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 1997  febbraio 17 Lunedì calendario

Devo confessare che il personaggio di Gad Lerner mi è sempre piaciuto poco

• Devo confessare che il personaggio di Gad Lerner mi è sempre piaciuto poco. Ho con lui delle vecchie ruggini, di quando faceva il giornalista a ”Lotta Continua” e io il giornalista borghese, servo di padroni che poi anche Lerner è andato a servire, addirittura nel cuore del padronato, il quotidiano della Fiat. Però il Lerner che oggi fa ”Pinocchio” sulla Rete Uno della Rai spesso mi piace. Ogni tanto toppa, come nella trasmissione da Montenero di Bisaccia destinata a sbertucciare Antonio Di Pietro. Ma spesso sa mettere il dito nella piaga e allora, con nevrotica semplicità, ti spalanca davanti agli occhi le nostre tragedie nazionali, prima fra tutte il dramma dei giovani senza lavoro. Lo aveva già fatto molto bene nella puntata da Ostia, lo ha rifatto ancora meglio martedì 11 febbraio da una delle capitali del disastro meridionale, Catania.
• Lerner è stato tanto bravo da costruire un film che avvinceva e, al tempo stesso, distraeva, nel senso che suscitava all’istante ricordi, riflessioni, domande. La prima domanda che mi sono fatto è perché mai, nell’Italia di oggi, tante famiglie si ostinino a considerare la laurea un fattore indispensabile di promozione sociale. Mi guardo in giro e mi accorgo di quanta gente pensi di avere in casa un figlio fenomeno, un Einstein o un Manzoni, scelto dal destino per diventare prima dottore, poi professore e poi chissaché. Magari quel figlio o quella figlia sarebbero adattissimi a fare l’infermiere, l’idraulico, l’elettricista, il perito meccanico, o uno dei tanti mestieri nuovi che stanno apparendo. Ma papà e mamma non si arrendono all’evidenza e pretendono per il loro erede il famoso pezzo di carta. Conosco dei genitori entrambi laureati che considerano un disonore da nascondere anche agli amici l’avere un figlio non tagliato per gli studi universitari. E insistono, lo iscrivono a forza a una facoltà, poi gliela fanno cambiare, una, due volte, e avanti così lungo una giovinezza senza sbocchi.
• Nasce in questo modo l’università a tutti i costi, capace soltanto di mettere sulla strada quelli che Carlo Castellano, il presidente della Esaote Biomedica, sul ”Secolo XIX” del 12 febbraio ha chiamato i ”veri deboli”, ossia i giovani in cerca di lavoro, molto più deboli degli anziani. Castellano offre i dati non di Catania, attenzione!, bensì di Genova: fra il 1991 e il 1996 i disoccupati si sono mantenuti stabili, da 14.428 a 13.158, ma è cresciuto con un ritmo impressionante il numero dei giovani in cerca di prima occupazione: erano 25 mila nel 1991, sono 58 mila nel 1996! «A Genova non scoppiano sommosse», spiega Castellano, «perché c’è sempre la famiglia, il gruppo, il vicinato che sostiene e fa da materasso».
• Se a Genova i 58 mila giovani che non hanno mai trovato un lavoro scendessero tutti in piazza, cancellerebbero di colpo il ricordo della rivolta del luglio 1960. Ma per fortuna c’è, per l’appunto, la famiglia. Che spesso è anche una sfortuna. Parlo della famiglia lunga, larga, troppo tenerona, arrendevole, che consente tutto ai pargoli cresciuti, che non li convince a imparare un mestiere, che li manda all’università, però non li mette alle strette, non li vincola a scadenze rigorose. Quando studiavo all’università di Torino sono andato fuori corso di sei mesi perché ero alle prese con una tesi di laurea complessa, ma il mio papà operaio rognava, oh se rognava! Oggi incontro dei giovani fuoricorso da tre, quattro anni. Chiedo: perché mai? Risposta: tanto poi il lavoro non lo trovo. Chiedo ancora: e i tuoi genitori come reagiscono? Risposta: niente, capiscono, comprendono.
• Posso dirla grossa? Bisogna essere meno comprensivi con i giovani. Nel ”Pinocchio” da Catania si è alzato un ragazzo e ha dichiarato: io non ci vado a lavorare a Castelfranco Veneto, mi darebbero così poco che lavorerei soltanto per pagare l’affitto e la mensa. stato applaudito come un eroe. Nessuno che gli abbia replicato: d’accordo, ma intanto impareresti un mestiere, faresti la conoscenza della signora Fatica, e un giorno questo ti servirà, magari per metterti in proprio. Penso alla mia generazione: all’inizio, tutti abbiamo fatto cinghie terribili, spesso ci siamo sposati senza neppure poter pagare l’affitto tanto lo stipendio era ridotto, ci portavamo il panino da casa perché anche la trattoria era proibita.
• Sto facendo la retorica del sacrificio giovanile? Ebbene sì. Gli anziani con un po’ di soldi vanno tassati, su questo non ci piove. Ma se un giovane non fa dei sacrifici per riuscire nella vita, che cavolo di giovane è? Ho ammirato quel pensionato di Ostia che ha detto a Lerner: dare un sussidio statale ai giovani senza lavoro è indecente in un paese civile! Bisogna creare lavoro, questo sì, e far nascere nuove imprese. Ma sarà possibile in un’Italia dove il verbo ”sacrificarsi” è diventato una bestemmia? Ci siamo inventati un paese finto, che assomiglia maledettamente al Paese dei Balocchi del vero Pinocchio. Siamo come gli albanesi che guardavano la nostra tivù e s’illudevano che l’Italia fosse l’America. Lì adesso, si stanno svegliando. Penso con angoscia al giorno in cui ci sveglieremo noi.