Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 marzo 1997
Mai a Milano si era vista tanta simpatica insensatezza
• Mai a Milano si era vista tanta simpatica insensatezza. Anche a prendere le cose semplicemente, come si presentano, senza neppure cedere a un superficiale formicolìo di scrupoli morali sulla coerenza e sull’ambiguità della politica, mai a Milano si era vista tanta ironica, malinconica e alla fine poetica insensatezza. Sia l’Ulivo e sia il Polo per le libertà, che sulla carta dovrebbe stravincere le elezioni amministrative avendo stravinto, a Milano, quelle politiche, hanno cercato disperatamente un candidato ricco, non importa se prete come don Verzé o petroliere come Moratti, non contano il sesso né i colori della squadra del cuore, purché si tratti di un protagonista danaroso ma generoso, un imprenditore umanista, un capitalista solidale, un prosatore poeta.
• Un Moratti, qualsiasi Moratti, Letizia o Massimo o Milly o magari uno dei loro tanti ragazzi, vale a dire un ”nato bene”, oppure un Presutti o una Marcegaglia (o addirittura Vittorio Feltri) sarebbero piaciuti comunque a chiunque. E così Massimo è stato il quasi candidato dell’Ulivo e certamente il candidato di Rifondazione comunista e dei Verdi. Poi ha trattato con Berlusconi che lo ha chiamato ad Arcore, luogo ormai al di sopra delle nuvole, una sorta di ambiente nullo, di spazio indifferenziato, dove si può passare, senza transizione, da un mondo all’altro. Ed è fatuo sforzarsi di capire come possa la stessa persona andare bene tanto alla destra quanto alla sinistra, come mai Cossutta e Fini, Berlusconi e Luigi Manconi abbiano puntato sullo stesso cavallo. L’Ulivo, che sogna di estendere a Milano il modello nazionale, ha ripiegato sull’ex presidente dei giovani industriali italiani Aldo Fumagalli, un degnissimo imprenditore che in qualsiasi altro Paese del mondo avrebbe militato dall’altra parte, vale a dire a destra. Ma la generosa insensatezza rappacifica appunto il profitto con la solidarietà, gli imprenditori e i finanzieri con gli operai. Ed è ancora l’insensatezza dell’uomo senza qualità che progettava un accordo tra il regolo dell’ingegneria e le fantasie della poesia.
• Anche l’insensatezza milanese cerca il povero ricco che guadagna bene ma fa gli interessi degli operai, il candidato che è senza qualità perché ha tutte le qualità, l’uomo che non si decide mai a fare storia, ma sta sempre al di qua della storia, nei fondali di putrefazione della storia. un uomo politico che non ha futuro politico quello che non punta su una carta perché ha tutte le carte. Perciò è davvero inutile aggredire l’insensatezza, o psicanalizzare Milano e forse scoprire che Massimo ha il complesso di Letizia, o che entrambi sono affetti da ”figarismo” - «tutti mi vogliono tutti mi cercano» - o che la città soffre del cinismo godereccio del duca del Rigoletto - «questa o quella per me pari sono» - o, ancora, che tutti gli imprenditori hanno contratto la febbre di Berlusconi perché tutti vorrebbero scendere in politica gridando «basta con la politica». Con la premessa cioè che «la politica fa schifo», come sostiene anche Massimo Moratti che, spiega, non è di destra né di sinistra né di centro «ma della città di Milano», proprio come don Verzé «non è di destra né di sinistra ma di Dio». Anche loro come Berlusconi si candiderebbero, ma solo in un partito proprio, con i propri colori e una propria canzone. E bisogna dire che Silvio Berlusconi ha davvero cambiato l’Italia, e forse sarebbe ora di spazzare via un luogo comune: non è Silvio Berlusconi che tre anni fa «scese» in politica ma è la politica italiana che in quel momento «scese» in lui, con tutti i suoi conflitti, e ora dentro di lui essa gira su se stessa, si rode e lo rode. Persino D’Alema, per vincere, si è berlusconizzato. E tutti hanno scoperto il sarto e il truccatore, tutti si fanno la lampada, tutti cantano l’inno personale...
• Che importa? Cronisti e commentatori politici descrivono la presunta tristezza di una Milano piena di rimpianti, rispolverano le grandezze passate della città, con il solito, senile lamento sugli Sforza e i Visconti che non ci sono più e la fine della capitale morale, divorata dal craxismo. L’Osservatore milanese nota che «in 10 anni a Milano si è registrato un calo di votanti di 13 punti in percentuale, e c’è il rischio che in queste consultazioni si scenda ancora». Ma davvero sarebbe un danno? Bisognosa d’affetto, stanca di sconfitte e fallimenti, affamata di nuove vittorie, Milano sogna una nuova progenie, e figli dotati di un nuovo brillante intelletto, cerca qualcuno o qualcosa che allevii i dolori e i lividi dei suoi giorni interminabili, la povertà del suo sindaco leghista, la paura di trovarsi con le mani tristemente vuote ma furiosamente, ferocemente pulite.
• in questo campo inaridito che fiorisce l’insensatezza. Anche con l’offerta, ormai tramontata, a un prete imprenditore, un sacerdote di 77 anni che incarna il simbolo del danaro cattolico, uno di quei generosi mostri italiani che hanno messo insieme ”mammona” e il Padreterno, come direbbero gli evangelisti Matteo e Luca, l’ingordigia e la bontà, Cristo e l’Anticristo. Davvero è difficile capire e leggere la vita di don Verzé, spiegare come ha fatto un povero pretino veneto a creare dal nulla ospedali e scuole e centri di assistenza e di ricerca in tutto il mondo, dal San Raffaele di Milano, le cui finestre si affacciano sulla ”Milanodue” di Berlusconi, al Brasile e Israele, il Cile, la Polonia, Malta, le Filippine, l’Algeria, la Palestina e adesso persino Cuba. Ascoltate il rifiuto di don Verzé, che sembra un salmo protestante, cuore e salvadanaio, anima e profitto: «Se la società civile cerca uomini della Chiesa è buon segno, vuol dire che cerca valori e che ce ne sono di riserva. Quanto a me... sono un soldato. Il mio Comandante ha le chiavi del Regno; ciò che scioglie e lega in Terra è sciolto e legato nei cieli». E c’è forse, in questa storia, chissà, anche la fine della retorica politica dei preti operai, i preti poveri che erano la cavalleria leggera della Chiesa degli anni Sessanta e Settanta. Ascoltate invece il Paperone di Dio e la voglia di Crociata: «Tutto ciò premesso, se la Chiesa me lo comanda, (il corsivo è nel testo, ndr) perché ritiene che io possa trasferire valori veri alla società civile, io sono pronto, ma solo ed esclusivamente nello spirito di servizio per la Chiesa».
• Comunque vada a finire questa storia, chiunque vinca, si chiami Serra o Fumagalli, forse davvero Milano somiglia a quel bellissimo romanzo di John Fante (A Ovest di Roma, Fazi Editore) che Fernanda Pivano sul ”Corriere” giustamente ci ha consigliato di leggere. la storia di una sgangherata e triste famiglia, una famiglia inaridita e immediocrita, ammalata nel cuore e nel corpo, nel cui giardino una sera si rifugia un cane. Grande, brutto, sporco, sessualmente depravato, insensato, drammaticamente malinconico, quel cane è un disadattato proprio come lo è la politica. La sua insensatezza produce dapprima altra insensatezza, ma alla fine, come a volte accade, da quell’insensatezza comincia a sgorgare la poesia, l’amore, la vita. Speriamo che sia così anche per Milano. Forse con questa sua fantasiosa insensatezza, che non ha eguali in Italia, Milano si avvicina, con la lingua penzoloni, al ritorno alla vita.