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 1997  settembre 29 Lunedì calendario

Molti anni fa ho vissuto in Sicilia, e all’isola sono restato legato, tornandovi costantemente

• Molti anni fa ho vissuto in Sicilia, e all’isola sono restato legato, tornandovi costantemente. Molti anni fa mi capitò di incrociare (veder da lontano i ”grandi”, intrattenermi da vicino con i ”piccoli”) molti mafiosi. E soprattutto molte vittime della mafia, considerando tali anche quelle irretite nelle sue fila basse per necessità o per cultura, o per assenza di vere alternative. Quando vidi Salvatore Giuliano, ma anche certi film di Damiano Damiani, riconobbi tra le comparse volti che mi erano noti, e alcuni di amici. forse per questo che non ho mai amato quel balordo genere cinematografico e televisivo chiamato giustamente ”film di mafia”, la cui storia si va ancora intrecciando con il ”film di gangster” all’americana e con quel balordissimo genere cinematografico chiamato ”film di denuncia”, inventato a Roma da registi e sceneggiatori pieni di sacro fuoco riformatore (Pietro Germi, per esempio) e poi messo a punto da mestieranti che ne hanno fatto un genere come tanti, il principale nostro assieme alla commedia. Un’occasione immancabile per ripensare generi, incroci, e anche un po’ i destini di cinema e tv in generale, è la sfida che si va preparando sul video proprio tra i nuovi campioni del film di mafia-denuncia, la Piovra, e quello del film di mafia e di gangster, il Padrino. Ma occorre partire da più lontano.
• A Leonardo Sciascia, un moralista vero, non si rimprovererà mai abbastanza di aver permesso che dai suoi romanzi sulla mafia, chiari ed esemplari, quasi sempre lucidissimi nell’analisi e nella, magari sotterranea, proposta di intervento, si traessero tanti brutti film, capisaldi del genere, anche di illustri registi, maestri di retorica. Ma mai si loderà abbastanza Sciascia per quello che a suo tempo venne considerato, anche in Sicilia, un paradosso e un abuso: lo smascheramento delle facilità, delle retoriche, dell’antimafia. A comparare l’evoluzione del filone mafia all’interno del film di gangster e di denuncia nel cinema statunitense e in quello italiano, si verificherebbe subito la grande miseria del cinema italiano, che non solo non ha dato alcun film memorabile dopo Salvatore Giuliano (che sono ormai propenso a considerare un capolavoro per caso, portato di un’epoca di innovazione radicale nella storia d’Italia) ma appena delle passabili pellicole tutte monotamente dentro la convenzione del genere, e ha dato un solo buon film «sciasciano»: Porte aperte di Gianni Amelio.
• Si è costretti invece a verificare la vitalità del genere negli americani, soprattutto per le sue molte varianti. C’è stato lì un cinema in sostanza filomafioso, con la scusa delle ambiguità di una cultura che ha le sue basi, con più evidenza che in Europa, anche nella malavita organizzata, sfociante nel melodramma familiare (la lunga serie dei Padrini) e nell’oleografia romantica (Cimino). Ma c’è stato anche un cinema macabramente farsesco (Huston, Demme) e soprattutto le opere originali e profonde degli Scorsese e dei Ferrara, portati a far della mafia e delle sue leggi una metafora dell’azione del male nel mondo o, più esattamente, nelle società capitalistiche o post. Distingueva questi registi di origine italoamericana una cosa fondamentale: essere loro cresciuti dentro una cultura proletaria di sottofondo ”mafioso”, accettante le strutture di autodifesa e di offesa di una minoranza etnica sulle quali la mafia italoamerica si è affermata, importata con l’immigrazione. La loro era un’opera di distacco, ma anche di analisi e scavo dall’interno, non un’operazione più o meno illuministica venuta come in Italia dall’alto di una cultura estranea, sia pure borghese-progressista, le cui basi ideologiche erano quelle del meridionalismo comunista degli anni Cinquanta, cresciuto su schemi prodotti altrove.
• Il genere film di mafia ha in Italia una storia non priva di contraddizione. Quasi tutti i film di mafia, per esempio, sono stati girati a Palermo con l’aiuto per il reperimento di luoghi e comparse di Enzo Castagna e della sua organizzazione. E questo Castagna, più volte denunciato per collusioni mafiose, è oggi in galera per una grande, fallimentare rapina in banca. Di lui ci hanno consegnato un ritratto eccezionale Ciprì e Maresco in un loro video, mentre i grandi registi di sinistra si sono quasi sempre rivolti alla sua mediazione, al suo aiuto. La mafia, in definitiva, non ha mai avuto paura dei film di mafia, e anzi se ne è talora gloriata.
• I due più brutti. E infatti, cosa ha a che fare la serie della Piovra con la mafia vera? Solo l’eco di fatti salienti e di prediche magniloquenti. E in che modo può avere inciso nella formazione di una cultura antimafiosa nelle zone di mafia? In modo, ritengo, nullo. Ci sono voluti certi magistrati, preti, donne, pentiti - e molti ci hanno lasciato la pelle - per smantellare una organizzazione verticale come Cosa nostra. Ma il peso del cinema è stato in tutto questo minimo o zero. Pessimo cinema, in generale, è del resto il nostro cinema politico, nel quale – non è da oggi che, in pochissimi, ci si è ostinati a dirlo - la realtà c’entra poco, e c’entrano invece molto la spettacolarità delle tragedie nazionali e la falsa coscienza dei cineasti. Per edificazione del lettore vorrei qui ricordare due sommità rappresentative di questa storia, forse i due film più brutti realizzati sul tema mafia in Italia. Il primo è opera di un giovane regista siciliano e uno dei pochi prodotti nell’isola fino a pochi anni fa con denaro isolano: Vite perdute, 1991, di Giorgio Castellani. Con molte delle facce e ambienti di Mery per sempre e usando dei luoghi comuni del cinema antimafia, era però una (cauta) difesa della mafia, e questo non stupì chi sapeva che dietro lo pseudonimo di Castellani si nascondeva il figlio «cinefilo» di Michele Greco, il «papa» di Ciaculli.
• Il secondo: Il grande silenzio (1993) di Margarethe Von Trotta, regista di scarsissime e ormai lontanissime qualità, ma scritto e prodotto da Felice Laudadio, oggi agli onori delle cronache per lo scioccaggine critica con la quale ha scelto i film in concorso a Venezia ’97. Vi si narrava di come le vedove di mafia invitassero le vedove dei mafiosi a fare insieme tanti video da mandare su tutte le tv del mondo, e sconfiggere in tal modo la mafia. Con questi nemici, di che dovrebbe aver paura la mafia? Mai i registi e gli sceneggiatori italiani oseranno invece: a) affrontare in modo serio i problemi della mafia dentro il quadro dell’economia criminale intrecciate con la basilare realtà delle banche e dell’economia ”non criminale”; b) spostarsi davvero sui luoghi, abbandonando il referente giornalistico e giudiziario per quello socioantropologico diretto.
• Il successo di Tano da morire di Roberta Torre, un film inventivo e innovativo nel linguaggio perché inventivo e innovativo nell’approccio politico-antropologico, è il segno di un mutamento grandissimo, perché osa una strada radicale nell’accostarsi al problema. Esso è stato costruito e scritto insieme a persone vere, complici e vittime di una sottocultura mafiosa, e per loro ha costituito una sorta di esorcismo attraverso cui espellere da sé qualcosa di molto profondo, vedendosi per la prima volta come sono, e non come li rappresentano i ”poetessi dell’antimafia”: mi riferisco a un personaggio secondario ma fondamentale del film in cui tanti nostri predicatori e politici dovrebbero riconoscersi. Ciò nonostante, il genere continuerà, autonomo dalla realtà né più né meno di quanto lo era il western di Sergio Leone. Le Piovre e i Padrini avranno lunga vita, consustanziali anche loro a un sistema di potere ben stabilito, alla sua economia come al suo gioco dei ruoli.