Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 dicembre 1996
Questa è la storia di Ronald Lee Hoke, 39 anni, scapolo, bianco, seminfermo di mente, che nell’85, pochi giorni dopo avere assassinato una donna, Virgilia Stell, 56 anni, si era costituito alla polizia, roso dal rimorso
• Questa è la storia di Ronald Lee Hoke, 39 anni, scapolo, bianco, seminfermo di mente, che nell’85, pochi giorni dopo avere assassinato una donna, Virgilia Stell, 56 anni, si era costituito alla polizia, roso dal rimorso. La storia dell’«assassino dimenticato», giustiziato con una iniezione lunedì sera (le 3 di martedì mattina in Italia) nell’indifferenza generale, dodici ore prima che la Corte Suprema sospendesse l’esecuzione di Joseph O’Dell dopo l’appello del Papa. Una storia narratemi da alcuni tra i protagonisti, che ci costringe a chiederci perché O’Dell sia vivo a Hoke no. Perché noi italiani ci siamo battuti per O’Dell ma non per Hoke. Perché la giustizia americana abbia accolto il ricorso del primo, con i suoi traumatici precedenti penali, ma non del secondo, con la sua dolorosa storia personale. Un ricorso forse ancora più fondato, una tremenda denuncia della pena capitale (alla quale questo giornale si oppone, senza entrare nel merito della colpevolezza o meno dell’imputato; e va ricordato che anche la giustizia americana già una volta, sia pure per soli quattro anni, dal ’72 al ’76, vietò la pena di morte)
• La storia incomincia il 4 ottobre 1985. Ronald Lee Hoke, allora ventottenne di Hagerstown nel Maryland, viene dimesso da Central State Hospital della Virginia, una clinica psichiatrica di Petersburgh.Un infermiere lo accompagna alla stazione dell’autobus, gli dà il biglietto per tornare a casa, e 24 pillole di Xanax, un calmante che in dosi eccessive può produrre l’effetto opposto, scoppi di rabbia incontrollabile. Ma Hoke è teso, ha paura, non parte. Incassa i soldi del biglietto, entra in un bar, incomincia a bere e a prendere le pillole. Seduta al bar c’è Virginia Stell, «una donna - dirà poi la Corte d’Appello - dall’intensa attività sessuale». Stell ha 56 anni, il doppio di lui, Hoke le piace, se lo porta a casa.
• Secondo l’avvocato Gerald Zerkin, che lo difenderà in Appello e nei ricorsi successivi, Hoke e la donna fanno l’amore, poi lei si mette a cucinare. Il fumo fa suonare l’antincendio, Hoke non sa fermarlo, lo spacca. Lei reagisce, lui esplode, la lega e l’accoltella. La deruba, compra il biglietto dell’autobus, e rientra a Hagerstown.La polizia non ha indizi. Ma dopo qualche giorno, Hoke si costituisce e confessa tre volte. Inizialmente, viene incriminato soltanto per omicidio, ma più tardi, sostiene l’avvocato Zerkin, anche per stupro, un’aggravante che fa un’enorme differenza, «perché uno dei procuratori vuole essere il primo nero a mandare un bianco nel braccio della morte». Anche a causa dei suoi connotati razzisti, il processo diventa incandescente, a Hoke riceve la pena capitale. Il difensore d’ufficio, che verrà sospeso dall’albo per la sua condotta, non presenta al tribunale neppure le cartelle cliniche dell’imputato, che è già stato in altri centri psichiatrici. Invano Hoke afferma che Virginia Stell era consenziente, che non aveva premeditato l’assassinio.
• Come nel caso di Joseph O’Dell, un detenuto riferisce che Hoke gli ha confessato il delitto: «Mi ha raccontato che lasciava spesso la clinica per vendere droga a Petersbugh» proclama. «Virginia Stell era una sua cliente, la uccise perché non pagava». Passano dieci anni. Nel ’95, su ricorso di Zerkin, che ha preso a cuore il caso, la Corte d’Appello invalida questa testimonianza: il detenuto ha mentito per ottenere una pena più lieve. Quello stesso anno, la Procura ricorre alla seconda Corte d’Appello che con due voti a uno riconferma la pena di morte. A Hoke, come a O’Dell, non restano che la Corte Suprema e il governatore Allen. A entrambe Zerkin invia il referto medico: «Il condannato - dice - non è un killer privo di coscienza. Si è costituito quando non era neppure indiziato. Soffre di scompensi di personalità e crisi depressive. Al momento del delitto non era pienamente capace d’intendere e volere». Ma la Corte Suprema rifiuta di avocare a sé il caso, e il governatore Allen respinge la domanda di grazia, sottolineando la triplice confessione.
• Giovedì scorso, contemporaneamente a O’Dell, Hoke viene trasferito nell’anticamera della morte. Padre Jim Griffin è il cappellano cattolico del penitenziario. Conosce bene sia O’Dell sia Hoke, che hanno trascorso insieme quasi dodici anni in attesa dell’esecuzione. Spiega che l’anticamera della morte è un piccolo edificio con tre celle, più la stanza della sedia elettrica e quella dell’iniezione. Quel giovedì, la prima cella è occupata da Lemm Tuggle, di 44 anni, che verrà giustiziato la sera stessa. «Una volta - rivela il cappellano - prima dell’esecuzione gli altri condannati venivano spostati. O’Dell e Hoke, invece, sono stati costretti ad assistere ai preparativi di Toggie, l’ultima doccia, l’ultimo pasto, la somministrazione dei calmanti. disumano, un’atroce tortura psicologica».
• Nonostante tutto, come O’Dell, Hoke non rinuncia alla speranza.Ma il lunedì mattina, quando arrivano i «no» della Corte Suprema e del governatore, cade in preda alla disperazione. Lo trascinano a morire imbottito di calmanti. sbarbato, pulito, ma non ha la forza di parlare. Guarda al di là dei vetri, dove un piccolo pubblico assiste alla sua esecuzione: alcuni funzionari, Bart Stapert, un altro suo avvocato, la sorella che piange. «Mio Dio, mio Dio - bisbiglia - so di avere causato un grande dolore alla famiglia della mia vittima. Spero che un giorno mi perdoni. Dite alla mia fidanzata che l’amo». E chiude gli occhi. Fuori dal penitenziario la fidanzata, Dawn Hackern una ragazza inglese che non ha avuto il coraggio di entrare, tiene una veglia al lume di candela con un’altra decina di persone. Sui giornali italiani, presi nel vortice del caso O’Dell, la notizia viene riassunta in poche righe. Ronald Lee Hoke, vittima di tragici fantasmi, ha pagato il suo terribile delitto con la morte. Non ha avuto chi attivasse l’Internet, chi mobilitasse l’opinione pubblica mondiale, chi ricordasse che «la sacralità e dignità di ogni vita» va difesa ovunque e comunque, come ha detto il Papa.Quasi nessuno si è ricordato di lui.La battaglia contro la pena capitale si è ridotta alla battaglia per un uomo.