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 1997  gennaio 06 Lunedì calendario

Gerusalemme

• Gerusalemme. Non osate chiedere a Moshè e Rachel Beeri cos’hanno messo nel frigorifero della loro casa alla periferia di Tel Aviv. La risposta potrebbe sconcertarvi. Perché nel freezer nuovo di zecca, comprato per la bisogna, i due fratelli ci tengono il corpo della mamma morta due settimane fa e lasciata, in ottemperanza alle sue ultime volontà, insepolta. Potrebbe essere il tema di un racconto del genere macabro. Invece è una storia vera, affiorata dai fascicoli della corte distrettuale di Tel Aviv, dopo che la polizia ha tentato, evidentemente senza successo, di convincere i signori Beeri che il posto dei cadaveri è al cimitero.
• Ma per Moshè e Rachel, due zitelloni di mezz’età che avevano vissuto da sempre con la madre Miriam senza farsi tentare dal matrimonio o altre stravaganze del genere, più importante della legge è il rispetto della volontà espressa, per tempo, dalla defunta. La quale, sentendosi approssimare l’ora, aveva inequivocabilmente manifestato il fermo desiderio di non essere sepolta, ma congelata, in attesa della resurrezione dei morti o di un progresso della scienza tale da permettere ai trapassati di tornare in vita. Per alleviare la non facile incombenza posta sul collo degli eredi, Miriam aveva personalmente sovrinteso all’acquisto di un capiente frigidaire (costo tremila dollari); lo stesso nel quale, due settimane fa, ha temporaneamente trovato requie.
• C’è da dire che raramente la cronaca concede esempi di così strenuo attaccamento filiale come quello offerto da Moshè e Rachel nei confronti della loro madre. Felici di averla messa in frigorifero, i due fratelli stanno adesso combattendo una battaglia legale per mantenercela. « molto difficile - ha spiegato, commosso, Moshè - separarsi fisicamente e psicologicamente da lei. Questa è la nostra comune volontà, sua e nostra. Il congelamento è l’unico sistema che conosciamo per darle una qualche possibilità di tornare a noi in futuro».

• Invano il medico provinciale, dottoressa Avital Cohen, ha spiegato che in Israele non ci sono le strutture per passare dal raffreddamento al congelamento dei cadaveri, e che un freezer, per quanto di buona marca, dopo un po’ non avrebbe impedito l’irreparabile. Moshè e Rachel non demordono. «Allora la spediamo in America dove queste cose già si praticano» ribattono davanti al giudice. «Non si può - insiste la dottoressa - solo corpi imbalsamati possono essere trasferiti in volo, e l’imbalsamazione, si sa, con la conseguente estrazione di organi vitali, rende inutile il congelamento».
• La parola passa a un rappresentante della compagnia di buona morte, le pompe funebri, che ricorda il dettato religioso: «Dalla terra provieni e alla terra ritornerai». Niente da fare. Alla ricerca di contraddizioni, il giudice fruga nel passato della defunta e scopre che anni fa si era comprata un posto al cimitero. Un momento di debolezza, ribattono i figli.
• E che dire del fatto che il marito di Miriam, dall’istituto per anziani con problemi di aterosclerosi, dove si trova internato, ha fatto sapere che vuole partecipare al funerale? Poverino, non ci sta con la testa, rispondono Moshè e Rachel. Si arriva così allo stallo tra amor filiale e dura lex. Davanti all’inusuale caso, il giudice non sa che pesci prendere. Ma se c’è un sistema garantista al mondo, almeno quando non sono i palestinesi a esser tirati in ballo, è quello israeliano. Convinti, in fondo, dai buoni argomenti portati dal medico, i due indomabili fratelli propongono come via d’uscita che la mamma venga sepolta in un ghiacciaio dell’Alaska. Il tribunale ha preso tempo per decidere.