Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 gennaio 1997
E il governo che fa? Dorme!», tuonò Giancarlo Pajetta, puntando indignato l’indice contro Attilio Piccioni, che russava beatamente al banco del Consiglio dei ministri
• E il governo che fa? Dorme!», tuonò Giancarlo Pajetta, puntando indignato l’indice contro Attilio Piccioni, che russava beatamente al banco del Consiglio dei ministri. L’ altro sollevò appena le palpebre: «Il Governo potrebbe dormire se l’opposizione non gli rompesse...». Un mito era, ai suoi tempi, la sibaritica indolenza dello storico rivale di Amintore ”Motorino” Fanfani destinato ad essere rovinato dallo scandalo Montesi. Lui stesso ci scherzava su: «La pigrizia mi salva dall’improvvisazione». Non teorizzava forse Jean-Jacques Rousseau che «Tutti lavoriamo per arrivare al riposo» e dunque «è la pigrizia che ci rende laboriosi»?
• Gianfranco Fini non avrebbe perciò motivo di dolersi troppo per la battuta velenosa che gli ha dedicato, nell’intervista a ”La Stampa”, il professor Domenico Fisichella: «Cosa gli manca per andare a Palazzo Chigi? Credo che un presidente del Consiglio debba lavorare 12 ore al giorno 7 giorni la settimana e Fini... Beh, si dovrebbe abituare. E poi un uomo che ambisce a questi incarichi può permettersi pochi giorni di vacanza». Ora, è vero che Benito, il nonno di An, andava petto in fuori a mietere il grano e lasciava accesa tutta la notte la luce in ufficio per far sapere al popolo quanto era infaticabile. Ma cos’è mai, rispetto alle cattiverie dette in questi anni da Ciriaco De Mita («La sconfitta di Fini è una vendetta dell’intelligenza sulla stupidità»), Lucio Colletti (« solo carta velina») o Massimo D’Alema («Non è un leader: è solo un furbetto») , l’accusa di essere un po’ pigro?
• Si consoli: non è solo. vero che Berlusconi dice di dormire comunemente «dalle 4 alle 7 di mattina», che Pannella giura che non fa una giorno di vacanza dagli anni Sessanta («lavoro 365 giorni l’anno dormendo tre o quattro ore per notte»), che Letta mette la sveglia alle 6 meno un quarto da quando lesse che dietro ogni grande carriera c’è una sveglia alle 6 e che Andreotti si picca di alzarsi da una vita sempre alle cinque: «Dossetti alle 3 e un quarto: ma lui era un santo». Non c’è forse attività nella quale abbondino gli stakanovisti quanto in politica. Ma anche Oblomov, protagonista del romanzo di Goncarov, ha sempre avuto i suoi estimatori. Lucio Colletti, filosofo in transito per la politica e istrionico cantore dell’indolenza («Il mio status preferito è la catalessi: l’abbiocco assoluto») dice che è colpa proprio del Parlamento: «Una gigantesca fabbrica del nulla. Comincio a pensare che sia un problema di batteri: dopo un’ora che ci sto ho il cervello cotto».
• Ricordate Arnaldo Forlani, il ”coniglio mannaro” che qualche anno fa formava con Andreotti e Craxi il triumvirato del Caf? Lo chiamavano ”Pisolo”. Il mitico Fortebraccio scriveva che la mattina si levava dal letto solo perchè la donna delle pulizie doveva dare aria alle trapunte, i notabili dc si rassegnavano a cominciare le riunioni verso mezzogiorno e guai a chi osava telefonargli a casa; al pomeriggio, dalle 3 alle 5: pennichella. Aveva letto da qualche parte che la facevano anche personaggi come Napoleone e ciò gli aveva rimosso gli ultimi sensi di colpa: «Lo stesso Churchill, mio caro...». Narra la leggenda che, convinto che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, il giorno che gli diedero l’incarico di formare il governo, un 12 ottobre di quindici anni fa, impiegò per andare da Palazzo Madama a Montecitorio la bellezza di 21 minuti. Per trecento metri. Se gli chiedevano come mai fosse così poco scattante spalancava il suo sorriso più equino: «Risponderò come Jerome K. Jerome: ”la cosa che più mi affascina è il lavoro. Potrei stare delle ore a guardarlo». E l’onorevole Romolo Diecidue? Nessuno lo ricorda più, tranne gli allievi che lo ebbero come insegnante di Lettere e preside negli anni Quaranta e tranne il libro dei primati. Dominato da un’indomabile prigrizia e stanco di dover rispondere mille volte al giorno fin dalla nascita alla domanda più scema del mondo («ma perchè ”Onorevole Diecidue” e non Onorevole Dodici?”) si ritirò in uno spossato silenzio: cinque anni a Montecitorio e riuscì a non pronunciare (ahinoi: senza lasciare imitatori nelle generazioni parlamentari a venire...) mai una parola in aula. Neppure una. Ogni tanto lo vedevano assorto con gli occhi chiusi. Gli chiedevano: dormi? E lui: rifletto.
• Riflettevano molto pesantemente, sempre in quegli anni, anche i deputati rimasti durante l’intervento del comunista Paolo Suraci. Il quale mise a verbale: « vero che m’accingo a parlare a un’ora tarda ma vedo molti colleghi della maggioranza sprofondati nel sonno: non potrebbero andare a dormire fuori dell’aula?». «Lei si occupi delle sue dichiarazioni e non turbi il sonno altrui», gli rispose brusco il presidente di turno, Gaetano Martino. Il figlio, Antonio Martino, ministro degli Esteri nel governo di Berlusconi, ha verso il riposo un analogo rispetto: non manca mai, se proprio non tracolla l’indice Dow Jones o straripa il Mississippi, di infilarsi ogni pomeriggio il pigiama a righe: pennichella. Come Romano Prodi: «Se posso il pisolino lo schiaccio sempre». Pigrizia? Distribuzione delle risorse, spiega Giulio Andreotti: «Svegliandomi all’alba se non stacco mezz’ora sono kappaò».
• Chi non ne ha bisogno sono i tiratardi. Come Umberto Bossi, che secondo il mitico Pino, l’autista Mazzarino, «vive sul fuso orario di Milwaukee». O Bobo Maroni, che dice: «Il mio orologio biologico è indietro di quattro ore. Posso dare il massimo alle due di notte, ma non chiedetemi di alzarmi alle otto». O Renato Altissimo, che per le occhiaie che aveva a mezzogiorno dopo le nottate in discoteca era soprannominato ”John Stravolta”. O ancora Martelli che, al tempo in cui cercava di fargli le scarpe, venne liquidato da Craxi così: «Non si può dare il partito a uno che non si è mai alzato prima delle 11». Sapete come faceva zio Giulio a tenere in riga quelli come loro? «Dicevo: Consiglio dei ministri ore 10 in punto. Mi raccomando: attacchiamo con le nomine negli enti». Spaccavano il minuto.