanno dato in cambio del denaro. Col quale possiamo acquistare quegli oggetti inutili che essi ci vendono, così arricchendo e comprando ciò che a noi manca: la terra. E fra terra e denaro c’è una certa differenza anche solo dal punto di vista economico (di quello esistenziale, ben più importante, parlerò fra poco): la terra è concreta e, salvo catastrofi, indistruttibile, il denaro è astratto e volatile. Oggi c’è, domani potrebbe non esserci più. Il denaro è un mezzo, un sacco vuoto da riempire in sé e per sé, è un assoluto Nulla che si conviene sia qualcosa. Ma questa convenzione può venir meno in qualsiasi momento. La terra è un fatto fisico, il denaro metafisico.
• Non solo l’uomo moderno non possiede un centimetro di terra ma, in linea generale, non ha con essa alcun contatto. Noi viviamo in appartamenti sospesi a dieci, a venti, a trenta metri dal suolo, simili ai morti nei loro colombari. Nelle città e negli enormi hinterland l’asfalto ci separa dalla terra, in campagna i recinti e le difese della proprietà privata ci tengono a distanza, persino l’arenile è pressoché totalmente occupato e possiamo accedervi solo a pagamento, e quello che un tempo era territorio della collettività, aperto all’uso di tutti, oggi appartiene allo Stato che vi espelle di fatto il cittadino.
• Questa mancanza di contatto, abituale, continuativo, con la terra non è priva di gravi conseguenze. Fra i miti greci c’è quello di Anteo, un gigante che si ricaricava e riprendeva forze ogni volta che toccava la terra. Per questo Ercole dovette sudare le classiche sette camicie per averne ragione, perché ogni volta che lo abbatteva al suolo Anteo si risollevava più forte di prima. Lo tenne quindi sospeso a mezz’aria e così, facilmente, lo stritolò. Benché gigante, Anteo, a differenza di Ercole, era un uomo, figlio, come tutti noi, della Madre Terra. E i miti elaborati dalla sapienza greca non sono mai casuali, hanno sempre un significato profondo. Come Anteo anche l’uomo ha bisogno della terra, del contatto con la terra, in essa e con essa si rigenera, si rinfranca, ricostituisce le proprie forze fisiche, psicologiche, morali. La terra è essenziale al suo equilibrio emotivo, sentimentale, affettivo, alla sua armonia complessiva. Un uomo che, come quello moderno, viva a venti metri dal suolo, sospeso nell’aria, è fragilissimo da ogni punto di vista e può essere stritolato da qualsiasi idiotissimo Ercole che era noto per la sua forza bruta e non per altro. E per Ercole, trasponendo il mito in termini attuali, va qui inteso lo stritolante meccanismo tecnologico-industriale monetario che, divelto l’uomo dalla terra e dalle sue radici, ha facile gioco a vampirizzare una vittima divenuta progressivamente così debole e così asfittica anche mentalmente da non accorgersi nemmeno di quel che succede, anzi da insaccare sempre più a fondo la testa nelle fauci ottuse che lo stan divorando.