Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 febbraio 1997
Ma non capivi quel che stavi facendo? «Si, no, cioè, ecco, capivo e non capivo, ma poi il tempo passava, un giorno dopo l’altro, e io e Brian ogni mattina dicevamo oggi, si, oggi dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo dirlo ai nostri genitori, posso ancora abortire, ci sono delle cliniche, magari ne parliamo a un prete, a un medico, domani, domani, oggi non posso, e un altro giorno passava e il bambino cresceva cresceva
• Ma non capivi quel che stavi facendo? «Si, no, cioè, ecco, capivo e non capivo, ma poi il tempo passava, un giorno dopo l’altro, e io e Brian ogni mattina dicevamo oggi, si, oggi dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo dirlo ai nostri genitori, posso ancora abortire, ci sono delle cliniche, magari ne parliamo a un prete, a un medico, domani, domani, oggi non posso, e un altro giorno passava e il bambino cresceva cresceva...»
• Le tragedie sono tutte e fatte così, quando le si vanno a vedere da vicino, un giorno alla volta, alla fine diventano una montagna e ti franano sulla testa. Quando Amy Grossberg scoprì di essere rimasta incinta aveva 17 anni, tanti quanti il padre del suo bambino e compagno di liceo, Brian Peterson? Ci sono almeno 300mila ragazze come lei che restano incinte senza volerlo, ogni anno in America, 300mila donne che si scoprono, in quel momento, completamente, assolutamente, disperatamente sole. Amy, tu con chi ne hai parlato? «Con un’amica, che non sapeva cosa dire, poi con Brian, che diceva oddio adesso come facciamo, se lo dico ai miei mi ammazzano, e figurati io se lo dico ai miei, io piangevo e piangeva anche lui, ma intanto i giorni passavano, passavano».
• Ne passarono 260 di giorni, così, a piangere, a dire domani farò qualcosa, a chiedersi ma perché proprio a me doveva capitare, ma lo fatto tutti; le mie amiche, i miei amici, e a loro non succede niente. Amy è una ragazza graziosa, cicciottella, non si vedeva niente sotto il vestiti. Lui andava alla biblioteca pubblica di Wilmington, la città del Delaware dove vivevano, a consultare libri di anatomia e manuali di ostetricia. Nella sua testa e nella testa di Amy cominciava a disegnarsi un piano disperato per uscire dai guai. Quando lei disse che si sentiva vicina, Brian l’andò a prendere in macchina e andarono insieme in un motel di periferia, di quelli che non stanno a fare troppe domande quando vedono arrivare dure ragazzi. Era novembre. Brian e Amy erano entrati all’università in settembre, vivevano nel campus e nessuno controllava più i loro movimento. Restarono nel motel qualche giorno, aspettando il momento della nascita. Quando lei arrivò alla fine, Brian l’aiutò a partorire, in quella stanza di motel, fai piano, piano che ci sentono.
• Il bambino, era un maschio, nacque. uscì dal ventre della mamma ed entrò subito in un sacchetto di plastica che i suoi genitori avevano preparato, un sacchetto da freezer, di quelli che si possono sigillare a prova d’aria. Ma Brian e Amy vollero stare sul sicuro. Pestarono il sacchetto con il bambino varie volte su uno spigolo duro, come si fa con pesci, per spaccargli la testa. Poi, mentre Amy riposava, Brian uscì a cercare un bidone della spazzatura dove buttarlo. Fu anche un po’ sfortunato, perché gli spazzini si accorsero di quella ”cosa” nel rovesciare il contenuto del cassonetto dentro il camion e avvertirono la polizia.
• Si sarebbero costituiti, avrebbero confessato, Amy e Brian, se il cadavere del loro figlio non fosse mai stato trovato? Non lo so, e non lo sanno neppure loro. Ma dalla loro confessione sappiamo che dal giorno dell’infanticidio non ebbero più pace. Non si videro e non si parlarono mai più. Ciascuno rimase solo con il ricordo di quel pomeriggio nel motel, con il ricordo del dolore, delle spinte, delle grida soffocate, della fatica di mettere al mondo una creature anche avevano già deciso di uccidere appena nata.
Separatamente, autonomamente l’uno dall’altra, trovarono il coraggio di confessare la storia ai propri genitori e poi alla polizia. Ora rischiano, in base alla legge del Delaware, la pena di morte, obbligatoria per tutti coloro che ammazzano bambini al di sotto dei 14 anni. «Ma a me non importa niente di morire, non capisco più niente, non capisco come siano passati nove mesi senza che facessimo qualcosa.Non capisco nemmeno come sia potuta restare incinta, come ci sia caduta».
• Eh già. Li ho visti in televisione, ripresi all’uscita del tribunale dove sono stati formalmente incriminati il 22 gennaio scorso. Lei con lunghi capelli biondi sopra una faccia ancora da bambina, lui con gli occhi bassi e il volto pulito, sotto i capelli con la scriminatura in mezzo.Le donne fuori dal tribunale li aspettavano per gridare assassini, mostri, massacratori di innocenti, e le loro madri sono accorse da loro per abbracciarli, per proteggerli da tutto quell’odio, da quello che avevano fatto. Troppo tardi. Eppure ho sentito anch’io la voglia di abbracciarli. Perché non hanno la faccia dei mostri, Amy e Brian, hanno la faccia di tutti i nostri figli quando restano soli.