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 2000  marzo 20 Lunedì calendario

Monselice (Padova)

• Monselice (Padova). « una cosa enorme, uccidere un uomo». Anche se è entrato in casa tua, ha trascinato tua moglie per i capelli e ti ha sparato addosso. Anche se ha trasformato una sera come tante (la cena in tavernetta con gli amici, beccaccini e starne ad arrostire sul camino) nella finestra su un abisso che non meritavi di vedere: « dura accettare questa realtà. Ho ucciso un uomo. Mi rimarrà dentro per tutta la vita, so che non dimenticherò, non posso dimenticare». Giuseppe ”Valter” Carturan ha tre tubi che gli entrano nel corpo, il pitale sul comodino, non si può alzare dal letto, reparto Chirurgia, ospedale di Monselice. I medici hanno lavorato due ore per estrargli dalla schiena una pallottola calibro 7,65 («Deviata dalle ossa del bacino - dicono -: è stato fortunato»). Ma non è quella la ferita che fa più male: «Non mi meritavo tutto questo, lo capisce? Non è giusto che sia successo». Quello che segue è lo sfogo di un commerciante sessantenne, che ha cominciato a 13 anni vendendo stracci al mercato, ha fatto i soldi, si è sposato e ha avuto dei figli, ha aperto cinque bei negozi, ha costruito una bella villetta e un’esistenza tranquilla. E che una sera di marzo si è trovato a sparare nel salotto di casa sua per difendere tutto questo.
• I banditi. «Avevamo apparecchiato in tavernetta. Cena con gli amici, scongeliamo i beccaccini che avevo preso durante una battuta di caccia in Croazia. Quando sento il cane abbaiare, accendo la telecamera interna. Invece del Carlino e del Luigi vedo 4-5 uomini incappucciati, uno con una parrucca di Carnevale, che corrono verso la porta di casa. Loro picchiano sul portoncino ma non ce la fanno, è blindato, allora sparano alle finestre e sono dentro».
• Gli spari. «Dico a tutti di correre al piano di sopra. Mio fratello e mia cognata ce la fanno, mia moglie invece la prendono. E intanto sparano, alle pareti, sul soffitto. Io sono in camera mia, prendo il mio Benelli automatico calibro 12 dall’armadio e le cartucce dal comodino. Mi affaccio alle scale e tiro un colpo per aria, ricarico e scendo alla porta dell’antibagno, c’è uno che si sta chiudendo dentro con mia moglie, la trascina per i capelli. Cerco di aprire, sento tre botti e un bruciore alla schiena. Mi giro e sparo anch’io. Vedo che quello più vicino a me ha il sangue che gli schizza dalla faccia e dal collo, ricarico e sparo a quello più lontano. Poi ricordo solo il silenzio, mia moglie che piange. E mio fratello che si avvicina e mi dice: ”Abbassa il fucile, Giuseppe, sono scappati”. Non so quanto tempo è passato, ma tutto questo è durato 5 minuti, non di più».
• «Non mi pento». «No, non ho avuto tempo di chiamare i carabinieri. Cerchi di capire, è stata questione di attimi. E io non ho preso il fucile per ammazzarli, volevo solo farli scappare. So soltanto che con il fucile in mano ero più sicuro di me, sapevo che avrei potuto fare qualcosa. Ma non pensavo a questa... a questa violenza. E comunque lo rifarei. Uccidere no, ma difendermi invece sì. Mi dispiace, ma non provo rimorso per quello che ho fatto. Voglio dire, quando sei ferito devi reagire. Sì, se mi succedesse di nuovo, sparerei ancora».
• La vittima. «Non voglio sapere come si chiamava. Non voglio vedere le sue foto. Dovrò convivere per sempre con questa cosa, e non voglio legarla a un volto. So che era uno slavo. Mi dispiace, ma credo che bisognerebbe rimandarli tutti al loro Paese. Almeno quelli che sono disonesti. Qui la pensiamo tutti così».
• Furti. «Tre anni fa gli zingari mi sono entrati due volte in casa. La prima hanno preso oro e soldi, la seconda c’era mio figlio, e se ne sono andati. Queste cose le senti tutti i giorni, in paese è un passaparola. Ma non pensi che possa succedere a casa tua, certe scene le vedi solo nei film. Ormai non ci si sente più tranquilli, attraversiamo un brutto momento. Io pago le tasse, ma non posso rischiare la vita per difendermi, non è giusto».
• La caccia. «Sì, sono vent’anni che vado a caccia. E non so se ci tornerò, dopo quello che è successo. Sono abituato a sparare, se è questo che vuol sapere. Quand’è stagione qui intorno, qualche volta nelle riserve in Croazia. Ma sparare ai fagiani è un conto, uccidere una persona è un altro discorso. una cosa enorme».